Bypass cuore: come prevederne lo spegnimento

8 Giugno 2020 | Autore:
Bypass cuore: come prevederne lo spegnimento

Uno studio per comprendere l’indicatore spia e imparare a personalizzare l’uso di farmaci post-impianto.

Come prevedere il rischio che un bypass cardiaco a un certo punto si chiuda, nonostante i farmaci assunti per evitarlo? La nuova scoperta arriva da Marina Camera e colleghi dell’Unità di Biologia cellulare e molecolare cardiovascolare del Centro cardiologico Monzino di Milano. Il biomarcatore spia identificato può predire, paziente per paziente e prima dell’intervento chirurgico – spiegano dall’Irccs del cuore – il rischio di occlusione del bypass aortocoronarico impiantato, fornendo al cardiochirurgo uno strumento per ottimizzare la terapia farmacologica e quindi il risultato dell’operazione. Il lavoro è pubblicato sul ‘Jacc’, il ‘Journal of the American College of Cardiology’ come riporta una nota stampa dell’agenzia Adnkronos.

I ricercatori hanno scoperto che “un insieme specifico di microvescicole, particelle infinitesimali che vengono rilasciate dalle cellule dei vasi sanguigni e del sangue” e che funzionano come postini biologici, “rispecchia uno stato di attivazione delle piastrine e di produzione di trombina, due condizioni favorevoli ai processi che portano all’occlusione del bypass“.

Si tratta di un evento che, “a un anno dalla chirurgia – riferisce Camera – si verifica in circa il 20-25% dei pazienti malgrado l’assunzione della terapia antiaggregante piastrinica a base di aspirina. Il problema è capire in anticipo chi appartiene a quella percentuale, per potergli eventualmente somministrare una doppia terapia antiaggregante” che è “più efficace nel prevenire la chiusura del bypass”, ma “potrebbe esporre al rischio di sanguinamento”.

Nella nuova ricerca “mostriamo come sia possibile’pesare’ il rischio di occlusione del bypass aortocoronarico attraverso lo studio delle microvescicole, un’area di ricerca di grandissimo interesse biologico e fisiopatologico – evidenzia Camera -che è valsa il Nobel per la Medicina nel 2013 a due scienziati americani (James Rothman e Randy Schekman) e a un tedesco (Thomas Sudhof). Queste particelle sono utilizzate da ogni cellula per la comunicazione con le altre cellule”, appunto “come fossero postini biologici. Sono riconducibili alle cellule di origine e proprio per questo sono in grado di segnalare un’alterazione dell’organo o del tessuto da cui provengono”.

“Sfruttando la biobanca di plasmi costituita durante l’arruolamento di330 pazienti sottoposti a bypass – riporta la specialista – abbiamo dimostrato come la presenza di una determinata combinazione di microvescicole, la cosiddetta firma molecolare, fosse associata a occlusione del bypass a un anno dall’intervento”. Gli autori hanno infatti osservato che, a parità di fattori di rischio, i pazienti con bypass occluso avevano “un numero da 2 a 4 volte superiore del nuovo biomarcatore, oltre a una maggiore capacità coaugulante rispetto ai pazienti con bypass pervio”.

“La ‘firma’ rispecchia infatti una maggiore attivazione delle piastrine che, aggregandosi, possono formare trombi all’interno del bypass e generare molecole di trombina. Questa proteina, oltre al suo ruolo nella coaugulazione – ricordano dal Monzino – può promuovere infiammazione e processi di proliferazione cellulare che inducono l’occlusione del bypass“.

“Il nostro studio – conclude Camera – offre uno strumento reale per personalizzare il trattamento farmacologico, perché il nuovo biomarkerpuò aiutare il cardiochirurgo nella scelta del paziente da trattare con terapia antiaggregante più intensa e in quale misura. Ora i risultati andrebbero confermati in uno studio più ampio e multicentrico. Noi al Monzino siamo già pronti a intraprendere questo nuovo studio perché disponiamo di un laboratorio tecnologicamente avanzato e di un team di ricercatori formati a un dialogo e ad una collaborazione permanente con i clinici”.



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