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Pugno a gioco fermo durante partita: è reato?

8 Giugno 2020
Pugno a gioco fermo durante partita: è reato?

Scriminante sportiva: quando fare un fallo è vietato e può comportare l’obbligo di risarcimento del danno.

Il calcio è caratterizzato da una forte conflittualità, non certo derivante dalla natura dello sport – come invece potrebbe essere per il pugilato o per il rugby – ma per l’agonismo che spesso travalica i normali limiti del gioco. Così, a volte, si pensa che l’unico soggetto a cui nascondere eventuali falli sia l’arbitro. Non è così. C’è sempre l’occhio della giustizia – civile e penale – che, anche quando il direttore di gara è girato dall’altro lato, controlla e punisce le illegalità.

Di recente, è stato chiesto alla Cassazione se un pugno a gioco fermo durante la partita è reato. 

La risposta fornita dalla Corte [1] si riferisce a un match calcistico ma può essere usata per qualsiasi altro sport. Il punto nodale, infatti, è dato dal fatto che l’azione dolosa viene posta “a gioco fermo” e, quindi, non è conseguenza di un’azione fallosa. Il che la rende adattabile a qualsiasi occasione.

Premesso che anche per gli infortuni in campo è possibile trovare una giurisprudenza assai rigorosa, secondo cui è possibile ravvisare un reato tutte le volte in cui si eccede colpevolmente e consapevolmente dalle normali regole di gioco, ecco quali sono i principi enucleati dai giudici supremi in merito a tutti gli infortuni di gioco.

Scriminante del gioco sportivo

Non si può spiegare se un pugno a gioco fermo durante la partita è reato o meno se prima non vengono analizzati alcuni concetti di diritto penale.

Nel linguaggio giuridico, quando si parla di «scriminante» si intende un fatto che esclude la responsabilità del suo autore. Ad esempio, la legittima difesa scrimina (ossia, elimina il crimine) in caso di violenza o omicidio.

Il codice penale elenca le scriminanti. Esse sono:

Esistono poi delle scriminanti che non sono previste dal codice penale, tra cui quella dell’attività sportiva violenta. L’attività sportiva, certamente comporta una carica agonistica da cui consegue un contatto fisico che, eventualmente, può generare la commissione di reati. Esistono degli sport dove la violenza è immediata (ad esempio la boxe, le arti marziali, la lotta libera, pallanuoto), altri in cui è solo eventuale (il calcio, il basket) ed altri ancora in cui è del tutto esclusa (nuoto libero, tennis, atletica, ecc.).

Il rigore nel giudizio sulla condotta del colpevole è parametro dunque anche al tipo di attività sportiva praticata. 

Secondo la Cassazione, in caso di lesioni personali cagionate durante una competizione sportiva, non sussistono i presupposti di applicabilità della scriminante sportiva: 

  • quando non c’è alcun collegamento tra la lesione e la competizione sportiva; 
  • quando la violenza esercitata risulti sproporzionata in relazione alle concrete caratteristiche del gioco e alla natura e rilevanza dello stesso; 
  • quando scopo esclusivo o prevalente del colpevole era fare male, anche ove non consti, in tal caso, alcuna violazione delle regole dell’attività.  

Pugno a gioco fermo: è reato?

Un pugno dato a gioco fermo non può essere considerato come la conseguenza dell’azione sportiva, né può essere giustificato dalla rivalità dei contendenti. Del resto, anche al di fuori del campo sportivo, non esiste la scriminante della provocazione in caso di violenza fisica. Se, infatti, è possibile giustificare un’offesa come reazione a un’altra offesa ricevuta, per le lesioni non c’è scusa che possa tenere. 

Il pugno a gioco fermo non implica alcuna scriminante perché viene a mancare il collegamento tra la lesione e la competizione sportiva.

Dunque, un pugno a gioco fermo è equiparabile a un pugno dato per strada e, come tale, è reato. 

Imprescindibile presupposto della non punibilità della condotta riferibile ad attività agonistiche è che essa non travalichi il dovere di “lealtà sportiva”, il quale richiede il rispetto delle norme che regolamentano le singole discipline in modo che gli atleti non siano esposti a un rischio superiore a quello consentito da quella determinata pratica e accettato dal partecipante medio.

La scriminante non si applica al caso in cui le lesioni, procurate in occasione di una competizione sportiva, siano la risultante di una condotta posta in essere “a gioco fermo”. Il parametro per valutare la sussistenza della scriminante è l’osservanza delle regole del gioco, la cui violazione dev’essere giudicata in concreto, con riferimento alle condizioni psicologiche dell’agente. Così, la scriminante opera quando l’azione lesiva sia stata realizzata osservando le regole del gioco, in quanto trattasi di conseguenza coperta dal rischio consentito. 

Parimenti, rientra nell’ambito di operatività della scriminante l’evento lesivo frutto di una violazione involontaria delle regole del gioco, nella misura in cui il medesimo sia strettamente collegato alla competizione sportiva, ovvero rappresenti una naturale conseguenza dell’azione di gioco. 

Al contrario, laddove l’azione lesiva sia frutto di una violazione intenzionale delle regole del gioco, come nel caso in cui un giocatore intervenga sull’avversario a gioco fermo, deve escludersi l’operatività della scriminante, data l’assenza di collegamento funzionale tra l’azione lesiva e rivelandosi il gioco un mero pretesto per la condotta violenta [2].

Azione fallosa: è reato?

La responsabilità sportiva sussiste se l’atto doloso del partecipante (ossia posto in malafede e con la consapevolezza del fallo) sia stato compiuto con la volontà di far del male: si pensi ad una condotta connotata da una tale violenza da rendersi oggettivamente incompatibile con le caratteristiche concrete del gioco.

La responsabilità sportiva non sussiste invece: 

  • se le lesioni siano la conseguenza di un atto posto in essere senza la volontà di ledere e senza la violazione delle regole dell’attività; 
  • se, pur in presenza di violazione delle regole proprie dell’attività sportiva svolta, l’atto sia a questa funzionalmente connesso.  

In entrambi i casi, tuttavia, vi è ugualmente responsabilità tutte le volte in cui viene impiegato un grado di violenza o irruenza incompatibile con le caratteristiche dello sport praticato oppure incompatibile col contesto ambientale nel quale l’attività sportiva si svolge in concreto, o con la qualità delle persone che vi partecipano. Per esempio, una scivolata da dietro a forbice, a pallone lontano, realizzata da un giocatore giovane che giochi a calcetto con altre persone molto più anziane di lui, da cui derivi ad uno di costoro la lesione del tendine quasi sicuramente comporterebbe una responsabilità e l’obbligo del risarcimento del danno [3].

In tema di lesioni personali cagionate durante una competizione sportiva che implichi l’uso della forza fisica e il contrasto anche duro tra avversari, l’area del rischio consentito è delimitata dal rispetto delle regole tecniche del gioco, la violazione delle quali va valutata in concreto, con riferimento all’elemento psicologico dell’agente il cui comportamento può essere la colposa, involontaria evoluzione dell’azione fisica legittimamente esplicata o, al contrario, la consapevole e dolosa intenzione di ledere l’avversario “approfittando” della circostanza del gioco [4].

In tema di lesioni cagionate colposamente a terzi nell’esercizio di attività sportive, ai fini dell’affermazione della responsabilità penale è necessario accertare se l’evento lesivo si sia o meno verificato nel corso di una “tipica azione di gioco”, specificamente ricostruita in punto di fatto, non potendo essere desunta la natura colposa della condotta unicamente dalla circostanza della rilevazione di un “fallo” fischiato dall’arbitro. Ebbene, nel caso in esame, la condotta risulta posta in essere allorquando i giocatori delle due squadre si stavano posizionando per, rispettivamente, sfruttare la posizione e difendere la propria porta, mettendo a punto le consuete marcature in attesa che l’arbitro fischiasse per il calcio di punizione. A ben vedere, dunque, il gioco era indiscutibilmente fermo, e il pugno sferrato dall’imputato era chiaramente diretto e volontario, nonché avulso da qualsiasi dinamica di gioco.


note

[1] Cass. sent. n. 14685/20 del 12.05.2020. 

[2] Trib. Milano, sent. n. 7173/2017.

[3] Cass. sent. n. 11270/18 del 10.05.2018.

[4] Cass. sent. n. 11991/2016.


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