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Gli scudi penali del coronavirus

9 Giugno 2020 | Autore:
Gli scudi penali del coronavirus

Sicurezza sul lavoro, contanti e lavoro nero: le proposte del Comitato Colao depenalizzano alcuni comportamenti che fino a oggi portano in galera.

Lo Stato si tura il naso (o lo protegge dietro la mascherina) davanti a determinate situazioni. Non è che il coronavirus giustifichi tutto ma qualcosa la perdona. Così, i decreti che sono stati approvati nelle ultime settimane hanno creato degli scudi fiscali a imprese e contribuenti. E il piano di rilancio della task force di Colao ha suggerito di rafforzarli.

Per esempio, i tecnici della task force istituita dal Governo per avere qualche dritta su come uscire dalla crisi hanno chiesto di «escludere il contagio Covid-19 dalla responsabilità penale del datore di lavoro per le imprese non sanitarie». Questo significa che se il titolare di un’azienda adotta i sistemi di sicurezza richiesti dalla legge, se un dipendente si ammala di Covid in ufficio non è colpa del datore di lavoro.

Questo è un importante strappo alla legge. Va ricordato che la responsabilità del datore di lavoro viene attribuita, innanzitutto, dalla Costituzione in materia di:

  • tutela della salute nei luoghi di lavoro (art. 32);
  • tutela del lavoro (art. 35);
  • tutela del lavoratore in caso di infortunio, malattia (art. 38).

La Costituzione, inoltre, stabilisce che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da arrecare danno alla sicurezza alla libertà o alla dignità umana (art. 41).

Esimere il datore di lavoro dalla sua responsabilità se un suo dipendente si ammala di Covid all’interno della sede di lavoro, quindi, è uno scudo penale non di poco conto, perché significa far ricadere sul lavoratore ogni colpa.

Ancora. Lo Stato si tura il naso davanti ai contanti guadagnati in nero che un contribuente ha nascosto finora in casa o dentro una cassetta di sicurezza e, comunque, lontano dagli occhi del Fisco. Soldi che ha potuto utilizzare per qualsiasi tipo di pagamento senza pagare le tasse prelevate da un conto corrente. A dir tanto, paga solo l’Iva sui beni o sui servizi acquistati.

Il piano Colao prevede a tal proposito una Voluntary Disclosure sul contante e altri valori derivanti da redditi non dichiarati. In termini meno inglesi e più «terra a terra», una sorta di condono a favore di chi alza il dito e dice: «Scusi, avrei tot-mila-euro sotto il materasso che non ho mai dichiarato». Una volta, questo contribuente sarebbe stato messo al muro con l’accusa di evasione fiscale (che può essere reato). Oggi, il Comitato di Colao chiede al Fisco di fare il bravo e di non esagerare. Di convincere, piuttosto, il contribuente a dichiarare quei soldi, se anche provenissero da un lavoro nero, in cambio di un’imposta sostitutiva e dell’impiego per un periodo minimo di tempo di una parte significativa dell’importo in attività funzionali alla ripresa o dell’investimento in social bond nominativi o altri strumenti analoghi. Do ut des, per capirci.

Il tutto in base all’entità dei soldi tenuti in gattabuia, alla posizione lavorativa del contribuente e all’attività che svolge. Ad ogni modo, il messaggio è questo: dimmi che hai tenuto del denaro nascosto, paghi qualcosa e non vai in galera. Tutto sommato, un compromesso da valutare.

Legato a questo, c’è il terzo scudo penale del rapporto Colao. Quello relativo proprio al lavoro nero. Si legge nel rapporto del Comitato: «Favorire l’emersione attraverso opportunità di Voluntary Disclosure ai fini della regolarizzazione, prevedendo un meccanismo di sanatoria e incentivazione riducendo contribuzione cuneo fiscale, nonché sanzioni in caso di falsa dichiarazione o mancato perfezionamento delle procedure di emersione». In altre parole: dimmi che hai lavorato o che hai fatto lavorare in nero, e ti do dei benefici fiscali, oltre a non mandarti in galera. Altro compromesso da non sottovalutare.



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