Donazione immobile ai figli: si rischia l’accertamento fiscale

4 Giugno 2020 | Autore:
Donazione immobile ai figli: si rischia l’accertamento fiscale

Il terreno ricevuto era stato venduto lo stesso giorno, in permuta con una casa. Ma non c’è stata plusvalenza: crolla in Cassazione la tesi dell’Agenzia. 

Donare un immobile ai figli può far scattare l’accertamento fiscale. È successo ad una madre che aveva donato ai propri figli un terreno edificabile, del valore dichiarato di 232mila euro. Lo stesso giorno i giovani avevano rivenduto lo stesso terreno ad una società.

L’Agenzia delle Entrate ha subito emesso un avviso di accertamento per recuperare la plusvalenza [1] realizzata (il terreno era stato acquistato, più di 10 anni prima, a un prezzo molto inferiore). Ma la donna ha proposto ricorso: quel reddito in realtà non c’era stato, non era stato prodotto e conseguito dai figli e l’amministrazione finanziaria lo aveva accertato solo presuntivamente ed erroneamente.

I giudici della Commissione tributaria, però (prima quella provinciale e poi quella regionale) le danno entrambi torto: donazione e vendita erano avvenute «in un unico contesto» (entrambi gli atti erano stati rogati dallo stesso notaio) e questo era indicativo di un «disegno preordinato allo scopo di sottrarre all’imposizione la plusvalenza ricavata dal bene venduto», dunque c’era stato «un comportamento elusivo riguardo al pagamento delle imposte dovute».

Così la madre ha proposto ricorso in Cassazione, e stavolta le sue tesi hanno ottenuto ragione in una importante sentenza depositata oggi [2] che ha stabilito un principio favorevole ai genitori che intendono fare una donazione ai propri figli senza correre il rischio di vedere l’operazione tassata oltre il dovuto.

Oltre ai motivi già esposti nei precedenti gradi di giudizio, davanti agli Ermellini la madre ha anche sostenuto che la donazione era stata fatta per pianificare in anticipo la successione e questo rendeva legittima l’operazione, che non aveva avuto nessun altro scopo se non il «consueto spirito di liberalità» che contraddistingue questi atti di disposizione del patrimonio. Oltretutto, con i proventi della vendita i figli avevano acquistato una casa e questa circostanza vale ad escludere ogni uso improprio dello schema giuridico della donazione, che non era dunque avvenuta per finalità elusive, cioè diverse da quelle consentite e motivate dall’intento di evadere il Fisco.

La Suprema Corte ha riconosciuto che la semplice «sequenza temporale» in cui si erano susseguiti gli atti (prima la donazione e subito dopo la vendita, o meglio la permuta del terreno con la casa) non era sufficiente a provare il conseguimento del reddito di plusvalenza e l’elusione fiscale. Nell’accertamento dell’Agenzia mancava ogni riferimento, ad esempio, ad acconti versati dai figli alla madre oppure alla sua partecipazione alle trattative per la permuta, intessute dai figli con la società acquirente del terreno.

Ma soprattutto, la Cassazione ha affermato che in questa vicenda «assume preminente rilievo, trattandosi di rapporti patrimoniali tra genitori e figli, il profilo della libertà di pianificazione della successione da parte dei genitori» e in questa prospettiva «nulla impone al contribuente di optare, nell’espressione della propria autonomia negoziale, per la soluzione più onerosa sul piano fiscale».

In altri termini, quell’operazione economica era legittima e consentita, senza che dalla «contestualità tra donazione e vendita» si potesse dedurre di trovarsi di fronte ad «operazioni preordinate al fine di eliminare il carico fiscale applicabile sulla plusvalenza», come aveva ritenuto l’Agenzia delle Entrate e il cui atto impositivo è stato, infine, integralmente annullato dalla Cassazione.

In casi analoghi, la presunzione del Fisco, che ritiene il conseguimento di redditi imponibili attraverso la realizzazione di una plusvalenza tassabile, dovrà essere corroborata da precisi elementi fattuali e documentali (come una dazione di denaro dal donatario al donante, che farà presumere la simulazione dell’operazione) e non dalla sola contiguità temporale tra la ricezione del bene donato e la sua successiva rivendita a terzi da parte del donatario, che non lasciano desumere altro intento se non quello della liberalità fatta dal genitore ai figli con l’atto di donazione che ha arricchito il loro patrimonio.


note

[1] Art. 81, lett. b), D.P.R. n.917 del 22 dicembre 1986 (Testo Unico delle Imposte sui Redditi).

[2] Cass. sent. n. 10561/20 del 4 giugno 2020.


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