L’esperto | Articoli

Tabagismo: ultime sentenze

18 Luglio 2020
Tabagismo: ultime sentenze

Carcinoma polmonare; riconoscimento della malattia professionale; decesso del lavoratore; responsabilità datoriale nella causazione del evento dannoso per esposizione all’amianto.

Lotta al tabagismo

Estinzione — a seguito di rinuncia al ricorso, per intervenuta abrogazione della disposizione impugnata ad opera dell’art. 14, comma 11, lett. b), l. reg. Campania 29 dicembre 2017, n. 38, accettata dalla controparte costituita, ai sensi dell’art. 23 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale — del processo relativo alla questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 l. reg. Campania 9 ottobre 2017, n. 30, impugnato per violazione degli artt. 117, comma 3, e 120 Cost., in quanto prevede che la Giunta regionale predisponga un piano regionale triennale per la lotta al tabagismo, recante una serie di misure finalizzate alla prevenzione, assistenza e supporto alla disassuefazione dal tabagismo.

Corte Costituzionale, 06/12/2018, n.230

Soggetti affetti da tabagismo

L’art. 7 n. 2 direttiva 95/59/Cee, in materia di imposte sulla circolazione e sul consumo dei tabacchi, deve essere interpretato nel senso che le sigarette a base di erbe, prive di tabacco, ma non contenenti sostanze medicamentose, non possono essere classificate come prodotti aventi una “funzione esclusivamente medica”, a nulla rilevando la circostanza che le stesse vengano presentate e commercializzate come ausilio per i soggetti affetti da tabagismo che intendono smettere di fumare.

Corte giustizia UE sez. IV, 30/03/2006, n.495

Carcinoma polmonare e tabagismo

Deve escludersi alla dipendenza dal servizio di cantoniere stradale dell’infermità carcinoma polmonare e ciò in rapporto al comprovato tabagismo del soggetto e all’impiego meramente saltuario in lavori con rischio specifico (asfaltatura stradale).

Corte Conti, (Marche) sez. reg. giurisd., 29/07/2004, n.749

Esposizione ad amianto e tabagismo

La sentenza, che ha riconosciuto la responsabilità datoriale nella causazione del evento dannoso per esposizione ad amianto nella misura del 59% con il conseguente obbligo risarcitorio in tale percentuale (sia per il danno iure hereditatis che per quello iure proprio), deve ritenersi errata nella parte in cui non sono state considerate dal giudice le conseguenze giuridiche derivanti dall’altro fattore di rischio di contrarre il carcinoma polmonare e cioè il fumo da sigaretta.

Nell’interazione tra tali sostanze cancerogene non è possibile effettuare una valutazione di prevalenza tra le due. Il concorso del fumo nella causazione dell’evento dannoso rileva sul diverso e conseguente piano dell’obbligo risarcitorio. La colpa del danneggiato è dunque massima e comunque superiore alla colpa del danneggiante, essendo il tabagismo un vizio meramente voluttuario, mentre l’utilizzo di amianto (per le sue notevoli qualità refrattarie) rispondeva a concrete esigenze produttive per le coibentazioni delle tubazioni di impianti esposti a elevatissime fonti di calore.

Corte appello Genova sez. lav., 11/04/2018, n.62

La protezione del fumatore passivo

Il fumare è un atto volontario ed il soggetto assume il rischio della scelta, per tutte le eventuali patologie, le cui cause possono esser ricondotte al “tabagismo”; compito dello Stato è la protezione del “fumatore passivo”, quale “soggetto debole”, meritevole di tutela.

Tribunale Napoli, 15/12/2004

La neoplasia polmonare contratta dal lavoratore

Va riconosciuta come malattia professionale la neoplasia polmonare contratta da lavoratore esposto all’azione delle fibre di asbesto presenti nell’ambiente di lavoro, costituendo tale esposizione un fattore di rischio previsto dalle tabelle approvate con d.P.R. 13 aprile 1994 n. 336, indipendentemente dai limiti di concentrazione della sostanza nell’ambiente (che, ai sensi dell’art. 153 d.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124, rilevano per la sola determinazione del premio supplementare asbestosico), ai fini del nesso causale rimanendo irrilevante il tabagismo del lavoratore colpito dalla malattia, pur trattandosi di patologia ad eziologia multifattoriale.

Cassazione civile sez. lav., 21/11/2016, n.23653

Il divieto di commercio delle sigarette al mentolo 

L’art. 7 della direttiva 2014/40, relativa alla lavorazione, alla presentazione e alla vendita dei prodotti del tabacco e dei prodotti correlati, nella parte in cui vieta l’immissione in commercio dei prodotti del tabacco contenenti mentolo, in quanto aroma «caratterizzante», non viola il principio di proporzionalità, in quanto le sigarette al mentono hanno caratteristiche obiettive analoghe alle altre sigarette, nonché effetti simili sull’iniziazione al consumo di tabacco e sul mantenimento del tabagismo.

Il mentolo, inoltre, per la sua gradevolezza, mira a rendere i prodotti del tabacco più desiderabili per i consumatori con la conseguenza che il divieto, riduce l’attrattività di tali prodotti e contribuisce perciò a diminuire la diffusione del tabagismo e della dipendenza sia presso i nuovi consumatori che presso i consumatori abituali. Il divieto non viola il principio di proporzionalità, in quanto persegue un duplice obiettivo, che consiste nel favorire il buon funzionamento del mercato interno dei prodotti del tabacco e dei prodotti correlati, partendo da un livello elevato di tutela della salute umana, in particolare per i giovani, e risulta idoneo e non va manifestamente al di là di quanto necessario per il raggiungimento dell’obiettivo in questione.

Corte giustizia UE sez. II, 04/05/2016, n.358

Assicurazione infortuni sul lavoro e malattie professionali

Nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali trova diretta applicazione la regola contenuta nell’art. 41 cod. pen., per cui il rapporto causale tra evento e danno è regolato dal principio dell’equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, a determinare l’evento, sicché solo qualora possa ritenersi con certezza che l’intervento di un fattore estraneo all’attività lavorativa sia stato di per sé sufficiente a produrre la infermità deve escludersi l’esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge.

(Nella specie, la S.C., nel riaffermare il detto principio, ha cassato la sentenza di merito che, con giudizio probabilistico, aveva ritenuto il tabagismo prevalente in punto di efficacia causale della malattia neoplastica polmonare, senza dare rilievo alla esposizione lavorativa ai fumi di fonderia di fusione dell’acciaio).

Cassazione civile sez. lav., 26/03/2015, n.6105

La relazione tra stress da attività lavorativa ed evento

È possibile il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio dell’attività lavorativa stressante sulle malattie cardiovascolari (e non solo su queste). Lo stress produce un danno che si può definire: “biologico secondario”. La relazione tra stress da attività lavorativa ed evento (purtroppo drammatico) si spezza, però, nel caso di lungo lasso di tempo tra il pensionamento del pubblico dipendente e l’evento stesso, oveppiù permangano altre cause certamente influenti (tabagismo e familiarità) documentalmente accertate da un Organo terzo e ciò soprattutto ove non sia introdotta in giudizio la prova che anche dopo la fine dell’attività di servizio vi sia stata una “permanenza” dello stato stressante, sia pur riconducibile “alla memoria” degli eventi vissuti durante l’attività lavorativa.

T.A.R. Catania, (Sicilia) sez. III, 10/05/2012, n.1226

Azione risarcitoria promossa dagli eredi di un lavoratore deceduto

Ove il convincimento del giudice di merito si sia realizzato attraverso una valutazione dei vari elementi probatori acquisiti, considerati nel loro complesso, il ricorso per cassazione deve evidenziare l’inadeguatezza, l’incongruenza e l’illogicità della motivazione, alla stregua degli elementi complessivamente utilizzati dal giudice, e di eventuali altri elementi di cui dimostri la decisività, onde consentire l’apprezzamento dell’incidenza causale del vizio di motivazione sul decisum, non potendo limitarsi, in particolare, ad inficiare uno solo degli elementi della complessiva valutazione.

(Nella specie, relativa ad una azione risarcitoria promossa dagli eredi di un lavoratore deceduto per mesotelioma pleurico, la S.C., nel rigettare il ricorso, ha rilevato che correttamente la corte territoriale aveva sottolineato l’efficienza causale dell’esposizione a fibre d’amianto, alla quale il lavoratore era stato soggetto in quanto addetto ai lavori di scoibentazione dei tubi di riscaldamento e che era comprovata dalla presenza di una cospicua quantità di fibre nei polmoni, il cui nesso eziologico non era rimasto interrotto, in applicazione dell’art. 41 c.p., dal tabagismo del dipendente medesimo).

Cassazione civile sez. lav., 11/07/2011, n.15156

Infermità cardiaca: esclusione della dipendenza da causa di servizio 

L’incidenza di fattori estranei alla prestazione di servizio (predisposizione per ereditarietà e familiarità, stile di vita con rilevante tabagismo) esclude la dipendenza da causa di servizio dell’infermità cardiaca.

Corte Conti, (Abruzzo) sez. reg. giurisd., 05/05/2005, n.436

Decesso per malattia professionale: quando può essere dichiarato?

Il decesso per malattia professionale, nella specie carcinoma polmonare dovuto alla prolungata esposizione all’amianto e agli idrocarburi, può essere dichiarato nonostante la presenza di una concausa quale il tabagismo. Ciò in virtù del principio di “equivalenza delle cause”, nozione di matrice penalistica che trova puntuale applicazione anche nel processo civile.

Ad affermarlo è la Cassazione che ha rigettato il ricorso di una società contro la decisione della corte di merito, per presunta insussistenza del nesso di causalità, secondo la quale il risarcimento avrebbe dovuto essere ridotto al 50% per via del tabagismo del lavoratore.

I giudici ribadiscono che anche “nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali trova applicazione la regola contenuta nell’art. 41 c.p., per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell’equivalenza delle condizioni, per il quale va riconosciuta efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell’evento”; “salvo il temperamento previsto nello stesso art. 41 c.p., in forza del quale il nesso eziologico è interrotto dalla sopravvenienza di un fattore sufficiente da solo a produrre l’evento, tale da far degradare le cause antecedenti a semplici occasioni”. Nella fattispecie, il tabagismo è stato si concausa dell’evento, ma non “causa esclusiva”.

Cassazione civile sez. lav., 12/06/2019, n.15762

Diritto alla prestazione previdenziale dei familiari superstiti del lavoratore deceduto 

Non si può riconoscere ai familiari superstiti del lavoratore deceduto il diritto alla prestazione previdenziale quando il giudicato esterno ha escluso il nesso causale tra l’attività lavorativa e la morte del dipendente (nella specie, la Corte ha cassato con rinvio la sentenza che aveva rilevato la sussistenza del nesso causale tra il carcinoma polmonare, che aveva causato la morte dell’uomo e l’attività lavorativa svolta.

Secondo la S.C., la Corte d’appello era caduta in errore quando aveva ritenuto irrilevante la circostanza che in un’altra controversia, iniziata dal lavoratore e proseguita dagli eredi, fosse stata rigettata la domanda di rendita per malattia professionale. Infatti, il tribunale, con sentenza passata in giudicato, aveva stabilito che il tumore non era stato causato dal contatto con sostanze cancerogene, ma dal tabagismo: il dipendente fumava abitualmente un pacchetto di sigarette al giorno).

Cassazione civile sez. lav., 19/08/2009, n.18381

Abitudine al tabagismo e stress cronico da esercizio della professione sanitaria

In presenza di fattori predisponenti rappresentati dalla familiarità della malattia cardiovascolare dall’ipertensione arteriosa risalente nel tempo e nell’abitudine al tabagismo (benché sospesa da alcuni anni), lo stress cronico da esercizio della professione sanitaria, sia pure prestata in divisioni di pronto soccorso, non assurge a fattore concausale della cardiopatia ischemica (e dell’infarto del miocardio “causa mortis” del dipendente), in quanto i fattori emotivi e gli stress fisici possono rivestire un ruolo concausale (per rottura o emorragia della placca o repentino aumento della pressione arteriosa) soltanto in condizioni di intensa e protratta attività (grave incidente, situazione di pericolo o di eccitamento estremo), nella specie non documentati; inoltre, la letteratura scientifica in materia di stress occupazionale non stabilisce una sicura correlazione tra incidenza delle malattie cardiovascolari e tipo di attività lavorativa, se non in presenza di disagio socio-economico (posizione lavorativa precaria o, più ancora, prospettiva di probabile disoccupazione).

Corte Conti, (Marche) sez. reg. giurisd., 27/11/2006, n.847



16 Commenti

  1. che odio quelli che ti fumano in faccia anche se chiedi di spostarsi dall’altra parte. Gente irrispettosa che rischia di intossicarti con il fumo passivo e tu magari sei costretta a spostarti perché il tizio di turno, magari non ha l’accortezza di andare a fumare altrove

  2. La gente non si rende conto degli innumerevoli rischi che comporta il fumo e di tutte le conseguenze. Partiamo proprio dagli aspetti estetici. Le donne, tanto fissate con creme e cremine, con sieri antirughe, con trattamenti dall’estetista per ringiovanirsi….ma lo sanno che il fumo rovina la pelle e le fa invecchiare prima? Poi, l’alito disgustoso che se ti avvicini e provi a baciare un uomo che si è già consumato mezzo pacchetto in un pomeriggio che state insieme, sembra di avere davanti una ciminiera…Rivoltante. Poi, questa abitudine di sgambiarsi le sigarette e passarsele da una bocca all’altra. Ma lo immaginate quanti batteri e quante infezioni si possono prendere? E neppure il Coronavirus li ferma ad alcuni. Poi, i denti gialli… E magari poi vanno dal dentista a farsi lo sbiancamento e si rovina piano piano lo smalto dei denti…E poi, tanti altri più gravi come i tumori. Insomma…Ne vale davvero la pena?

    1. Potrebbe interessarti anche l’articolo Tumore al polmone: cause e intervento https://www.laleggepertutti.it/280594_tumore-al-polmone-cause-e-intervento Potrai trovare l’intervista ad un esperto. A proposito di prevenzione, si questa neoplasia si precisa che bisogna evitare o interrompere l’abitudine al fumo. Esiste l’evidenza che alcune sostanze antiossidanti (in particolare vitamina C ed E) possano avere un ruolo nella prevenzione. Anche un corretto ed equilibrato apporto nutrizionale appare giocare un ruolo preventivo. In particolare, la riduzione dell’introduzione di grassi con l’alimentazione.

  3. Sul posto di lavoro un mio collega si prende continue pause sigaretta. A me sembra una scusa bella e buona per temporeggiare e non fare nulla. Insomma, che pagliacci. E magari si intascano uno stipendio più alto del tuo… Soprattutto se parliamo di alcuni dipendenti che lavorano in determinati dipartimenti…ma quanto può durare la pausa sigaretta e come funziona?

    1. Quando la giornata lavorativa eccede le sei ore, al fine di consentire a te ed ai tuoi colleghi di recuperare le energie psico-fisiche ed interrompere la monotonia e ripetitività delle mansioni, la legge vi riconosce il diritto ad un intervallo. Questo breve riposo si rivela essenziale per aumentare il vostro rendimento sul lavoro. Le modalità della pausa sono stabilite dai contratti collettivi nazionali di lavoro e la durata della stessa varia a seconda del tipo di prestazione lavorativa svolta. In mancanza di un’espressa previsione contrattuale, la legge riconosce comunque il diritto ad una pausa, non inferiore a 10 minuti, da godere anche sul posto di lavoro. La scelta di come gestire la pausa spetta a voi, sempre nel rispetto delle regole applicate sul luogo di lavoro. Quanto alle sigarette, la regola generale prevede il divieto di fumare in tutti i locali chiusi, privati, pubblici o esposti al pubblico (come, ad esempio, un ufficio privato, uno studio professionale, un ristorante, un bar, un supermercato, una scuola, una discoteca, una palestra, una sala d’attesa, il treno, ecc.). A tale regola fanno eccezione le abitazioni private ed i locali riservati ai fumatori. Ne consegue che, ove sul luogo di lavoro siano allestite delle aree fumatori, il collega, il quale fumi unicamente nelle stesse, non pone in essere un comportamento illecito e non potrà essere redarguito, sanzionato o licenziato. Eventualmente, nel caso in cui le stesse aree non siano dotate di impianti per la ventilazione ed il ricambio dell’aria perfettamente funzionanti e non siano ben delimitate e separate rispetto al resto dell’ambiente, potrai avanzare delle lamentele nei confronti del tuo datore di lavoro e potrai anche agire contro di lui, ove non provveda ad adeguarle ai requisiti di legge. Parimenti, nei casi in cui sia consentita la pausa all’esterno del luogo di lavoro (con registrazione dell’uscita e dell’entrata attraverso il bedge), il collega, il quale fumi la sua sigaretta fuori dalla struttura lavorativa, non tiene una condotta illecita. Vi sono, tuttavia, dei casi in cui è previsto il divieto di fumo anche nelle aree esterne (ad esempio negli spazi esterni degli ospedali e nei luoghi aperti in prossimità delle scuole di ogni ordine e grado e delle università). In tali circostanze, ove manchino apposite aree riservate, il collega che fumi all’esterno, benché lo faccia durante la sua pausa, commette un illecito che richiede l’intervento del datore di lavoro.

  4. Se il tabacco fa così male, perché ancora viene venduto? Avrebbero potuto proibirlo, evitarne la vendita, eppure c’è chi ha sempre trovato interessi dietro l’industria delle sigarette e nonostante gli effetti tossici e le sostanze dannose per la salute, la gente continua a consumarle perché tanto dice: ci sono tante cose che possono farmi male e allora perché fumare fa male? Mah, ragionamenti stupidi che io non ho mai capito…

  5. Ma il datore di lavoro può impedire ai dipendenti di fumare? Io vorrei saperlo perché prima lavoravo in un’altra azienda e nessuno mi creava problemi. Ora, dovrei iniziare presto un nuovo lavoro e vorrei capire cosa possono impedirmi di fare. Grazie

    1. Il datore di lavoro, sulla base di quanto previsto dalla legge, ha piena facoltà di vietare ai suoi dipendenti di fumare sigarette sul luogo di lavoro. In questo modo, non solo garantisce la prevenzione dei rischi connessi al fumo, ma evita anche che l’aziende possa subìre un’azione risarcitoria da parte del dipendente, il quale, come te, sia esposto involontariamente e passivamente al fumo dei colleghi. Devi, infatti, tener presente che, a prescindere dal fatto che ti sia stato provocato un danno, puoi agire nei confronti del tuo datore di lavoro, il quale non si attivi per rimuovere i pericoli cui è esposta la tua integrità psico-fisica.

    2. Il datore di lavoro deve adottare tutte le misure che si rendano necessaria a tutelare la tua integrità psico-fisicae quella degli altri dipendenti. In altri termini, il tuo capo deve valutare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei suoi dipendenti e attivarsi per garantire la salubrità dell’ambiente di lavoro e per evitare l’insorgenza di eventuali patologie. Naturalmente deve tener conto, non soltanto dei rischi direttamente derivanti dall’attività lavorativa svolta, ma anche di quelli che possono essere causati da altri fattori. Il fumo passivo, in quanto altamente nocivo anche nel caso di brevi esposizioni allo stesso, deve essere incluso nella valutazione dei rischi. Per evitare ogni questione legata a fumo e sigarette sul luogo di lavoro, il datore dovrebbe adottare una politica aziendale incentrata sui seguenti punti:
      includere il fumo passivo nel documento di valutazione dei rischi;informare i suoi dipendenti sui rischi da fumo;
      individuare ed indicare le soluzione per evitare tali rischi (predisposizione di spazi per la pausa sigaretta o divieto assoluto di fumare sul luogo di lavoro);
      esporre cartelli che indichino in quali spazi sia vietato fumare ed in quali sia consentito;
      vigilare sull’osservanza delle regole;
      definire gli interventi da attuare in caso di trasgressione delle regole e di lamentele da parte dei non fumatori o di contrasti tra dipendenti fumatori e non fumatori.
      Il datore di lavoro, il quale ometta di valutare i rischi derivanti dall’esposizione passiva al fumo, il quale non applichi le misure necessarie a garantire la salubrità degli ambienti e non segnali il divieto di fumare con apposita cartellonistica, può essere sanzionato per inosservanza delle norme in materia di sicurezza sul lavoro. Oltre alla sanzione, rischia di essere chiamato a risarcire i danni patrimoniali e non patrimoniali da te subìti, a causa del fumo passivo. Sul punto, si è pronunciata la Corte di Cassazione, secondo cui il datore, il quale non faccia rispettare il divieto di fumo in azienda, deve risarcire il danno esistenziale per il fumo da sigarette, involontariamente e ripetutamente inalato dal proprio dipendente. In particolare, è stato evidenziato come la ripetuta esposizione al fumo passivo determini, per il dipendente non fumatore, una condizione di disagio e di pericolo di gravi danni alla sua salute nel lungo periodo. Inoltre, verrebbe ad essere intaccato un diritto costituzionalmente garantito, come quello al lavoro, nel quale è incluso il diritto di ciascuno a lavorare in condizioni di sicurezza per la propria integrità psico-fisica.Ne consegue che, il datore di lavoro, il quale di fronte al comportamento trasgressivo dei tuoi colleghi fumatori, ometta di intervenire nei loro confronti, è da ritenersi responsabile dei danni patrimoniali e non patrimoniali da te sofferti e, quindi, può essere condannato al risarcimento. Addirittura, è stato qualificato come mobbing il comportamento del capo che non faccia nulla per impedire ai suoi dipendenti di fumare in azienda, benché sia cosciente del danno che ne deriva ad uno o più lavoratori (infiammazione delle vie respiratorie, fastidi alla vista, ecc.) [13].
      La condotta di mobbing si ritiene integrata soprattutto nel caso in cui la mancata adozione di misure contro al fumo passivo sia intenzionalmente diretta a perseguitare il lavoratore, sì da costringerlo a presentare le sue dimissioni. In tali casi, aumenta l’entità del risarcimento che puoi richiedere all’azienda.

  6. Posso fumare la sigaretta elettronica sul posto di lavoro? Sono passato da poco dal vizio del tabacco dalla semplice sigaretta ed ora vorrei un attimo capire se invece quella elettronica è consentita

    1. Rispetto a tale dispositivo non vi è attualmente alcuna norma che espressamente ne vieti l’uso nei luoghi pubblici. A ciò si aggiunga che sulla nocività del vapore, inalato passivamente, vi sono ancora opinioni discordanti. Ad ogni modo, il datore di lavoro, il quale è tenuto a garantire la salubrità degli ambienti e tutelare l’integrità psico-fisica dei lavoratori, ha piena facoltà di ammettere o vietare l’uso della sigaretta elettronica in azienda, soltanto dopo aver compiuto un’attenta valutazione dei rischi. Nel caso in cui ne ammetta l’uso, deve predisporre appositi spazi per chi voglia svapare, sì da non esporre a fastidi o rischi te e gli altri non fumatori. Ove l’uso venga vietato, il datore deve esporre cartelli ben visibili e vigilare sul comportamento dei suoi dipendenti. In ogni caso, il tuo capo deve intervenire nei confronti del collega che vìoli le regole. In mancanza, potrai avanzare lamentele o agire contro di lui.

  7. Cosa dice la legge sui diritti di chi non fuma? Cioè io non fumo e mi devo fare intossicare dai fumatori? Poi, se io sto in auto? Come posso essere tutelata rispetto al fumatore? E quali altri sono i miei diritti? Cioè va a finire che chi fuma sta bene e in saluta e si ammalano coloro che invece aspirano il fumo passivo

    1. La legge che tutela i diritti dei non fumatori ha introdotto – per prima in Europa – una serie di divieti sul fumo nei luoghi chiusi, pubblici e privati. Il divieto è esteso ai locali privati chiusi, non aperti al pubblico o ad utenti. Insomma, nell’ufficio del retrobottega di un negozio, dove nessuno può entrare se non commessi o addetti, non si può fumare.I diritti dei non fumatori arrivano anche ai condomini: non si deve accendere una sigaretta nemmeno negli spazzi comuni chiusi: non solo in ascensore (come ovvio pensare) ma nemmeno sulle scale. Si può fumare, invece, negli spazi all’aperto, come ad esempio il cortile o il giardino. Come vedremo, però, a certe condizioni.Sigarette escluse anche dai balconi se il fumo può entrare nella casa del vicino dalla finestra accanto. In questo caso, infatti, è possibile applicare l’articolo 844 del codice civile che vieta le immissioni (fra le quali anche quelle del fumo di sigaretta) se superano la normale tollerabilità, ricorrendo all’autorità giudiziaria per farle cessare.In sostanza: i diritti dei non fumatori sono tutelati in tutti gli spazi chiusi che non consentono un immediato e rapido ricambio d’aria ma anzi, agevolano il ristagno dell’aria inquinata.

    2. È vietato fumare in auto se ci sono a bordo dei minorenni (cioè, ragazzi fino ai 18 anni, anche se fumano pure loro) o donne in stato di gravidanza. Ci si affida alla buona volontà del fumatore, in questo caso: controllare chi tira di accendino in macchina è piuttosto arduo. Ma se lo beccano, la multa va da 50 a 500 euro. O, se preferiscono, da una a dieci stecche di sigarette circa. A seconda delle marche.

  8. E nei luoghi chiusi giustamente non posso fumare, perché c’è chi non gradisce il mio vizio e gli dà fastidio…però non possono rompermi le scatole anche all’aperto…Cioè, ma anche meno. calmatevi un po’ ragazzi e andate altrove se vi dà fastidio il fumo

    1. I diritti dei non fumatori vanno tutelati al di là delle dimensioni dello spazio all’aperto in cui qualcuno decide di accendere una sigaretta. Non dipende solo dai metri quadri o dal riciclo dell’aria ma anche dal luogo in cui ci si trova.Il divieto di fumo, infatti, riguarda i pressi di università ospedaliere o presidi ospedalieri, di istituti di ricerca scientifica di cura pediatrica, perfino le pertinenze esterne (chiamiamoli pure terrazzini o balconi) dei reparti di ginecologia e ostetricia, e di neonatologia e pediatria delle università ospedaliere, dei presidi ospedalieri e degli Irccs, gli istituti di ricerca e cura a carattere scientifico. Nonostante la presenza di posaceneri in molte di queste strutture. Vederli lì, in bella mostra (quasi sempre usati, peraltro), non è un invito a sporcarli di più ma piuttosto a pensare: “Ti guardo ma non ti uso, vedi come sono forte?”È vietato fumare in piazza, all’aperto, davanti ad un’università ospedaliera e sul balcone di un ospedale, anche se la porta è chiusa. Nel caso della piazza in cui c’è l’università, conviene allontanarsi di qualche decina di metri per non rischiare una multa che va da 25 a 250 euro. Da mezza stecca a cinque stecche di sigarette circa. A seconda delle marche.Si rincara la dose (non di nicotina, ma di sanzione) se si butta la sigaretta per terra. In questo caso, ammesso e non concesso di trovare un vigile zelante, il maleducato fumatore dovrà pagare 300 euro di multa. In città come al mare: la stessa multa è prevista per chi butta la sigaretta in spiaggia: 300 euro. Sei stecche di sigarette circa. A seconda delle marche.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube