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Società occulta: ultime sentenze

28 Luglio 2020
Società occulta: ultime sentenze

Presupposti ed elementi caratterizzanti il rapporto societario; verifica dello stato di insolvenza; fallibilità del socio occulto di società di capitali; dichiarazione di fallimento.

La particolarità della società occulta consiste nel fatto che le operazioni sono compiute da chi agisce non in nome della compagine sociale, ma in nome proprio. Per maggiori informazioni, leggi le ultime sentenze.

Cos’è la società occulta?

La mancata esteriorizzazione del rapporto societario costituisce il presupposto indispensabile perché possa legittimamente predicarsi, da parte del giudice, l’esistenza di una società occulta, ma ciò non toglie che si richieda pur sempre la partecipazione di tutti i soci all’esercizio dell’attività societaria in vista di un risultato unitario, secondo le regole dell’ordinamento interno, e che i conferimenti siano diretti a costituire un patrimonio “comune”, sottratto alla libera disponibilità dei singoli partecipi (art. 2256 c.c.) ed alle azioni esecutive dei loro creditori personali (art. 2270 e 2305 c.c.), l’unica particolarità della peculiare struttura collettiva “de qua” consistendo nel fatto che le operazioni sono compiute da chi agisce non già in nome della compagine sociale (vale a dire del gruppo complessivo dei soci) ma in nome proprio.

Cassazione civile sez. VI, 12/09/2016, n.17925

Società occulta: presupposti 

L’esistenza di una società occulta presuppone pur sempre la partecipazione di tutti i soci all’esercizio dell’attività societaria in vista di un risultato unitario, secondo le regole dell’ordinamento interno, essendo caratterizzata solo dal fatto che le operazioni sono compiute da chi agisce, non già in nome della compagine sociale, ma in nome proprio.

Tribunale Firenze sez. III, 16/03/2018, n.813

Società occulta: il fallimento in estensione

Occorre verificare lo stato di insolvenza della società di fatto occulta, ai fini della fallibilità del socio occulto di società di capitali. Infatti, quando è stato dichiarato il fallimento di una società di fatto, non è necessario accertare l’insolvenza dei singoli soci per la dichiarazione del loro fallimento in estensione (fase c.d. discendente), mentre nell’ipotesi opposta di fallimento in estensione del socio occulto di una società di fatto non può prescindersi dall’accertamento dello stato di insolvenza della società di fatto (fase c.d. ascendente).

Tribunale Catania sez. fallimentare, 01/03/2018

Fallimento di una holding occulta

La holding personale ricorre ogni volta che una persona fisica agisca in nome proprio, per il perseguimento di un risultato economico ottenuto attraverso attività svolta professionalmente, con organizzazione e coordinamento dei fattori produttivi: il che consente la configurabilità di una autonoma impresa assoggettabile al fallimento, sia quando la suddetta attività si esplichi nella sola gestione del gruppo (c.d. holding pura), sia quando abbia natura ausiliaria o finanziaria (c.d. holding operativa). La ricostruzione non muta se si discuta di una holding resa in forma societaria invece che da una singola persona fisica.

Per la configurabilità di una holding non è necessario che tutti i soci della holding siano anche soci in tutte le società figlie; ciò che rileva è che coloro che vengono individuati come gestori della holding di fatto abbiano in concreto la possibilità di indirizzare le attività delle società figlie, che proprio per questa ragione vengono definite “eterodirette”.

La valutazione di insolvenza dell’imprenditore di cui sia chiesto il fallimento va condotta sulla base del patrimonio della società medesima; in caso di società occulta, non vi è alcun patrimonio attribuibile all’ente, che quindi non è in grado di far fronte alla richiesta risarcitoria avanzata dal fallimento istante.

Tribunale Padova sez. I, 01/08/2017, n.150

Società occulta e qualità di socia unica della srl

La società occulta assume la qualità di socia unica della s.r.l., dovendosi ravvisare questa condizione non nei soli casi in cui la totalità delle quote appartengano “formalmente” alla medesima persona fisica o giuridica, bensì in tutte te ipotesi in cui qualsiasi forma di partecipazione, diretta o indiretta, al capitate della s.r.l. dimostri che il suo intero capitate sociale, indipendentemente dall’appartenenza formale, fa capo ad un unico centro di interessi.

Corte appello Bologna, 27/09/2001

Società di fatto holding occulta e spendita del nome

In presenza di società di fatto è irrilevante accertare se vi sia stata, o meno, spendita del nome quando si tratti di società occulta, ovvero si verta in tema di responsabilità da direzione abusiva ex articolo 1497 del Cc. Nelle società di fatto holding il problema della spendita del nome si pone al fine di stabilire la fallibilità della società di fatto in ragione della sua specifica responsabilità imprenditoriale per le obbligazioni assunte, non anche la esistenza della società medesima.

Tuttavia, allorquando la società di fatto risponda ai canoni della “società occulta”, non ha senso porsi il problema della spendita del nome, ai fini del riconoscimento della sua esistenza e operatività.

Alla stessa conclusione deve giungersi anche quando alla base della insolvenza della società di fatto vi è un credito risarcitorio ex articolo 2497 del Cc. Infatti, chi esercita l’attività di direzione e coordinamento in modo illecito, approfittando e abusando dei poteri di direzione e eludendo per fini propri i principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale, risponde non di obbligazioni derivanti da un agire negoziale, in questo senso contratte direttamente (e per le quali potrebbe in astratto valere un problema di spendita del nome), ma di obbligazioni appunto risarcitorie.

Trattandosi di responsabilità di tipo esclusivamente risarcitorio (extracontrattuale) per i danni arrecati dalla attività di direzione abusiva non si pone e non può porsi un problema di esteriorizzazione, non essendosi innanzi a obbligazioni volontarie.

Cassazione civile sez. I, 07/07/2017, n.16846

Responsabilità del socio occulto per bancarotta fraudolenta

Ai fini della configurabilità della responsabilità del socio occulto per il reato di bancarotta fraudolenta, ai sensi dell’art. 222 l. fall., è necessario che sia stato dichiarato il fallimento anche della società occulta.

(Nella fattispecie, la S.C. ha annullato con rinvio la sentenza di condanna nei confronti di un soggetto ritenuto socio di una società di fatto, nonostante l’imputazione individuasse lo stesso quale extraneus in concorso con l’imprenditore, mera testa di legno, titolare di impresa individuale, già dichiarata fallita).

Cassazione penale sez. V, 11/04/2016, n.23044

Fallimento dell’imprenditore apparentemente individuale

I creditori che hanno proposto il ricorso di fallimento nei confronti dell’imprenditore apparentemente individuale sono litisconsorti necessari nel procedimento di estensione previsto dagli artt. 15 e 147, comma 5, l.fall., compresa la fase dell’eventuale reclamo, avendo l’interesse, non delegabile al curatore né ad altro legittimato che abbia assunto l’iniziativa, ad evitare che, sui beni del socio già dichiarato fallito, possano concorrere, ex art. 148 l.fall., i creditori della società occulta.

Pertanto, se il giudice di primo grado non ha disposto l’integrazione del contraddittorio e la corte d’appello non ha provveduto a rimettere la causa al primo giudice ai sensi dell’art. 354, comma 1, c.p.c., resta viziato l’intero procedimento e si impone, in sede di legittimità, l’annullamento, anche d’ufficio, delle pronunce emesse ed il rinvio della causa al giudice di prime cure ai sensi dell’art. 383, ultimo comma, c.p.c.

Cassazione civile sez. I, 24/02/2016, n.3621

Accertamento dell’effettiva esistenza di una società occulta

È manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 147, comma 5, r.d. 16 marzo 1942, n. 267, censurato, per violazione degli artt. 3, comma 1, e 24, comma 1, Cost., nella parte in cui, nel ricollegare alla dichiarazione del fallimento di un imprenditore individuale la possibilità del fallimento in estensione di altro soggetto (persona fisica o giuridica) che risulti socio (di fatto) dell’originario fallito, non prevede analoga possibilità di estensione ad altri soci di fatto, siano essi persone fisiche o società, nell’ipotesi di fallimento originariamente dichiarato nei confronti di una società di capitali.

Il giudice rimettente ha omesso del tutto di accertare l’effettiva esistenza di una società occulta costituita con la partecipazione della società originaria fallita: dal che la rilevanza meramente eventuale della questione di estensibilità del fallimento alla società di fatto.

Inoltre, il rimettente non ha verificato la compatibilità del novellato art. 2361, comma 2, c.c. — che, nel consentire alle società per azioni di assumere partecipazioni in imprese comportanti la responsabilità illimitata, stabilisce che tale assunzione sia subordinata a determinati adempimenti — con la possibilità per le società di capitali di partecipare a società di fatto la cui costituzione avviene per facta concludentia, prescindendo, dunque, da qualunque formalità, e non ha preso posizione in ordine alla discussa questione concernente le conseguenze del mancato rispetto di detti adempimenti.

Per di più, il rimettente non ha accertato se la disciplina relativa all’assunzione di partecipazione in società a responsabilità illimitata possa estendersi anche alle società a responsabilità limitata per le quali manca una analoga previsione espressa. Infine, il rimettente ha del tutto omesso di verificare previamente la possibilità di una interpretazione costituzionalmente adeguata della norma censurata (sent. n. 276 del 2014).

Corte Costituzionale, 29/01/2016, n.15

Sussistenza di una società occulta tra persone fisiche

Costituiscono indici della sussistenza di una società occulta tra persone fisiche (nel caso di specie di intermediazione immobiliare, peraltro illegale per non essere i supposti soci iscritti al registro di cui alla Legge 39/1989), l’esercizio in comune di altre attività d’impresa tra le stesse persone, l’ubicazione dei loro uffici nello stesso locale, l’utilizzo nell’attività palese del primo di moduli e formulari con il logo dell’impresa dell’altro e, infine, il fatto che le somme derivanti dalla presunta attività occulta venissero fatte transitare pro quota sui conti correnti nella disponibilità dei supposti soci.

Pertanto per l’accertamento dei redditi delle suddette persone fisiche non devono essere presi in considerazione soltanto i prelievi e i versamenti sui conti correnti riconducibili al soggetto accertato, ma anche quelli effettuati su conti correnti comunque riconducibili alla società occulta. (I.Bu.)

Comm. trib. reg., (Lombardia) sez. L, 24/04/2012, n.49

Società occulta: come provare la sussistenza del rapporto societario

Nel caso di società occulta, qualora si sia in presenza di elementi sufficienti a provare la sussistenza del rapporto societario, va riconosciuta l’esistenza del contratto di società; a tal fine la prova dell’esistenza del vincolo può essere fornita con ogni mezzo.

Tribunale Arezzo, 06/03/2012

Società di fatto occulta: chi può chiedere l’estensione del fallimento?

Anche la società di fatto e la società occulta, quali fattispecie nelle quali viene prospettata l’esistenza di soggetti che nella veste di soci non apparenti devono condividere con l’imprenditore fallito la responsabilità verso i creditori, possono essere dichiarate fallite ai sensi dell’art. 147 l. fall.: tale disposizione, infatti, rendendo operativo nella sede fallimentare il principio della responsabilità illimitata e solidale di tutti i soci, stabilito dagli art. 2291 e 2297 c.c., si applica anche all’ipotesi in cui, dichiarato il fallimento di un’impresa apparentemente individuale, sia successivamente accertata la natura sociale di essa, e debba quindi dichiararsi il fallimento della società e degli altri soci illimitatamente responsabili.

Legittimato a chiedere l’estensione del fallimento in tal caso è il solo curatore, mentre non risultano legittimati né all’azione né alle impugnazioni i singoli creditori, i quali, ai sensi dell’art. 6 l. fall., possono chiedere la dichiarazione di fallimento soltanto ex novo.

Cassazione civile sez. I, 10/02/2006, n.2975



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