Diritto e Fisco | Articoli

Naspi disoccupazione

24 Agosto 2020
Naspi disoccupazione

La nostra Costituzione prevede l’intervento economico dello Stato a sostegno dei lavoratori che perdono involontariamente il posto di lavoro.

Hai perso il posto di lavoro? Ti chiedi se avrai diritto a qualche forma di sostegno da parte dello Stato? La risposta è sì, ma solo al ricorrere di determinate condizioni. Nel corso degli anni, la legge ha modificato gli strumenti messi a disposizione dei lavoratori in caso di perdita involontaria del lavoro. Questa funzione è oggi svolta dalla Naspi che ha sostituito la vecchia indennità di disoccupazione e le ulteriori forme di tutela del lavoratore disoccupato che si sono avvicendate nel corso del tempo.

La Naspi è un ammortizzatore sociale molto importante ma non tutela tutti i lavoratori che restano senza lavoro. Infatti, come vedremo, per accedere a questo beneficio occorre possedere una serie di requisiti e, nel corso della sua fruizione, tale beneficio può anche essere perso.

Che cos’è la Naspi?

Come abbiamo anticipato, è già la nostra Costituzione a prevedere che lo Stato si faccia carico del lavoratore in caso di perdita involontaria del lavoro. Infatti, nel nostro sistema di protezione sociale, si prevede il diritto del lavoratore a ottenere una forma di sostegno economico da parte dello Stato quando si realizza la disoccupazione involontaria [1].

Nel corso del tempo sono stati diversi gli strumenti messi in campo dal legislatore per assolvere a questa funzione. Da ultimo, questa funzione è svolta dalla nuova assicurazione sociale per l’impiego, meglio nota con l’acronimo Naspi [2], che ha sostituito la vecchia indennità di disoccupazione, la Aspi e la Mini Aspi.

La Naspi è, quindi, allo stato attuale, l’assegno mensile di disoccupazione che, al ricorrere di determinate condizioni, può essere erogato al lavoratore che rimanga involontariamente senza lavoro.

A chi spetta la Naspi?

La Naspi non spetta a tutti i lavoratori che perdono il lavoro essendo una forma di tutela riservata solo ad alcune tipologie di lavoro.

In particolare, la Naspi spetta solo ai lavoratori con rapporto di lavoro subordinato che perdono involontariamente l’occupazione, compresi:

  • lavoratori assunti con contratto di apprendistato;
  • soci lavoratori di cooperative assunti con contratto di lavoro subordinato dalle cooperative stesse;
  • personale artistico assunto con contratto di lavoro subordinato;
  • dipendenti delle pubbliche amministrazioni assunti con contratto di lavoro a tempo determinato.

Sono, invece, esclusi dal perimetro di applicazione della Naspi:

  • dipendenti assunti dalle pubbliche amministrazioni con contratto di lavoro a tempo indeterminato;
  • operai agricoli, sia con contratto a tempo determinato che con contratto a tempo indeterminato;
  • lavoratori extracomunitari con permesso di soggiorno per lavoro stagionale;
  • lavoratori che hanno già raggiunto i requisiti per l’accesso al pensionamento anticipato o di vecchiaia;
  • lavoratori titolari di assegno ordinario di invalidità, a meno che non facciano opzione per la Naspi.

Naspi la perdita involontaria dell’occupazione

Oltre alla tipologia di rapporto di lavoro, per poter ottenere la Naspi non è sufficiente aver perso il lavoro. Infatti, è necessario che la perdita dell’occupazione sia involontaria. Ne consegue che, in linea generale, la Naspi spetta solo in caso di licenziamento.

In caso di dimissioni volontarie o di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, infatti, la perdita del lavoro non può dirsi involontaria essendo determinata da un atto al quale il lavoratore ha prestato il proprio consenso.

Ci sono, tuttavia, dei casi in cui, nonostante il rapporto di lavoro cessi formalmente per effetto delle dimissioni o della risoluzione consensuale del rapporto, la perdita del lavoro può considerarsi comunque involontaria a causa delle particolari motivazioni poste alla base della decisione di terminare il rapporto.

Ne consegue che la Naspi spetta anche in caso di:

  • dimissioni per giusta causa: in questo caso la decisione del lavoratore di dimettersi non deriva da una sua scelta libera e volontaria ma dal fatto che il datore di lavoro ha posto in essere dei comportamenti talmente gravi da non consentire al lavoratore la prosecuzione, nemmeno temporanea, del rapporto di lavoro;
  • dimissioni intervenute durante il periodo tutelato di maternità, vale a dire, da 300 giorni prima della data presunta del parto fino al compimento del primo anno di vita del bambino;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro sottoscritta dal lavoratore e dal datore di lavoro presso l’Ispettorato territoriale del lavoro nell’ambito della procedura di conciliazione prevista in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo [3];
  • Risoluzione consensuale del rapporto di lavoro determinata dal rifiuto del lavoratore di essere trasferito in un’altra sede della stessa azienda ubicata ad oltre 50 km di distanza dalla residenza del lavoratore e/o raggiungibile con i mezzi pubblici mediamente con più di 80 minuti.

In questi casi, pur non essendo di fronte ad un licenziamento, la Naspi spetta al lavoratore perché la perdita del lavoro è comunque involontaria.

Inoltre, la Naspi spetta al lavoratore anche in caso di licenziamento per giusta causa.

Naspi: requisito contributivo e lavorativo

Oltre all’aver perso involontariamente il lavoro, per poter accedere alla Naspi, il lavoratore deve aver maturato, nel quadriennio che precede la data di cessazione del rapporto di lavoro, un numero di settimane di contribuzione contro la disoccupazione di almeno 13 settimane.

Per soddisfare il requisito contributivo non è necessario che la contribuzione sia stata effettivamente versata essendo, comunque, valide tutte le settimane retribuite indipendentemente dal versamento della contribuzione.

Oltre al requisito contributivo, il lavoratore deve altresì possedere il requisito lavorativo, ossia, aver effettuato almeno 30 giorni di effettivo lavoro nei 12 mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione. Per giornata di effettivo lavoro si deve intendere qualsiasi giornata di effettiva presenza in servizio, indipendentemente dalla durata oraria della giornata stessa.

Inoltre, è stato chiarito che i periodi di sospensione del rapporto di lavoro derivanti da malattia, infortunio, maternità, determinano un’estensione del periodo di osservazione di 12 mesi nel quale ricercare il requisito lavorativo. Ciò significa che tali periodi di assenza sono neutralizzati ai fini della verifica del requisito lavorativo.

Se Tizio perde il lavoro il 10 giugno 2020, occorre ricercare 30 giorni di effettivo lavoro nel periodo che va dal 10 giugno 2019 al 10 giugno 2020. Se, tuttavia, in questo periodo, Tizio è stato assente per malattia per due mesi, il requisito lavorativo andra ricercato nel periodo 10 aprile 2019 / 10 giugno 2020, neutralizzando così l’assenza per malattia.

Naspi: quanto spetta?

L’assegno Naspi è pari al 75% della retribuzione media mensile imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni, se la retribuzione è inferiore ha un importo di riferimento stabilito dalla legge rivalutato ogni anno dall’Inps sulla base degli scostamenti dell’inflazione registrati dall’Istat.

Viceversa, se la retribuzione media è superiore a detto importo, la misura della Naspi sarà pari al 75% dell’importo di riferimento stabilito annualmente dalla legge, a cui si somma il 25% della differenza tra la retribuzione media mensile ed il predetto importo stabilito dalla legge.

In ogni caso, esiste il cosiddetto massimale Naspi, vale a dire, un importo massimo individuato dalla legge e rivalutato annualmente dall’Inps sulla base dell’inflazione rilevata dall’Istat oltre il quale l’assegno Naspi non può mai andare.

Per quanto concerne i valori di riferimento del 2020, l’Inps ha stabilito che la retribuzione di riferimento per il calcolo della indennità di disoccupazione Naspi è pari ad euro 1.227,55. L’importo massimo mensile della Naspi, sempre per il 2020, è fissato in euro 1.335,40 [4].

Nel corso della fruizione della Naspi, l’assegno tende a ridursi. Infatti, si prevede che a partire dal primo giorno del quarto mese di fruizione, all’indennità Naspi si applica una riduzione del 3% per ogni mese. Inoltre, in quei casi in cui la nuova occupazione non determina la totale decadenza dalla Naspi, i redditi percepiti dal lavoratore con le nuove forme di impiego possono contribuire ad una riduzione dell’assegno Naspi.

Naspi: per quanto tempo spetta?

La Naspi spetta al lavoratore per un periodo pari alla metà delle settimane di contribuzione contro la disoccupazione presenti nei 4 anni che precedono la cessazione del rapporto di lavoro, fino ad un massimo di 24 mesi. Infatti, se il lavoratore ha regolarmente lavorato nei 4 anni che precedono la perdita involontaria del lavoro, la Naspi spetterà per un periodo pari alla metà di detto periodo e, dunque, per 2 anni.

È, dunque, evidente che sono maggiormente penalizzati i giovani lavoratori che si affacciano al mondo del lavoro e che, in caso di licenziamento, potrebbero non avere diritto alla Naspi o potrebbero averne diritto per un periodo di tempo limitato.

Naspi: la domanda

Il lavoratore licenziato deve tenere a mente che la domanda di Naspi deve essere presentata all’Inps entro un termine decadenziale di 68 giorni che decorrono dalla data di cessazione del rapporto di lavoro, pena la perdita del diritto all’indennità.

La domanda Naspi può essere fatta sia direttamente, accedendo con le proprie credenziali all’apposita sezione nel portale Inps, sia per il tramite di un intermediario autorizzato (di solito i patronati oppure i consulenti del lavoro). In ogni caso, la domanda viene inoltrata in via telematica direttamente all’Inps.

L’ufficio Inps competente per territorio comunicherà, dunque, l’accoglimento o il rigetto della domanda e, in caso positivo, erogherà l’assegno Naspi mensilmente, direttamente sul conto corrente del lavoratore, alle coordinate bancarie indicate nella domanda stessa. Ovviamente, in caso di rigetto della domanda sono sempre esperibili le ordinarie impugnazioni.


note

[1] Art. 38 Cost.

[2] D. Lgs. n. 22 del 4.03.2015.

[3] Art. 7 L. 604/1966.

[4] Inps Circolare n. 20/2020.


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube