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Come dimostrare la convivenza

9 Giugno 2020 | Autore:
Come dimostrare la convivenza

Convivenza di fatto e convivenza non registrata: qual è la differenza? Come si prova una convivenza? Quali sono i diritti dei conviventi?

Da tempo vivi insieme alla tua compagna; l’unione è stabile e duratura, anche se non avete ancora avuto bambini. Entrambi siete scettici riguardo al matrimonio: siete felici così, non c’è bisogno di particolari formalità o consacrazioni. Siete tuttavia a conoscenza della possibilità di registrare la vostra convivenza all’ufficio anagrafe comunale: grazie alla nota legge Cirinnà, infatti, anche alle persone non sposate ma conviventi spettano dei diritti stabiliti direttamente dall’ordinamento giuridico. A questo punto, si pone però il problema di come dimostrare la convivenza.

Come ti spiegherò nel corso di questo articolo, il riconoscimento della convivenza di fatto contemplata dalla legge può essere ottenuta mediante una semplice dichiarazione anagrafica resa, sotto la propria responsabilità, all’ufficio anagrafe del Comune di residenza. Quanto dichiarato sarà oggetto di controllo da parte delle autorità, le quali verificheranno la veridicità di quanto asserito (ad esempio, la coabitazione all’interno dello stesso immobile).

La prova della convivenza può tornare utile anche nel caso in cui i conviventi non vogliano registrare la propria condizione in Comune, ma intendano comunque beneficiare di quei vantaggi (minimi) che sono attribuiti a coloro che, legati da un profondo vincolo affettivo, non abbiano alcun tipo di riconoscimento formale da parte della legge. Vediamo dunque come si può provare una convivenza tra due persone.

La convivenza di fatto nella legge Cirinnà

Secondo la legge Cirinnà [1], si intendono per conviventi di fatto due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.

È indifferente il sesso dei conviventi: la coppia può essere sia eterosessuale che omosessuale.

L’accertamento della stabile convivenza

Secondo la legge, per l’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica che ciascun convivente può rendere innanzi all’ufficiale dello stato civile del Comune competente.

Per la precisione, la dichiarazione di convivenza può essere resa da ciascun interessato; deve essere sottoscritta in presenza del dipendente addetto ovvero sottoscritta e presentata unitamente a copia fotostatica non autenticata di un documento di identità del sottoscrittore.

La copia dell’istanza sottoscritta dall’interessato e la copia del documento di identità possono essere inviate per via telematica, ad esempio tramite pec, oppure a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento.

Se le dichiarazioni sono state rese da un unico convivente, ai fini dell’applicazione dei benefici di legge, il dichiarante ne deve dare comunicazione all’altro partner a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento.

A seguito della dichiarazione anagrafica resa, il Comune procederà a compiere gli opportuni accertamenti (riguardanti principalmente il requisito della stabile convivenza), a seguito dei quali rilascerà il certificato di residenza e lo stato di famiglia, qualora la coppia non ne sia già in possesso poiché non conviveva in precedenza.

Come si dimostra la convivenza di fatto?

Se i nuovi conviventi hanno appena dichiarato al Comune il proprio status, allora basterà semplicemente fornire la dichiarazione anagrafica di cui al paragrafo superiore: dopo gli opportuni controlli, si potrà chiedere il certificato di residenza e lo stato di famiglia.

Al contrario, se la coppia conviveva già da tempo, allora la dichiarazione al Comune servirà solamente per ottenere formalmente il riconoscimento della convivenza di fatto, con tutti i benefici che ne conseguono.

In un’ipotesi del genere, la convivenza risulterebbe già provata dal certificato di residenza, dal quale si evince che la coppia vive nello stesso Comune, e dallo stato di famiglia, in cui è riportata la composizione della famiglia anagrafica, ovverosia i nomi di coloro che abitano insieme nello stesso immobile.

Di per sé, dunque, già questi due documenti costituirebbero una prova della coabitazione effettiva e del legame esistente tra i conviventi.

Ulteriori prove possono essere la presenza di figli della coppia, nonché di documentazione dalla quale si evince che i conviventi stiano stabilmente insieme: pensa ad esempio al contratto di mutuo cointestato.

Inoltre, lo stabile legame affettivo di coppia può essere provato perfino mediante le dichiarazioni rese dai testimoni, cioè da persone estranee alla coppia ma che siano in grado di attestare la stabile unione.

Come provare la coppia di fatto non registrata in Comune?

Quanto detto nel paragrafo precedente vale anche per coloro che, non avendo registrato la convivenza presso l’ufficio anagrafe del Comune di residenza, vogliano però beneficiare dei vantaggi che spettano a tutti i conviventi, a prescindere dal loro riconoscimento formale.

La coppia di fatto potrà dimostrare il legame affettivo stabile e duraturo con tutti i mezzi sopra indicati, e cioè con:

  • il certificato di residenza;
  • il certificato di stato di famiglia;
  • il certificato di nascita dei figli;
  • contratti cointestati (mutuo, assicurazione, ecc.);
  • dichiarazioni testimoniali.

Prova della convivenza: a cosa serve?

La prova della convivenza è fondamentale per ottenere le prerogative riconosciute dalla legge alle coppie unite da uno stabile legame affettivo.

Come anticipato in premessa, bisogna distinguere tra la convivenza di fatto registrata in Comune e la convivenza non registrata: la prova della prima, infatti, dà luogo a benefici che non spettano, invece, ai conviventi del secondo tipo.

Convivenza di fatto: benefici di legge

Secondo la legge Cirinnà, il riconoscimento formale della convivenza di fatto comporta l’attribuzione di specifici doveri e diritti. Tra i più significativi:

  • al convivente spettano gli stessi diritti previsti per il coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario (diritto di visita al convivente detenuto, ecc.);
  • in caso di malattia grave tale da comportare un deficit della capacità di intendere e volere, il convivente può delegare l’altro a rappresentarlo in tutte le decisioni che lo riguardano in ambito di salute; al convivente è riconosciuto altresì il diritto di visita e di assistenza nelle strutture ospedaliere;
  • il convivente superstite succede nel contratto di locazione al convivente defunto, e può anche essere inserito nelle graduatorie per l’assegnazione degli alloggi popolari;
  • al convivente di fatto che presta stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato;
  • la coppia ha la possibilità di stipulare dei veri e propri contratti di convivenza con i quali disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune;
  • in caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. In tali casi, gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza, in proporzione alla capacità patrimoniale dell’obbligato.

Convivenza di fatto non registrata: quali benefici?

Come ricordato più volte, alla coppia che non abbia registrato la convivenza presso l’ufficio anagrafe del Comune spettano ugualmente alcuni diritti, anche se in misura minore rispetto a quelli attribuiti dalla legge Cirinnà alle convivenze di fatto formalmente riconosciute.

Si tratta per lo più di diritti formatisi col tempo grazie al lavoro costante della giurisprudenza; i più importanti sono i seguenti:

  • diritto di vivere nella stessa casa, per cui non si può cacciare di casa l’altro dall’oggi al domani. Il convivente non proprietario dell’immobile vanta infatti un diritto di possesso che non gli può essere negato;
  • diritto di subentrare nel contratto di locazione alla morte del convivente;
  • diritto all’affidamento dei figli, in quanto i genitori hanno il diritto all’affidamento dei figli a prescindere dal tipo di unione;
  • diritto al risarcimento del danno nel caso di morte per fatto illecito altrui (per esempio, a causa di un sinistro stradale). Nello specifico, il diritto al risarcimento scatta solo se la convivenza abbia una stabilità tale da far ragionevolmente ritenere che, ove non fosse intervenuta l’altrui azione, sarebbe continuata nel tempo;
  • diritto a trattenere le somme e i beni ricevuti durante la convivenza (ad esempio, i regali, le piccole donazioni, ecc.);
  • diritto al permesso di soggiorno. Ai fini del rilascio del permesso di soggiorno rileva anche la convivenza stabile dello straniero che dimostri di trarre da tale tipo di rapporto mezzi leciti di sostentamento. Per la stessa ragione non si può espellere lo straniero non solo in caso di matrimonio, ma anche di convivenza in Italia, con una donna incinta.

note

[1] Art. 1, comma 36, legge n. 76 del 20.05.2016 (legge Cirinnà).

Autore immagine: Pixabay.com


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