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Diritto d’autore su fotografie: come funziona?

13 Giugno 2020
Diritto d’autore su fotografie: come funziona?

Sono titolare di un sito internet. Ho ricevuto una contestazione da parte di una società con l’accusa di aver utilizzato un’immagine indebitamente riprodotta. Viene contestato che l’immagine utilizzata nel mio sito è un’opera creata da un fotografo che ha ceduto alla società che mi ha diffidato i diritti economici di sfruttamento delle immagini. Ho rimosso immediatamente l’immagine dal mio sito.

Ora la società ha affidato la loro contestazione a un avvocato che propone un tentativo di conciliazione comprensivo di spese legali di 1.250 euro. Cosa posso fare? È veramente dovuta questa cifra o posso oppormi e ignorare?

Anche le fotografie sono protette dal diritto d’autore e, in particolare, dalla legge n. 633/1941 (l.d.a., cioè legge sul diritto d’autore).

Le forme di tutela garantite dalla legge sul diritto d’autore sorgono per il semplice fatto della creazione dell’opera, a prescindere da qualsiasi forma di registrazione, documentazione o deposito, comunque utili a costituire una prova più forte in ordine alla titolarità dell’opera e alla data della sua creazione.

Secondo la legge, all’autore di un’opera è garantito il diritto esclusivo di pubblicare la stessa, di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo, di riprodurla, di diffonderla, di distribuirla e porla in circolazione, di pubblicarla in raccolte e di modificarla, di noleggiarla e di concederla in prestito.

Secondo la legge, l’autore di un’opera vanta su di essa:

  1. un diritto morale, cioè quello di essere riconosciuto quale autore dell’opera (cosiddetto diritto di paternità);
  2. un diritto materiale, connesso allo sfruttamento economico dell’opera stessa, sfruttamento che può avvenire mediante vendita, distribuzione, cessione, ecc.

I due diritti possono convivere in capo alla stessa persona, oppure essere scissi, nel senso che l’autore ne mantiene il diritto alla paternità ma ha venduto il suo diritto economico a un terzo, il quale è quindi l’unico legittimato a guadagnare dallo sfruttamento dell’opera (come sembra essere avvenuto nel caso sottoposto).

A proposito delle fotografie, la legge italiana opera una distinzione tra le fotografie dotate di carattere creativo, tutelabili come oggetto di diritto d’autore, e le semplici fotografie, tutelabili come oggetti di diritto connesso ai sensi dell’art. 87 della summenzionata legge (lo stesso ha ricordato anche la giurisprudenza; cfr. Cassazione civile sez. I, 04/07/1992, n.8186). Nessuna tutela è invece fornita alle fotografie di documenti, oggetti materiali, disegni tecnici e prodotti simili.

La distinzione operata dalla legge ha la sua giustificazione nel fatto che non possono essere soggette a una disciplina unitaria, e per cui messe sullo stesso piano, fotografie che hanno espresso una personale visione della realtà, risultato delle scelte e dell’attività preparatoria del fotografo, e quelle prive di qualsiasi contenuto espressivo, ma riproduzione meccanica della realtà. Solo nel primo caso potrà essere individuato l’elemento creativo.

In pratica però è difficile stabilire quando una fotografia presenti un carattere creativo sufficiente per essere tutelata come opera dell’ingegno. Il requisito della creatività non può essere identificato con il valore artistico della fotografia, ma sussiste, secondo i criteri stabiliti dalla dottrina e applicati dalla giurisprudenza, quando l’immagine fotografica presenta tratti individuali tanto marcati da far riconoscere l’impronta personale del suo autore.

Sul punto, il Tribunale di Milano (sentenza del 28 giugno 1993) ha stabilito che una fotografia è artistica quando «il fotografo non si sia limitato ad una riproduzione della realtà, sebbene attraverso procedure tecnicamente sofisticate, ma abbia inserito nell’opera la propria fantasia, il proprio gusto e la propria sensibilità, così da trasmettere le proprie emozioni a chi esamini la fotografia in tal guisa realizzata; dal punto di vista tecnico l’autore curerà particolari luci, scorci, inquadrature e simili, nel tentativo di aggiungere una dose di immaginazione alla riproduzione meccanica del soggetto».

Secondo la legge sul diritto d’autore, sono considerate fotografie semplici (cioè, non artistiche) tutte le immagini di persone o di aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale, ottenute col processo fotografico o con processo analogo, comprese le riproduzioni di opere dell’arte figurativa e i fotogrammi delle pellicole cinematografiche. Non sono invece tutelate le fotografie di scritti, documenti, carte di affari, oggetti materiali, disegni tecnici e prodotti simili.

La distinzione tra fotografie semplici e fotografie artistiche si riflette sulla tutela accordata all’autore; ad esempio, è differente la durata dei diritti spettanti al fotografo: 20 anni dalla produzione della foto (art. 91 l.d.a.) se si tratta di una foto semplice, mentre le immagini creative (cioè quelle nelle quali si ritrova una traccia interpretativa ad opera del fotografo) sono protette fino a 70 anni dalla morte dell’autore.

Nel caso sottoposto, è interessante notare come, per le sole fotografie semplici (non per quelle artistiche, dunque), la legge stabilisca che gli esemplari delle foto devono portare le seguenti indicazioni:

  • il nome del fotografo (o della ditta dal quale il fotografo dipende);
  • la data dell’anno di produzione;
  • il nome dell’autore dell’opera d’arte fotografata.

La mancanza di questi dati non si ripercuote sulla riproduzione, che non viene considerata abusiva a meno che non venga provata la malafede di chi riproduce. Dunque, qualora gli esemplari non portino le suddette indicazioni, la loro riproduzione non è considerata abusiva e non è dovuto nemmeno l’equo compenso al fotografo, a meno che non si provi la mala fede del riproduttore (ad esempio, non si provi che chi ha utilizzato l’immagine era a conoscenza dell’autore e dei relativi diritti).

L’art 91 l.d.a., inoltre, specifica che la riproduzione nelle antologie a uso scolastico e in generale nelle opere scientifiche o didattiche è lecita, salvo il pagamento di un equo compenso al fotografo, e la pubblicazione del suo nome e della data dell’anno di fabbricazione.

La riproduzione di fotografie pubblicate su giornali o altri periodici, concernenti persone o fatti di attualità o aventi pubblico interesse, è lecita, sempre dietro il pagamento di un equo compenso al fotografo (art. 91 comma 3 l.d.a.).

Dunque, alla luce di queste premesse, alla diffida del legale di controparte si può rispondere sostenendo che la fotografia non ha pregio artistico (ed è pertanto subordinata al regime giuridico delle fotografie semplici) e che:

  1. l’immagine non è stata utilizzata per scopi di lucro;
  2. l’immagine è stata inserita in un contesto scientifico o comunque di divulgazione culturale;
  3. al momento dell’acquisizione e dell’utilizzazione della foto, quest’ultima non riportava le indicazioni che impone la legge sul diritto d’autore all’art. 90, e cioè il nome del fotografo o della ditta per cui lavorava e la data.

È appena il caso di ricordare come la giurisprudenza (Tribunale di Milano, sentenza 7 novembre 2016 n.12188) abbia stabilito che se le fotografie non riportano il nome del fotografo o della ditta da cui dipende, della data e dell’autore dell’opera, la riproduzione delle immagini non è abusiva e non sono dovuti i compensi previsti dalla legge sul diritto d’autore.  Nel caso di omessa menzione del nome dell’autore da parte di chi utilizza la foto non risulta nemmeno violato il diritto morale ad essere riconosciuto autore, in quanto non viene non viene messa in discussione la paternità della foto (in tal senso, Cassazione, sent. n. 4723/2006).

La Corte di Cassazione ha sancito (nella pronuncia n. 8186/1992) che la buona fede di colui che riproduce una fotografia priva delle indicazioni previste dalla legge è presunta, ed è dunque onere di chi invoca tutela fornire la prova della malafede del riproduttore.

Dunque, se la foto (di valore non artistico) non presentava il nome dell’autore, allora a questi non spetterebbe nemmeno l’equo compenso, anche perché non c’è stata contestazione della paternità, né può dirsi che gli sia stato arrecato qualche tipo di danno.

Alla luce di ciò, la riproduzione non deve ritenersi abusiva in quanto non sussiste alcuna malafede; di conseguenza, nulla è dovuto. Se ricorrono le anzidette condizioni, si potrà riscontrare alla diffida asserendo che non si deve pagare nulla perché non c’è stato alcun illecito.

Al contrario, se si era consapevoli della licenza della società o erano presenti le indicazioni di cui all’art. 90 l.d.a., allora la responsabilità sussiste in capo a chi ne ha fatto un utilizzo indebito. In questa circostanza, è comunque opportuno un riscontro alla diffida, ribadendo i punti 1) e 2) (utilizzo per sito divulgativo senza scopo di lucro), e magari avanzando una controfferta (anche 600 euro sono sufficienti) al fine di tacitare ogni pretesa economica, tenuto anche conto dell’assenza di pregiudizio al diritto morale d’autore.

Peraltro, un riscontro alla diffida può essere anche l’occasione per chiedere di dimostrare la titolarità della licenza e la data in cui è stata scattata la foto: come detto più sopra, infatti, il diritto esclusivo sulle fotografie semplici dura vent’anni dalla produzione della fotografia.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva


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