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Così l’Europa ha salvato l’Italia dalla bancarotta

8 Giugno 2020 | Autore:
Così l’Europa ha salvato l’Italia dalla bancarotta

Il nostro Paese è passato da essere contributore netto a essere beneficiario netto dei soldi dell’Ue. Senza Bruxelles, il debito avrebbe fatto una strage.

Era il 26 marzo scorso. Il premier italiano, Giuseppe Conte, alla fine di un Consiglio europeo in videoconferenza a dir poco infuocato, respinge l’accordo sugli aiuti agli Stati membri per far fronte all’emergenza coronavirus e dice: «Se qualcuno dovesse pensare a meccanismi di protezione personalizzati elaborati in passato allora voglio dirlo chiaro: non disturbatevi, ve lo potete tenere, perché l’Italia non ne ha bisogno».

Insomma, se le cose stanno così, possiamo fare da soli. Due mesi dopo, fine maggio, la Commissione europea annuncia i fondi che arriveranno ai vari Paesi dell’Ue grazie al Recovery Fund, a quella sorta di «piano Marshall» approvato a Bruxelles. L’Italia è in testa alla graduatoria dei beneficiari e si prende la fetta più grossa della torta: 172,7 miliardi di euro sui 750 miliardi complessivi. 81,8 a titolo di stanziamento a fondo perduto: non bisognerà restituirli. 90,9 miliardi in prestito da restituire, tutto sommato, con calma.

Centosettandaduevirgolasette miliardi di euro. Conte ringrazia e con lui l’Italia intera deve ringraziare. Perché quello che si potrà fare con quella cifra per affrontare il peggiore disastro economico che il nostro Paese subisce dal Dopoguerra lo si deve solo ai soldi dell’Europa. E poi ci sarà il Mes, a cui il nostro Governo finirà per dire di sì perché sa che gli conviene. Lo ha detto velatamente anche il presidente del Parlamento europeo, l’italiano David Sassoli: «L’Italia partecipa al Mes con 14 miliardi e potrebbe utilizzarne fino a 37. Sono soldi già disponibili e possono essere utili a rafforzare la sanità pubblica nazionale».

Che piaccia o no, è così: l’Italia deve ringraziare l’Europa perché senza l’Ue arrivare alla bancarotta sarebbe stata una questione di tempo. È vero che si è mossa tardi e male all’inizio, ma alla fine è arrivata. E dopo aver riconosciuto che l’Italia meritava delle scuse per com’era stata trattata nella prima fase della trattativa sigli aiuti, ecco che ha riconosciuto al nostro Paese il merito di quello che ha fatto e il ruolo della principale vittima di un’emergenza senza precedenti che ha messo al tappeto interi settori produttivi, turismo e terziario in testa.

È passata poco più di una settimana da quando la presidenta della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha annunciato quanti soldi proponeva di destinare all’Italia con il Recovery Fund. E da allora, tutti si sono fregati le mani chiedendo e pregustando una parte più o meno cospicua di quei 172,7 miliardi. «Bisogna fare qui, bisogna spenderli là». Pretese che sarebbero state fatte senza i soldi dell’Europa? La verità è una sola: senza l’Unione europea, l’Italia sarebbe rimasta schiacciata sotto il peso del proprio debito pubblico per riuscire a fare molto meno di quello che potrà fare adesso. Il che non vuol dire che la strada per rimettere in sesto il Paese sarà in discesa, ma certamente non sarà così in salita come nel caso in cui dovesse fare tutto da sola.

Vogliamo qualche fatto concreto a sostegno di queste affermazioni? Ci mancherebbe altro. Fatto: il Recovery Fund ha consentito all’Italia di non ricoprire più il ruolo del semplice contributore netto al bilancio dell’Ue ma di essere un beneficiario netto del bilancio dell’Ue. Cosa che, ad esempio, non possono dire Francia e Germania, ritenuti da anni e da tutti i «capi supremi del club dei 27» a discapito degli altri. Lo diceva qualche giorno fa al Corriere della Sera il capo della ricerca del Policy Forum del fondo Algebris, Silvia Merler: «Nell’ipotesi più pessimista in cui non ci sia un aumento delle risorse proprie Ue da qui al momento in cui si inizia a ripagare, cioè dal 2028, l’Italia dovrà versare 54,7 miliardi in base alla propria quota nel bilancio Ue, che semplificando è pari al 13%. Questo significa un trasferimento netto di circa 32 miliardi, ovvero il 2% del Pil, calcolando 87 miliardi di stanziamenti. Poiché stiamo guardando solo alla componente di stanziamenti, questo è in tutto e per tutto un trasferimento fiscale netto che riceviamo dall’Ue».

Merler lo dice in parole più semplici, per spiegare che cosa cambia nella pratica: «La posizione netta dell’Italia nel bilancio Ue, cioè la differenza tra quanto versato e quanto ricevuto, negli ultimi anni è stata di circa 3,8 miliardi di contribuzione all’anno. Quindi il trasferimento netto che riceviamo è come se ci restituisse circa 8 anni di contributi netti versati nel bilancio Ue».

Fatto: la Commissione europea ha bloccato il Patto di Stabilità, consentendo ai singoli Governi di sforare il loro deficit per garantire degli aiuti alle imprese e alle famiglie colpite dal coronavirus. Cosa che, senza l’intervento di Bruxelles, non sarebbe stato possibile, perché avremmo ricevuto delle sanzioni e delle procedure di infrazione a catena.

Fatto: da quando è iniziata l’epidemia, l’Unione europea ha contribuito economicamente per il 75% alle spese di rimpatrio di oltre 4.000 cittadini Ue. Tre passeggeri su dieci erano cittadini di nazionalità diversa dal Paese che ha organizzato il ritorno a casa. Significa che il coordinamento a livello europeo c’è stato e ha permesso di poter parlare di solidarietà tra gli Stati membri.

Fatto: La Commissione europea ha dato una grossa mano a raccogliere 47,5 milioni di euro per sostenere 17 progetti di ricerca sui vaccini contro il coronavirus e 90 milioni di euro per l’Iniziativa di innovazione medica con l’industria farmaceutica. Singoli Paesi come l’Italia avrebbero potuto farlo da soli?

Fatto: l’Unione europea ha erogato 164 milioni di euro per start-up e imprese tecnologiche impegnate in progetti innovativi contro la pandemia.

Fatto: la Commissione europea ha impedito che Francia e Germania prima e Repubblica Ceca, Slovacchia e Bulgaria poi vietassero l’esportazione delle mascherine anche verso l’Italia.

Fatto: il Parlamento europeo ha varato un piano da più di 37 miliardi di euro per finanziare i sistemi sanitari, le piccole e medie imprese ed i settori più vulnerabili delle economie europee colpite dal coronavirus. A cui si sommano i 40 miliardi mossi dalla Banca centrale europea per le piccole e medie imprese tra prestiti ponte e sospensione di rimborsi di credito.

Fatto: l’Unione europea ha stanziato 50 miliardi di euro nel cuore dell’emergenza sanitaria per l’acquisto di ventilatori, dispositivi di protezione individuale ed altro materiale sanitario. Altro paio di maniche è che il Paese incaricato di immagazzinare queste scorte le abbia gestite a dovere.

Ora ci sono Mes, Recovery Fund e Sure, cioè il sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione al fine di aiutare le persone a mantenere il proprio posto di lavoro durante la crisi. Il sistema fornisce agli Stati membri prestiti fino a 100 miliardi di euro per coprire parte dei costi connessi alla creazione o all’estensione di regimi nazionali di riduzione dell’orario lavorativo.

Questi sono fatti. Toccherà all’Italia gestire e non sprecare a causa di sporchi giochi politici queste opportunità, senza le quali le alternative sarebbero state due: far affondare subito il Paese nella bancarotta per mancanza di fondi per aiutare famiglie e imprese a rialzarsi, oppure indebitarsi fino al collo e posticipare la bancarotta a breve o medio termine. Già molti imprenditori ed esercenti, soprattutto i più piccoli, si sono resi conto che nulla sarà più come prima, anzi: per molti di loro «nulla sarà» da adesso in poi. Ma senza il sostegno dell’Europa sarebbe andata molto peggio. Che piaccia o che non piaccia, a Cesare quel che è di Cesare e a Bruxelles quel che è di Bruxelles.



1 Commento

  1. Tutto vero e d’accordo ma… i guai per l’Italia sarebbero stati niente in confronto a ciò che sarebbe capitato alla Europa ed ai suoi frugali paesi (che si arricchiscono sui debiti italiani) con l’uscita anche dell’Italia dalla U.E.. la minaccia di rompere con l’europa ha portato al pettine il nodo della mancanza di una Federal reserve europea mai voluta perché ancora non esiste una federazione europea, non siamo neanche una confederazione di stati bensì una unione di interessi economici guidata da affaristi opportunisti egoisti. Forse è il caso di dire che l’Italia spinge l’ Europa salvandola dal precipizio in cui stava per cadere. E cadendo si sarebbe certamente disgregata.

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