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Quanti prestiti si possono avere in busta paga?

5 Giugno 2020 | Autore:
Quanti prestiti si possono avere in busta paga?

Numero di prestiti che si possono avere in busta paga. La cessione del quinto e la delegazione di pagamento. Modalità e differenze

Per varie ragioni vorremmo avere a disposizione una certa somma di denaro. Ad esempio, sarebbe perfetto per poter affrontare il matrimonio di un figlio senza dover lesinare sui costi del ricevimento. Oppure, sarebbe indispensabile per acquistare una nuova autovettura: la vecchia, infatti, è, oramai, poco più che un rottame e le spese di riparazione sono diventate insostenibili. In tutti i casi appena esemplificati, così come negli altri, è fondamentale una certa liquidità di cui, purtroppo, non sempre il cittadino ha la disponibilità. Per questo motivo, ci si può rivolgere alla banca o alla cosiddetta finanziaria per avere un prestito, ma avendone già uno in corso ti chiedi: quanti prestiti si possono avere in busta paga?

Ti stai ponendo questo dubbio, poiché sul tuo stipendio è già trattenuta una certa somma mensile per un debito contratto allo scopo di provvedere alla ristrutturazione della tua abitazione; una spesa che si rese necessaria alcuni anni fa, viste le condizioni del tuo immobile. Ora, però, non vorresti che questa situazione possa condizionare, negativamente, la tua richiesta di prestito e, pertanto, ti chiedi: a quali condizioni è possibile ricevere un finanziamento? È possibile avere una doppia cessione del quinto dello stipendio? Che cos’è, invece, la delegazione di pagamento? Cerchiamo, insieme, di risolvere i tuoi dubbi nel prosieguo di questo articolo.

Come viene deciso un prestito?

Ricevere un prestito non è scontato. La banca o la finanziaria concedono il mutuo, piccolo o grande che sia, soltanto se la ritengono un’operazione conveniente e priva di rischi eccessivi. Per questa ragione, vengono valutate, la storia del debitore e la sua solvibilità.

In particolare, attraverso i sistemi d’informazione creditizia, tra cui la nota crif, le finanziarie hanno la possibilità di valutare se il richiedente è un cattivo pagatore o meno. Nello specifico, esse possono verificare se, in passato, è stato già concesso un prestito e se questo è stato regolarmente restituito. In caso contrario, si tratta di una circostanza che influisce sulla pratica di finanziamento. Potrebbe accadere che venga rigettata oppure che avvenga la concessione, ma a condizioni più sfavorevoli (ad esempio, un tasso d’interesse più elevato) rispetto ad un altro potenziale debitore.

Invece, in merito alla solvibilità di un debitore, appare chiaro che se il richiedente non ha i potenziali mezzi economici per restituire il denaro, la banca o la finanziaria non avranno alcun valido presupposto per erogare il prestito. Per questo motivo, una pensione risicata o uno stipendio molto basso potrebbero non essere sufficienti a garantire il mutuante, magari se posti in relazione all’ammontare della somma pretesa.

Nelle ipotesi anzidette, così come in altre circostanze, l’autorizzazione al prestito personale potrebbe essere sbloccata dalla concessione di alcune garanzie. Tra queste, sicuramente, la più ricorrente è quella della fideiussione. In pratica, una persona diversa dal debitore principale, ad esempio la moglie lavoratrice del richiedente, assicura la restituzione del finanziamento. In questa ipotesi, la banca sarebbe garantita, da un secondo soggetto, nel malaugurato caso in cui il primo dovesse risultare insolvente.

Cessione dello stipendio: cos’è?

In breve, si tratta di una modalità di prestito, molto frequente, con la quale il lavoratore impegna il proprio stipendio, in genere nella misura di un quinto. Essa, inoltre, solitamente, è concessa senza alcun problema, visto che la banca o la finanziaria sono garantite oltreché dall’emolumento del dipendente, anche dal sistema di pagamento delle rate. In tal caso, infatti, il versamento della quota avviene direttamente ad opera del datore, il quale trattiene la somma necessaria dalla retribuzione del lavoratore per poi girarla al creditore.

Con questa modalità, inoltre, è consentito anche concordare più prestiti e più trattenute, ma purché, sommate tra di loro, non superino il limite del quinto dello stipendio. Infatti, qualora questa soglia sia stata già raggiunta, anche in presenza di una retribuzione non molto bassa e che assicura, almeno potenzialmente, una restituzione del debito, la cessione non è più possibile: è necessario, infatti, ricorrere alla cosiddetta delegazione di pagamento. Cerchiamo, pertanto, di capire di cosa si tratta.

Delegazione di pagamento: cos’è?

Leggendo il paragrafo precedente hai appreso quali sono le caratteristiche generali della cessione del quinto dello stipendio. Sai anche che è possibile affiancare una seconda trattenuta sulla propria retribuzione, allo scopo di avere ulteriore liquidità da destinare alle finalità più disparate. Devi sapere, però, che se hai già impegnato il predetto quinto, un’altra cessione non è consentita dalla legge, mentre, invece, è fattibile una delegazione di pagamento.

In pratica, dopo che la finanziaria e il dipendente si sono accordati per il prestito, nella cessione del quinto il datore di lavoro è obbligato ad accettare questo ruolo di terzo pagatore delle rate, mediante trattenuta sull’emolumento. Viceversa, nel caso della delegazione è necessario il suo consenso. Egli, quindi, non è tenuto ad assumere questo ulteriore vincolo, anche se, frequentemente, non frappone alcun ostacolo. È questa, pertanto, la sostanziale differenza tra le due fattispecie e la condizione per avere un’ulteriore trattenuta in busta paga in cambio di liquidità aggiuntiva, qualora il 20% dello stipendio sia stato già ceduto.



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