La croce è un’arma

4 Giugno 2020 | Autore:
La croce è un’arma

Usarla come un bastone per percuotere qualcuno integra il reato di lesioni dolose aggravato dall’uso di un’arma impropria: il caso deciso dalla Cassazione.

La croce è il principale simbolo del Cristianesimo: per i credenti essa esprime il sacrificio di Cristo, redentore dell’umanità, crocefisso su quel legno e morto per salvare tutto il mondo. Ma è anche un segno di identità, che connota inequivocabilmente l’appartenenza di un gruppo o di una chiesa alla fede cristiana. In tempi lontani, all’epoca delle Crociate, era diventata anche il vessillo dei “soldati di Cristo” che combattevano per diffondere il messaggio evangelico.

Oggi però, purtroppo, quel fondamentale simbolo assume talvolta un uso improprio e certamente non sacro: diventa addirittura una vera e propria arma. Tolto l’uomo crocifisso, rimane il legno, un materiale duro e robusto che può essere adoperato per bastonare e percuotere.

È quanto è accaduto realmente, durante la brutale aggressione di due uomini ad un cittadino eritreo: i colpi sono stati inferti con una croce utilizzata a mo’ di randello. Il fatto è avvenuto in Sicilia, circa dieci anni fa, quando nottetempo c’era stata l’aggressione dell’extracomunitario che montava la guardia ad una tenda delle suore collocata in piazza Cavour ad Agrigento. In quel momento la vittima era immersa nel sonno ed è stata colpita ripetutamente proprio con la croce lignea: ha riportato lesioni personali serie, con un trauma cranico e la frattura ad una gamba.

La peculiarità giuridica della vicenda sta nel fatto che il reato di lesioni è stato considerato aggravato dall’uso di un’arma impropria: quella croce di legno è stata ritenuta tale, sia dal Tribunale che dalla corte d’Appello ed, infine, dalla Corte di Cassazione, che oggi ha depositato le motivazioni della sentenza [1]. Per effetto dell’applicazione della circostanza aggravante, la pena irrogata agli imputati, confermata dalla Cassazione, è stata di 4 anni ed 8 mesi di reclusione per uno e di 3 anni di reclusione per l’altro.

Le difese avevano cercato di ridurre le conseguenze sanzionatorie del reato, contestando proprio l’aggravante dell’utilizzo di armi per renderla inapplicabile a quella vicenda. Avevano sottolineato che «una grossa croce di legno, usata come randello, non rientra tra le armi improprie», rilevando poi che quella croce «si trovava casualmente» sul luogo dell’aggressione (non era dunque stata portata al seguito) mentre, per considerare un’arma come impropria, «è richiesto il porto dell’oggetto fuori dall’abitazione e l’uso al fine di ledere l’altrui integrità fisica».

Invece i giudici della Cassazione non hanno avuto nessun dubbio sulla sussistenza della circostanza aggravante [2] che inasprisce sensibilmente la pena per il reato base di lesioni personali: la croce in quel caso rappresentava un’arma impropria, cioè uno strumento atto ad offendere (anche se non è questo il suo scopo tipico) e, come le prove acquisite nel processo avevano dimostrato, era stata utilizzata proprio per perpetrare l’aggressione ai danni dell’eritreo.

Qui gli Ermellini hanno ricordato come «in tema di lesioni personali volontarie ricorre la circostanza aggravante dell’uso di uno strumento atto ad offendere laddove la condotta lesiva sia in concreto realizzata adoperando qualsiasi oggetto, anche di uso comune e privo di apparente idoneità all’offesa» e aggiungono che «anche una croce lignea, se usata, come in questo caso, in un contesto aggressivo, costituisce arma impropria». Perciò diventa irrilevante che in quel caso si fosse trattato «di un uso momentaneo od occasionale dello strumento atto ad offendere».

Nel triste caso, ora deciso in via definitiva, è stata applicata anche un’altra aggravante: quella della «minorata difesa» [3], perché «la vittima è stata colta di sorpresa, nottetempo e mentre dormiva» e dunque si trovava in quel momento «in una situazione di particolare vulnerabilità».


note

[1] Cass. sez. V Penale, sentenza n. 16953/20 del 4 giugno 2020.

[2] Art. 585, comma 2, Cod. pen.

[3] Art. 61, n.5, Cod. pen.


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