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Mobbing: danni alla salute

8 Giugno 2020
Mobbing: danni alla salute

Risarcimento Inail per la malattia professionale dovuta a costrizione organizzativa.  

Anche se qualcuno la chiama «malattia da mobbing», a ben vedere il mobbing non è una malattia ma una situazione lavorativa conflittuale che può comunque determinare gravi ripercussioni sulla salute del dipendente. La grave e perdurante distorsione delle relazioni interpersonali che si verifica in questi casi è fonte di intense sofferenze psichiche e, spesso, di alterazioni permanenti dell’umore o della personalità. Ma chi paga i danni alla salute del mobbing? 

Sicuramente, la responsabilità è del datore di lavoro, tant’è che è a quest’ultimo che bisogna intentare la causa per il risarcimento. Tuttavia, a pagare sarà l’Inail. A chiarirlo sono due importanti sentenze delle Cassazione [1], la prima delle quali è stata da noi commentata nella guida Mobbing: chi paga il risarcimento del danno?

Di recente, la Corte è tornata a ribadire l’indennizzabilità dei danni alla salute da mobbing anche se non rientranti nelle tabelle Inail. Ecco la sintesi della pronuncia in oggetto.

Quando scatta il mobbing

I requisiti del mobbing sono:

  • la pluralità delle azioni illecite. Una singola azione, per quanto illegittima, non può -essere mobbing (si pensi a una dequalificazione);
  • la reiterazione di tali condotte nel tempo. In assenza di tale elemento, si configura un illecito simile ma meno grave del mobbing: lo straining;
  • l’unitarietà del fine che le sorregge: ossia la persecuzione e l’emarginazione del dipendente;
  • una lesione alla sfera professionale, morale, psicologica e/o fisica del lavoratore.

Si verifica, ad esempio, il mobbing in caso di situazioni di emarginazione, demansionamento, inattività coatta, denigrazione, dequalificazione, interruzione della carriera professionale, discriminazione.

Il mobbing può essere compiuto sia dal datore di lavoro, sia dai superiori gerarchici del lavoratore (cosiddetto mobbing verticale), sia dai suoi colleghi di pari grado (cosiddetto mobbing orizzontale). In tutti i casi, l’azienda è sempre responsabile, gravando sull’imprenditore l’obbligo di garantire la salute psicofisica dei dipendenti. 

Chi paga per i danni alla salute da mobbing?

Il dipendente mobbizzato deve agire, in tribunale, contro il datore di lavoro per chiedere il risarcimento dei danni derivanti dalla lesione all’integrità psico-fisica. Su di lui grava l’onere di dimostrare la dipendenza dei danni alla salute dal comportamento del datore di lavoro. Si tratta di un’azione civile.

Eccezionalmente, il mobbing può essere reato quando si sostanzia in condotte punite dal codice penale come la diffamazione, le violenze, i maltrattamenti (leggi: Mobbing, quand’è reato).

Ma chi risarcisce il mobbing? Sicuramente, l’Inail, anche se la fattispecie del mobbing non rientra tra le “malattie” tabellate dell’Inail stesso. A tanto è arrivata la Cassazione nelle più recenti pronunce affermando che il mobbing “da costrizione organizzativa” è indennizzabile dall’Inail anche se non codificato nelle tabelle di specie.

Secondo la Suprema Corte, in materia di assicurazione sociale, accanto al rischio specifico proprio o tipico del lavoro cui è addetto il dipendente, esiste anche il rischio specifico improprio, ossia quello non strettamente insito nell’atto materiale della prestazione ma che, comunque, è collegato con la stessa prestazione. 

La stessa linea interpretativa è stata tenuta dalla Cassazione a proposito delle malattie professionali come il fumo passivo delle sigarette: la protezione assicurativa, e quindi il risarcimento, sono stati estesi anche alle malattie non direttamente riconducibili all’attività lavorativa stessa ma comunque collegate al fatto dell’esecuzione del lavoro all’interno di uno specifico ambiente di lavoro. È ciò che del resto succede anche con l’infortunio in itinere: l’incidente stradale occorso per recarsi in azienda, anche se non collegato direttamente all’attività lavorativa, è oggetto di risarcimento da parte dell’Inail.

Tale pensiero è stato poi confermato dalla Corte Costituzionale [2] che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, comma primo, del Testo Unico n. 1124 del 1965 nella parte in cui non prevede che l’assicurazione contro le malattie professionali nell’industria è obbligatoria anche per le malattie diverse da quelle comprese nelle tabelle allegate. 

Dunque, l’assicurazione contro le malattie professionali è obbligatoria per tutte le malattie, anche diverse da quelle causate da una lavorazione specificata o da un agente patogeno indicato nelle tabelle. Ciò purché si tratti – si badi – di malattie delle quali sia comunque provata la causa di lavoro. 

Vanno quindi risarciti tutti i danni conseguenti alle malattie di natura fisica o psichica riconducibili al rischio del lavoro, sia che riguardi la lavorazione, sia che riguardi l’organizzazione del lavoro e le modalità della sua esplicazione. 

Pertanto, ogni forma di tecnopatia che possa ritenersi conseguenza di attività lavorativa può dirsi assicurata all’Inail, anche se non è tassativamente compresa tra le malattie indicate nelle tabelle del risarcimento. Al lavoratore spetta dimostrare soltanto il nesso di causa-effetto tra la lavorazione patogena e la malattia.


note

[1] Cass. ord. n. 8948/20 del 14.05.2020 e Cass. ord. n. 6346/19 del 5.03.2019.

[2] C. Cost. sent. n. 179/1988.

Autore immagine: it.depositphotos.com


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