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Ricatti economici del marito: come difendersi

7 Giugno 2020 | Autore:
Ricatti economici del marito: come difendersi

Maltrattamento economico del coniuge: come riconoscerlo e con quali azioni prevenirlo, come evitare la violenza economica.

Sei tu a tenere pulita e in ordine la casa, a cucinare, lavare, fare la spesa e soprattutto ad occuparti dei figli: per via delle difficoltà nel conciliare la vita familiare con l’attività lavorativa, hai deciso di non lavorare, o di lasciare il tuo lavoro, spinta anche da tuo marito. È lui, ogni volta, a darti i soldi per ciò che acquisti e per le spese che devi sostenere per la famiglia.

La situazione, però, inizia a pesarti: tuo marito ti lascia giusto il minimo indispensabile e hai difficoltà a comprare qualsiasi cosa per te al di fuori dello stretto necessario. Anche se così non fosse, vorresti comunque non dover sempre domandare e rendere conto a lui di ogni acquisto. Tra l’altro, il coniuge ti fa pesare sempre più spesso che è lui a “portare il pane a casa”, senza considerare tutto ciò che fai per la famiglia: il tuo lavoro vi consente di non assumere una colf e una babysitter, per le quali avreste speso oltre mille euro al mese!

In sintesi, questa situazione ti ha stancato e vorresti sapere come non dipendere economicamente dal coniuge. Ma in caso di ricatti economici del marito: come difendersi?

Purtroppo, non sei la sola a subire questo genere di ricatti: di violenza economica sono vittime donne di ogni età e di ogni ceto sociale. Dire basta non è facile, ma è indispensabile: prima riesci ad uscire da questa situazione, che degenera e peggiora col passare del tempo, meglio sarà per te. Questa situazione, in alcuni casi, può riguardare anche gli uomini: in generale, ma non sempre, riguarda il coniuge più “debole” dal punto di vista economico, ad esempio privo dello stipendio e di entrate personali. Talvolta, però, anche il coniuge che lavora e ha un suo reddito può essere costretto a mettere tutto il denaro nelle mani dell’altro, che ne dispone a suo piacimento ed in modo inadeguato ai bisogni del partner e della famiglia.

Proviamo allora a capire quali sono i presupposti della violenza economica, per poi comprendere come uscirne.

Coniuge senza lavoro

La maggior parte dei ricatti economici sono subiti dal coniuge che non svolge un’attività lavorativa, o, più precisamente, che non svolge un’attività lavorativa al di fuori delle mura domestiche. Perché pulire la casa, occuparsi del bucato, preparare i pasti, accompagnare i figli ed accudirli, curare persone anziane sono tutte attività lavorative, peraltro impegnative, certamente non di svago.

Si tratta però di attività non remunerate, se prestate a favore dei propri familiari, spesso ingiustamente “svalutate”. La violenza psicologica del coniuge trova terreno fertile nell’assenza d’indipendenza economica del partner, utilizzando il denaro come arma di ricatto. Mariti e conviventi mettono in atto una serie di comportamenti scorretti e lesivi verso la moglie o partner priva di reddito, portandola alla sottomissione economica, all’impossibilità di agire autonomamente ed all’isolamento sociale.

Come uscirne? Potrei risponderti, in modo banale e scontato, “trovando un lavoro”. Il lavoro è l’occasione che ti permetterebbe di uscire dall’isolamento in cui il partner che ti maltratta vorrebbe tenerti.  Ma non è così semplice, purtroppo. Non è semplice, innanzitutto, ottenere un’assunzione con l’attuale crisi del mercato del lavoro. Ed è ancora più difficile per chi, del mercato del lavoro, non fa parte da anni.

Attenzione: non ti sto dicendo di gettare la spugna. Trovare un lavoro non è facile, ma è importante per ottenere la tua indipendenza ed un rapporto “alla pari”. Ci vorrà sicuramente del tempo, che dovrai utilizzare per formarti e aggiornarti nei settori di tuo interesse, in pratica per imparare o reimparare un mestiere.

Ad ogni modo, l’assenza di lavoro non è l’unica causa dei ricatti economici del partner: la base principale della violenza psicologica ed economica è l’assenza di autostima. Che, spesso, va “a braccetto” con l’assenza di un impiego al di fuori delle mura domestiche, ma che non si esaurisce nella mancanza di lavoro.

Assenza di autostima

Se ti trovi tutto il giorno all’interno delle mura domestiche, non hai delle amicizie al di fuori delle frequentazioni in comune col tuo partner, non hai un’occupazione al di fuori della famiglia, puoi essere facilmente vittima di un calo dell’autostima. La scarsa stima di sé trova delle ottime basi nell’isolamento.

Puoi evitare gli effetti negativi dell’isolamento, oltreché svolgendo un’attività lavorativa all’esterno della tua abitazione, anche frequentando delle amicizie, praticando uno sport, un hobby fuori casa, del volontariato. Anche un’attività non lavorativa può aiutarti a ritrovare fiducia in te stessa. Ma il coniuge potrebbe impedirti anche questo, o comunque un’attività “extra” potrebbe essere impossibile da svolgere a causa dei pressanti impegni familiari, che non ti lasciano spazio.

Peraltro, potresti essere vittima di ricatti economici anche se hai un’occupazione che svolgi al di fuori dell’ambiente domestico.

Gestione del denaro e dell’amministrazione domestica da parte del coniuge

Ci sono molte donne che, nonostante siano occupate e percepiscano uno stipendio, vengono estromesse dal partner dalla gestione delle proprie entrate. È facile che tu abbia scarsa autostima, a prescindere dal fatto che lavori o meno, se il coniuge ti inibisce ogni minima occasione di agire autonomamente: dispone del 100% dei redditi, dispone del tuo conto corrente, si occupa delle utenze e di tutti gli aspetti amministrativi…Senza di lui pensi di non valere niente e di non essere capace di amministrare alcunché. Niente di più sbagliato, ovviamente, ma l’autostima non si acquista dall’oggi al domani.

Devi conquistarla a piccoli passi, iniziando ad amministrare anche tu le entrate della famiglia, occupandoti pian piano della gestione amministrativa. Ogni “missione compiuta” (hai chiamato il tecnico per far riparare un tubo e lo hai pagato, hai saldato una bolletta, la tassa sulla spazzatura…) costituirà un passo avanti, verso la fine della sudditanza psicologica.

Ma se tuo marito insiste nel non volerti far gestire nulla? Parla apertamente con lui, spiegagli che anche tu vuoi e devi essere partecipe della gestione dei redditi e del patrimonio, che è un tuo pieno diritto.

Estromettere il partner dalla gestione del denaro è uno strumento di controllo indiretto ma incisivo, che priva dell’autonomia e distrugge la fiducia in sé. Ma quali sono i campanelli di allarme, come capire che la situazione è degenerata?

Ricatti economici: quando

Le “sentinelle” della violenza economica sono tante e non si esauriscono nel negare al coniuge la possibilità di lavorare, di svolgere delle attività al di fuori delle mura domestiche e di gestire le sostanze della famiglia, anche se si tratta dei campanelli di allarme più rilevanti. Ce ne sono tanti altri:

  • tuo marito ti vieta di avere un tuo conto corrente;
  • ti nasconde ogni informazione sulla situazione patrimoniale della famiglia;
  • ti nega l’accesso alle finanze familiari;
  • ti requisisce lo stipendio o altre entrate personali usandoli a proprio vantaggio;
  • se lavorate insieme, non ti paga uno stipendio;
  • ti riconosce giusto una paghetta settimanale della quale ti chiede conto.

Come comportarsi in questi casi? Vediamo che cosa prevede il Codice civile, riguardo ai diritti e doveri dei coniugi.

Diritti e doveri dei coniugi

Se faccio la casalinga mio marito può accusarmi di non contribuire ai bisogni della famiglia?

La risposta risiede nel Codice civile [1]: la legge prevede che ciascuno dei coniugi sia tenuto a contribuire ai bisogni della famiglia. Se tu accudisci i figli, i genitori anziani, ti occupi della casa, stai contribuendo senza dubbio ai bisogni della famiglia.

Tieni presente anche che per determinare l’entità della contribuzione occorre considerare le condizioni finanziarie dei coniugi, avendo riguardo anche agli apporti effettuati da ciascuno al momento del matrimonio [2]. L’abitazione della famiglia è di tua proprietà? Anche questo è un contributo. Il contributo alle necessità familiari, difatti, deve essere proporzionale alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo

Se tuo marito, dunque, ti fa pesare di essere l’unico che “porta dei soldi a casa”, ma tu contribuisci col lavoro a favore della famiglia e per di più hai contribuito mettendo a disposizione la casa di abitazione, sappi che si sta comportando in modo scorretto. E dal comportarsi male al comportarsi “peggio”, magari commettendo anche un reato, il passo è breve. Vediamo come.

Rifiuto di contribuire ai bisogni del coniuge

Tuo marito ti dà i soldi “contati” per la spesa, per i figli, ma poco o niente per quanto riguarda le tue esigenze personali? Devi sapere che l’obbligo di contribuire ai bisogni della famiglia è diretto a soddisfare le comuni e reciproche esigenze dei coniugi, garantendo a entrambi un unitario tenore di vita.

Questo significa che il partner non può destinare il suo reddito solo ai bisogni dei figli o della famiglia in senso ampio ma anche dello stesso coniuge, qualora abbia bisogno di assistenza. In altri termini tu, lavorando per la famiglia, presti assistenza materiale, evitando al partner di dover pagare una colf o una babysitter; il coniuge, potendo disporre di uno stipendio, deve contribuire ai bisogni della famiglia partecipando alle spese e conferendo del denaro anche per le tue esigenze.

Squilibrio nella divisione dei ruoli

In ogni caso, pagare le spese non comporta che il partner non debba alzare un dito in casa: deve partecipare anche lui alle attività di cura della famiglia, in proporzione alle proprie possibilità ed al proprio tempo libero. Vale anche il contrario: sei casalinga ma puoi disporre di entrate personali, magari percepisci un affitto da un immobile di proprietà? Devi contribuire in relazione alla tua disponibilità economica, al contributo materiale che offri lavorando come casalinga ed alle necessità della famiglia.

La famiglia non può funzionare “a senso unico”, o con grossi squilibri nei diritti e doveri reciproci. E il ricatto economico del coniuge nasce proprio da una disparità di fondo.

Ricatto economico del coniuge: conseguenze

Ma come ci si può ribellare concretamente a una situazione familiare in cui uno dei coniugi è estromesso completamente dalla gestione del denaro? E se il coniuge che gestisce redditi e patrimonio si rifiuta di contribuire alle spese della famiglia? Abbiamo osservato quali sono i rimedi sostanziali per ritrovare autostima e indipendenza economica, ma da un punto di vista giuridico si può fare qualcosa?

La violazione del dovere di contribuzione è un atto contrario ai doveri che derivano dal matrimonio, quindi è una violazione del Codice civile [1]. Questo comporta che, in caso di separazione, il coniuge inadempiente, che non ha contribuito a soddisfare i bisogni familiari, possa subire l’addebito: si tratta della dichiarazione di responsabilità pronunciata dal giudice, che comporta, tra le altre cose, l’impossibilità di ricevere l’assegno di mantenimento.

Ma le conseguenze dei ricatti economici del coniuge possono essere ben più gravi. Se, difatti, l’omessa o insufficiente contribuzione ai bisogni familiari è volontaria e ha comportato uno stato di bisogno dell’altro coniuge, il responsabile di questo comportamento può essere denunciato per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare [4].

A seconda del comportamento tenuto, il coniuge “ricattatore”, che ha tenuto il partner in stato di sudditanza economica e psicologica, può essere accusato anche del reato di “maltrattamento in famiglia” e di “violenza privata”.

Ordine di protezione

Denunciare non è facile, così come ricominciare da zero. Per fortuna, la legge [5] prevede, a favore della vittima di violenza domestica ed economica, lo strumento dell’ordine di protezione, una misura cautelare che può essere adottata dal giudice. Con l’ordine di protezione il giudice può adottare a carico del coniuge colpevole di maltrattamento misure accessorie come l’obbligo di pagare periodicamente una somma di denaro a favore dei familiari, se a causa dell’allontanamento risultino privi di mezzi di sussistenza. Può anche prevedere l’intervento dei servizi sociali o di associazioni di sostegno alle vittime di violenza privata.

Centri antiviolenza

Puoi comunque decidere, come primo passo e senza bisogno dell’impulso del giudice, di rivolgerti ad un centro antiviolenza. I centri antiviolenza sono luoghi in cui vengono accolte le donne che hanno subito violenza, anche economica. Grazie all’accoglienza telefonica, ai colloqui personali, all’ospitalità in case rifugio e ai numerosi altri servizi offerti, le donne maltrattate sono aiutate nel loro percorso di uscita dalla violenza. Questi centri offrono inoltre assistenza legale e psicologica ed orientamento al lavoro, sostegno alla genitorialità e laboratori per minori.


note

[1] Art. 143 cod. civ.

[2] Cass. 16 marzo 1977 n. 1047.

[3] Cass. n. 18749 del 17.09.2004.

[4] Art. 570 cod. pen.

[5] Artt. 342 bis e ter cod.civ.


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