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Risarcimento del danno ambientale: ultime sentenze

5 Aprile 2021
Risarcimento del danno ambientale: ultime sentenze

Lesione di un interesse pubblico all’integrità e alla salubrità dell’ambiente; legittimazione a chiedere il risarcimento del danno ambientale; sanzione; termine prescrizionale dell’azione di risarcimento.

Privati e associazioni di cittadini possono chiedere un ristoro all’autore della condotta solo se provano un danno patrimoniale o non patrimoniale. Per maggiori informazioni leggi le ultime sentenze sul risarcimento del danno ambientale.

Risarcibilità del danno ambientale in favore degli enti territoriali

Il danno ambientale propriamente inteso è di esclusiva spettanza dello Stato e pertanto non risarcibile in favore degli enti territoriali costituitisi parte civile nei procedimenti per condotte illecite in materia ambientale.

Corte appello Perugia, 02/11/2020, n.627

Danno ambientale: presupposti risarcimento

A mezzo dell’azione prevista dagli artt. 309 ss., d.lg. n. 152 del 2006, che può essere attivata su impulso di regioni, province autonome, enti locali, persone fisiche o giuridiche nonché organizzazioni non governative che promuovono la protezione dell’ambiente, si intende tutelare il valore « Ambiente », che costituisce l’oggetto di uno specifico interesse pubblico rispetto a casi di danno o anche di semplice minaccia di danno ambientale; in tal caso, quindi, il bene della vita tutelato in via diretta dal Legislatore non è l’interesse particolare di un soggetto che chiede di essere risarcito per il danno cagionato alla propria sfera patrimoniale, bensì l’interesse alla tutela ambientale posto in capo al Ministero dell’ambiente che, su sollecitazione dei soggetti sopra indicati, adotta le necessarie misure di precauzione, prevenzione e contenimento del danno a seguito della apposita valutazione discrezionale che è chiamato a svolgere ai sensi del comma 3 dell’art. 309, d.lg. cit.

Consiglio di Stato sez. IV, 20/10/2020, n.6349

Risarcimento del danno ambientale o pagamento di una somma pari al profitto del trasgressore

Per le opere eseguite senza la previa autorizzazione paesaggistica, l’art. 167, comma 5, d.lgs. n. 42/2004 prescrive, alternativamente, il risarcimento del danno ambientale o il pagamento di una somma pari al profitto del trasgressore. La scelta tra le due opzioni si basa su un criterio quantitativo, in quanto deve essere sempre applicata quella più afflittiva. Se non è individuato un danno ambientale, rimane comunque l’assoggettamento alla sanzione pecuniaria correlata al profitto del trasgressore.

Non è concessa la prova dell’assenza di un profitto, in quanto la sanzione ha anche la finalità di rendere non convenienti le opere eseguite al di fuori dell’autorizzazione che tutela il vincolo paesistico. Solo il ravvedimento operoso del trasgressore, purché l’eliminazione spontanea delle opere abusive risulti completa e non lasci tracce di danno ambientale, consente di evitare sia il risarcimento sia la sanzione pecuniaria. Appare coerente con l’impostazione della norma nazionale, l’art. 83 della l. reg. Lombardia n. 12/2005, che, in assenza di danno ambientale, presume un profitto minimo per il trasgressore pari ad euro 500,00 e su questa soglia fissa il minimo della sanzione pecuniaria.

T.A.R. Brescia, (Lombardia) sez. II, 08/07/2020, n.528

Danni ambientali provocati prima dell’entrata in vigore dell’art. 17 del d.lgs. n. 22/1997

La normativa contenuta nell’art. 17 del d.lgs. n. 22 del 1997 e negli artt. 239 e ss. d.lgs. n. 152/2006 non ha in realtà introdotto una nuova figura di illecito, ma si è limitata a regolare diversamente le conseguenze dell’illecito ambientale, figura che rientra in quella più ampia dell’illecito civile disciplinata dagli artt. 2043 e ss. c.c., la quale peraltro aveva già trovato speciale disciplina con l’art. 18, comma 8, l. n. 349 del 1986.

In particolare, la nuova normativa, considerata la rilevanza dell’interesse leso in caso di danno ambientale, ha inteso dare prevalenza al rimedio del risarcimento in forma specifica (bonifica e messa in sicurezza) rispetto al risarcimento per equivalente. Tale assunto porta ad affermare che i danni ambientali provocati prima dell’entrata in vigore del citato art. 17 del d.lgs. n. 22/1997 hanno comunque determinato, in virtù della normativa generale contenuta negli artt. 2043 e ss., c.c., la nascita dell’obbligo di porvi rimedio; obbligo che oggi è definito nella sua struttura dagli artt. 239 e ss. del. d.lgs. n. 152/2006, applicabili anche con riferimento alle condotte poste in essere prima della loro entrata in vigore stante il carattere permanente dell’illecito di cui si discute.

T.A.R. Milano, (Lombardia) sez. III, 02/12/2019, n.2562

Lesione di un interesse pubblico all’integrità e alla salubrità dell’ambiente

Lo Stato, per mezzo del ministero dell’Ambiente, è legittimato in via esclusiva a chiedere il risarcimento del danno ambientale, inteso come lesione di un interesse pubblico alla integrità e alla salubrità dell’ambiente. I privati o le associazioni di cittadini hanno titolo a domandare un ristoro all’autore della condotta che danneggia l’ambiente solo se dimostrano di aver sofferto ln proprio un danno patrimoniale o anche non patrimoniale quale conseguenza diretta dell’evento illecito.

Cassazione penale sez. III, 15/11/2019, n.1997

Danno ambientale: può essere risarcito per equivalente?

In tema di risarcimento del danno ambientale, come è noto, con l’adozione del D.Lgs. n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente) il nostro ordinamento, prediligendo una matrice marcatamente “eco-centrica” – nel senso di conferire massimo rilievo all’integrità ed al recupero ambientale – ha definitivamente escluso la possibilità di risarcire il danno all’ambiente per equivalente patrimoniale, sostituendo quest’ultimo con una reintegrazione che si realizza attraverso l’adozione di misure di riparazione “primarie”, “complementari” o “compensative”, così come delineate dall’art. 311, sicchè ad oggi, e con disposizione applicabile ai processi in corso, il danno ambientale non può in nessun caso essere risarcito per equivalente.

Corte appello Reggio Calabria, 05/08/2019, n.660

Irretroattività della sanzione ambientale

La finalità della sanzione prevista dall’art. 167 del d.lgs. n. 42/2004 (cosiddetta «sanzione ambientale») è esclusivamente sanzionatoria-punitiva della condotta dell’autore dell’illecito commesso in violazione degli obblighi in materia di tutela del paesaggio, per cui non è necessario l’accertamento di un danno ambientale. Infatti per il risarcimento del danno ambientale l’ordinamento prevede l’azione riparatoria di cui all’art. 18 della legge n. 349/86.

Ne consegue che la stessa condotta trasgressiva delle norme a tutela del paesaggio espone l’autore a sanzioni amministrative di tipo ripristinatorio — il risarcimento del danno ex art. 18 legge n. 349/86 — e a sanzioni punitive con una funzione deterrente fra le quali figura la sanzione prevista dal comma 5 dell’art. 167 del d.lgs. n. 42/2004, tant’è che, proprio perché finalizzate alla protezione di interessi diversi, le due sanzioni concorrono tra loro.

Dalla natura prettamente afflittiva e ablatoria della sanzione prevista dal citato art. 167 deriva che essa non può essere irrogata se non nel rigoroso rispetto del principio di legalità, di responsabilità e di irretroattività desumibili dagli articoli 25 comma 2 Cost. e dall’art. 7 CEDU (per il tramite dell’art. 117 comma 1 Cost.) applicabili anche a sanzioni che, pur qualificate formalmente dall’ordinamento nazionale come ‘amministrative’, hanno tuttavia, come in specie, natura sostanzialmente punitiva. Detta sanzione non può quindi applicarsi nel caso in cui un’opera edilizia sia stata realizzata prima che l’area sulla quale essa insiste fosse gravata dal vincolo che impone il previo rilascio dell’autorizzazione paesaggistica.

T.A.R. L’Aquila, (Abruzzo) sez. I, 20/06/2019, n.312

Richiesta di risarcimento del danno ambientale

Gli altri soggetti – tra cui le associazioni ambientaliste – sono legittimati ad agire in giudizio solo per ottenere il risarcimento di un danno patrimoniale e non patrimoniale, ulteriore e concreto, conseguente alla lesione di altri loro diritti particolari, diversi dall’interesse pubblico alla tutela dell’ambiente, pur se derivante dalla stessa condotta lesiva (tale danno, ulteriore e diverso da quello concretantesi nella mera lesione dell’ambiente e conseguente alla lesione di un diritto particolare, proprio dell’associazione ricorrente e diverso dall’interesse pubblico alla tutela dell’ambiente, non è stato dimostrato nel caso di specie).

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. VII, 03/05/2018, n.2965

Inapplicabilità del risarcimento per equivalente

In tema di risarcimento del danno ambientale, ai giudizi pendenti alla data di entrata in vigore della legge 97/2013, anche se riferiti a fatti anteriori alla data di applicabilità della direttiva comunitaria recepita da tale legge, è applicabile l’articolo 311 del Dlgs, 152/2006, nel testo modificato, da ultimo, dall’articolo 25 della legge 97/2013, ai sensi del quale resta esclusa la risarcibilità per equivalente, dovendo il giudice individuare le misure di riparazione primaria, complementare e compensativa ivi prescritte e, per il caso di loro omessa o incompleta esecuzione, determinarne il costo, in quanto solo quest’ultimo potrà, essere oggetto di condanna nei confronti dei danneggianti.

Nel caso in cui l’adozione delle misure di riparazione risulti in tutto o in parte omessa, o comunque realizzata in modo incompleto o difforme dai termini e modalità prescritti, vanno determinati i costi delle attività necessarie a conseguirne la completa e corretta attuazione, costo da rendere oggetto di condanna nei confronti del soggetto obbligato.

Cassazione civile sez. III, 27/09/2018, n.23195

Opere edilizie abusive

Alle opere edilizie abusive realizzate prima della modifica dell’art. 167, d.lg. n. 42 del 2004, introdotta dall’art. 27 comma 1, d.lg. 24 marzo 2006 n. 157, rimane applicabile il regime previgente, che consentiva all’Amministrazione di scegliere tra la rimessione in pristino e il risarcimento del danno ambientale.

T.A.R. Brescia, (Lombardia) sez. I, 02/02/2017, n.148

Risarcimento del danno ambientale

Ove una controversia volta al risarcimento del danno ambientale sia ancora pendente alla data di entrata in vigore della l. 6 agosto 2013 n. 97, mentre è ormai esclusa la risarcibilità per equivalente, il giudice può ancora conoscere della domanda, individuando le misure di riparazione primaria, complementare e compensativa ivi prescritte e, per il caso di loro omessa o incompleta esecuzione, determinandone il costo, da rendere oggetto di condanna nei confronti dei danneggianti.

Cassazione civile sez. I, 20/07/2016, n.14935

Lesione di diritti causata da danno ambientale

L’art. 311 d.lg. n. 152/2006, che ha conservato in capo allo Stato, per il tramite del Ministro dell’ambiente, la legittimazione all’azione di risarcimento del danno ambientale, non ha abrogato l’art. 13 l. n. 349/1986; ne consegue che anche tutti gli altri soggetti, singoli o associati, comprese le Regioni e gli altri enti pubblici territoriali, possono esercitare l’azione civile in sede penale, ai sensi dell’art. 2043 c.c., solo per ottenere il risarcimento di un danno patrimoniale e non patrimoniale, ulteriore e concreto, conseguente alla lesione di altri loro diritti particolari diversi dall’interesse pubblico alla tutela dell’ambiente, pur se derivante dalla stessa condotta lesiva.

Tribunale Novara, 21/01/2016

Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare

È infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 311, comma 1, d.lg. 3 aprile 2006 n. 152, nella parte in cui attribuisce al ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, e per esso allo Stato, la legittimazione all’esercizio dell’azione per il risarcimento del danno ambientale, escludendo la legittimazione concorrente o sostitutiva della regione e degli enti locali sul cui territorio si è verificato il danno, in riferimento agli art. 2, 3, 9, 24 e 32 cost.

Corte Costituzionale, 01/06/2016, n.126

Danno ambientale: la prescrizione dell’azione di risarcimento

In materia di danno ambientale, la condotta antigiuridica consiste nel mantenimento dell’ambiente nelle condizioni di danneggiamento, sicché il termine prescrizionale dell’azione di risarcimento inizia a decorrere solo dal momento in cui tali condizioni siano state volontariamente eliminate dal danneggiante, ovvero la condotta sia stata resa impossibile dalla perdita incolpevole della disponibilità del bene da parte di quest’ultimo.

Cassazione civile sez. III, 19/02/2016, n.3259

Chi è legittimato ad agire per il risarcimento del danno ambientale?

Il risarcimento del danno ambientale di natura pubblica, in sé considerato come lesione dell’interesse pubblico alla integrità e salubrità dell’ambiente, è previsto e disciplinato soltanto dal d.lg. n. 152 del 2006, art. 311, sicché il titolare della pretesa risarcitoria per tale tipo di danno è esclusivamente lo Stato, in persona del Ministro dell’ambiente; tutti gli altri soggetti, singoli o associati, ivi compresi gli Enti pubblici territoriali e le Regioni, possono invece agire, in forza dell’art. 2043 c.c., per ottenere il risarcimento di qualsiasi danno patrimoniale, ulteriore e concreto, che abbiano dato prova di aver subito dalla medesima condotta lesiva dell’ambiente conseguente alla lesione di altri loro diritti particolari, diversi dall’interesse pubblico e generale alla tutela dell’ambiente come diritto fondamentale e valore a rilevanza costituzionale, così come possono agire per il risarcimento dei danno non patrimoniale avente tuttavia le medesime caratteristiche del precedente quanto alla estraneità al danno ambientale di natura pubblica.

Cassazione penale sez. III, 16/06/2016, n.35610

Danno ambientale: applicazione della nuova legge europea del 2013

Il giudice della domanda di risarcimento del danno ambientale ancora pendente alla data di entrata in vigore della l. n. 97 del 2013 – essendo ormai esclusa la liquidazione per equivalente – può ancora conoscere della domanda in applicazione del nuovo testo dell’art. 311 d.lg. n. 152 del 2006 (come modificato prima dall’art. 5 bis, comma 1, lettera b, del decreto l. n. 135 del 2009 e poi dall’art. 25 della l. n. 97 del 2013) individuando le misure di riparazione primaria, complementare e compensativa – secondo la definizione data dalla normativa più recente e in conformità alle sue previsioni – e, per il caso di omessa o imperfetta loro esecuzione, determinandone il costo, solo il rimborso del quale potrà essere reso oggetto di condanna nei confronti dei soggetti obbligati.

Tribunale Bari sez. I, 14/01/2016, n.152



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