La giustizia italiana è rimasta paralizzata

8 Giugno 2020
La giustizia italiana è rimasta paralizzata

Udienze ferme al 15% dei ruoli; cancellerie inaccessibili; Babele di provvedimenti degli Uffici. Ma il ministro Bonafede garantisce il ritorno alla normalità.

La Fase 3 non sfiora ancora la giustizia italiana, che oggi rimane «paralizzata e quasi del tutto inaccessibile»: lo denunciano in un comunicato congiunto, indirizzato al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, le rappresentanze del Consiglio Nazionale Forense (Cnf) e dell’Organismo Congressuale Forense (Ocf), sottolineando che il sistema giudiziario «ha raggiunto uno dei livelli più critici della storia repubblicana».

«Così è a rischio la tenuta socio-economica del Paese, privato dal presidio imprescindibile della funzione giurisdizionale», lamentano la presidente facente funzioni del Cnf, Maria Masi, e il coordinatore dell’Ocf, Giovanni Malinconico. «Il perdurare di una situazione di stallo nei tribunali non può più trovare giustificazione nel momento in cui l’intero Paese sta invece programmando la ripartenza di tutte le attività produttive e sociali», sottolineano gli esponenti, formalizzando la protesta degli operatori del settore che notano come proprio la giustizia sia il settore rimasto più indietro nel percorso di ripresa delle attività, e senza ragioni valide.

Ora, «l’Avvocatura esige la reale ripresa dell’attività giudiziaria» – prosegue il comunicato, e chiede al ministro «che si riparta immediatamente con la trattazione delle udienze in compresenza fisica, con la sola eccezione dei casi in cui ciò sia motivatamente impossibile per persistenti esigenze di natura sanitaria, e in alternativa con le modalità telematiche già individuate purché effettive e non pretesto di ingiustificati rinvii».

Il messaggio ha già raggiunto il tavolo ministeriale presieduto dal Guardasigilli, Alfonso Bonafede, che al termine dell’incontro con le rappresentanze degli avvocati e dei magistrati dell’Anm garantisce: «Ci indirizziamo verso la riapertura generale», annuncia che «il quadro sanitario è migliorato» ed assicura che «la giustizia deve tornare in tempi celeri alla normalità», senza però indicare ancora provvedimenti concreti, se non quando ribadisce che «le eccezioni alla riapertura generale dovranno essere debitamente motivate da ragioni sanitarie conclamate». Il ministro ha definito gli incontri con le categorie «positivi: tutti si sono trovati d’accordo nel prendere atto del miglioramento del quadro sanitario nazionale rispetto alla pandemia».

Alle proteste della categoria si aggiunge anche la voce dei penalisti. In un comunicato l’Unione Camere Penali Italiane segnala che l’attuale quadro non ha alcuna giustificazione, viste le modalità generali di ripresa delle attività. «L’attività giudiziaria in generale e le udienze in particolare sono riprese in misura minima. In molti palazzi di giustizia è necessario avere appuntamenti rilasciati via mail per poter accedere alle cancellerie e alle segreterie, che peraltro osservano orari di apertura assai ridotti, e l’attività di udienza non supera il 15 – 20% dei ruoli», sottolinea l’Ucpi, evidenziando «una situazione di blocco dovuta anche e soprattutto al collocamento in smart working della maggior parte del personale amministrativo, che peraltro da casa non può accedere né ai fascicoli né ai registri».

Tale situazione – proseguono le Camere Penali «è stata descritta da tutte le rappresentanze dell’Avvocatura alla consultazione convocata dal ministro»; i penalisti ritengono che l’attuale quadro di paralisi diffusa «non abbia alcuna giustificazione, viste le modalità generali della ripresa delle attività nel Paese e la concreta situazione epidemiologica». E ricordano che «l’organizzazione giudiziaria è un servizio e il suo fermo si risolve in una negazione dei diritti ai cittadini». Poi evidenziano ancora, riferendosi alla ripartenza avvenuta nel caos dal 12 maggio in poi, che «la Babele dei tanti provvedimenti dei capi degli Uffici giudiziari, e a cascata dei singoli giudici, si è rivelata una risposta inadeguata all’agevolazione della ripresa».

Gli avvocati chiedono quindi «un intervento diretto da parte del Governo per porre fine a questa situazione e consentire in tempi rapidi il pieno ritorno alla normalità del funzionamento della macchina giudiziaria, nel rispetto delle regole sanitarie che valgono per tutti, con l’ulteriore previsione della possibilità di tenere udienze ovunque anche nel pomeriggio, eventualmente recuperando la giornata del sabato e intervenendo per utilizzare anche il periodo ordinariamente coperto dalla sospensione feriale, misure necessarie anche per intervenire sin da subito sull’enorme arretrato, acuito dalla chiusura», ha riferito il presidente delle Camere Penali durante l’incontro avuto con il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, al termine del quale l’avvocatura «attende risposte rapide e concrete».

Intanto, le disfunzioni proseguono in varie parti d’Italia. Venerdì scorso al tribunale di Napoli si è saturata la casella Pec del processo civile telematico; la segnalazione dell’inconveniente è partita proprio dagli avvocati del locale Consiglio dell’Ordine e la presidente del tribunale, Elisabetta Garzo, dopo aver verificato la situazione ha emesso un comunicato per attestare che «i depositi inviati nelle ultime ore non giungono a destinazione» ed ha ritenuto inopportuno, a causa del rischio di diffusione del Covid-19, di autorizzare il deposito cartaceo in alternativa a quello telematico, invitando però tutti i giudici civili e del lavoro del distretto partenopeo a dare disponibilità alle istanze di rimessione in termini per gli atti in scadenza durante il blocco tecnico.



2 Commenti

  1. E’ VERO CHE STO’ SCRIVENDO COMMENTI IN FRETTA,MA O TANTO BISOGNO DI COLLABORAZIONE POICHE DA “QUATTRO ANNI SENZA MOTIVO” NON MI EROGANO LA PENSIONE,O “SETTANTASEI ANNI” E’ NON SO COME CAMPARE.
    RINGRAZIO DI QUANTO POTRETE FARE PER ME.
    IN FEDE CECILIA LOLIVA PINTO STUDENTE DETECTIVE

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