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Vendita al consumo: ultime sentenze

18 Luglio 2020
Vendita al consumo: ultime sentenze

Fissazione prezzi massimi; difetto di conformità del bene; sostituzione o riparazione impossibile o eccessivamente onerosa; garanzia per vizi della cosa venduta; risarcimento del danno.

Fase della vendita al consumo

Al di fuori della sfera d’applicazione del regolamento n. 2453/76, il fatto che uno Stato membro fissi unilateralmente prezzi massimi per le carni bovine congelate nella fase della vendita al consumo non è incompatibile con l’organizzazione comune dei mercati nel settore delle carni bovine, purché non siano messi in pericolo gli scopi o il funzionamento di tale organizzazione.

Corte giustizia UE, 12/07/1979, n.223

Vendita a catena di beni di consumo

Nella vendita a catena di beni di consumo, all’acquirente spettano, ai sensi dell’art. 131 del d.lgs. n. 206 del 2005, l’azione contrattuale, esperibile esclusivamente nei confronti del diretto venditore, per l’ipotesi di difetto di conformità del bene, nonché quella extracontrattuale contro il produttore, per il danno sofferto in dipendenza dei vizi che rendono la cosa pericolosa; né l’eventuale prestazione volontaria, da parte del produttore, di una garanzia convenzionale, ai sensi dell’art. 133 del citato d.lgs., determina una deroga a tali principi, sicché il cliente finale (consumatore) non può agire direttamente verso uno qualsiasi dei soggetti della catena distributiva, ma deve necessariamente rivolgersi al suo immediato venditore (venditore finale), ultimo anello della detta catena e suo dante causa.

Tribunale Monza sez. I, 28/01/2020, n.135

Prezzi massimi per la vendita al consumo

Non è manifestamente infondata – in riferimento all’art. 3 cost. – la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5 comma 2 del trattato di Roma, istitutivo della Comunità europea, e dell’art. 2 l. 14 ottobre 1957 n. 1203, nella parte in cui limitano il potere degli Stati membri di fissare i prezzi autoritativi delle merci alle sole fasi del commercio al minuto e del consumo, impedendo, attraverso la emanazione di regolamenti comunitari disciplinanti una organizzazione comune di mercato basata su prezzi uniformi, l’esercizio del potere del governo italiano di fissare i prezzi delle carni bovine in ogni fase di scambio, ed anche, quindi, all’importazione ed alla esportazione.

Un regime autoritativo dei prezzi esplica l’effetto calmieratore solo in quanto sia esteso ad ogni fase di scambio; l’imposizione del prezzo massimo ai soli venditori al minuto si risolve in una discriminazione a danno di costoro, rispetto ai produttori ed ai grossisti. Secondo la Corte della CEE il fatto che uno Stato membro fissi i prezzi massimi per la vendita al consumo delle carni bovine macellate non è incompatibile con l’organizzazione comune di mercato quando non ne siano messi in pericolo gli obiettivi, restando garantito un congruo profitto al commerciante al minuto; ma una siffatta indagine, che si riflette sulla discrezionalità degli adottati provvedimenti, non è consentita al giudice nazionale, nè comunque varrebbe ad eliminare le sperequazioni fra le diverse categorie di commercianti (libertà per i grossisti di determinare i prezzi, vincolo per i soli dettaglianti al prezzo d’imperio).

Pretura Padova, 20/05/1980

Integrazione del prezzo di vendita al consumo

Nelle ipotesi che un’impresa di confezionamento di olio di oliva abilitata a ri chiedere le erogazioni Cee ad integrazione del prezzo di vendita al consumo abbia commesso un’infrazione, al meccanismo sanzionatorio ideato e disciplinato dalla normativa comunitaria si aggiunge il generale potere della pubblica amministrazione di sospendere in via cautelare, ove ne ricorrano i necessari presupposti, il proprio provvedimento di riconoscimento.

T.A.R., (Lazio) sez. III, 24/01/1994, n.112

Vendita di beni di consumo affetti da vizio di conformità

In tema di vendita di beni di consumo affetti da vizio di conformità, ove la riparazione o la sostituzione risultino, rispettivamente, impossibile ovvero eccessivamente onerosa, va riconosciuto al consumatore, benché non espressamente contemplato dall’art. 130, comma 2, del d.lgs. n. 206 del 2005, ed al fine di garantire al medesimo uno standard di tutela più elevato rispetto a quello realizzato dalla Direttiva n. 44 del 1999, il diritto di agire per il solo risarcimento del danno, quale diritto attribuitogli da altre norme dell’ordinamento, secondo quanto disposto dall’art. 135, comma 2, del medesimo c. cons.

(Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, in presenza di una domanda principale volta alla eliminazione dei vizi ed una, subordinata, di carattere esclusivamente risarcitorio, riconosciuta l’esistenza dei vizi lamentati dal consumatore e, al contempo, l’eccessiva onerosità dell’intervento occorrente per la loro eliminazione, aveva circoscritto il risarcimento nei limiti del solo danno non coperto dalla sostituzione eccessivamente onerosa).

Cassazione civile sez. II, 20/01/2020, n.1082

Vendita al consumo nello Spazio economico europeo

L’art. 7 n. 1, della prima direttiva del Consiglio 21 dicembre 1988 n. 89/104/Cee, sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di marchi d’impresa, come modificata dall’Accordo 2 maggio 1992, sullo Spazio economico europeo, dev’essere interpretato nel senso che i prodotti contrassegnati da un marchio non possono essere considerati immessi in commercio nello Spazio economico europeo quando il titolare del marchio li abbia importati nello Spazio economico europeo al fine di venderli nel medesimo, ovvero quando li abbia messi in vendita al consumo nello Spazio economico europeo (See), nei propri negozi ovvero in quelli di una società collegata, senza peraltro riuscire a venderli. In circostanze come quelle oggetto della controversia principale, la stipulazione, in un contratto di vendita concluso tra il titolare del marchio e un operatore stabilito nello Spazio economico europeo, di un divieto di rivendita nel medesimo non esclude che vi sia immissione in commercio nello Spazio economico europeo ai sensi dell’art. 7 n. 1, della direttiva n. 89/104/Cee, cit., e non osta, pertanto, all’esaurimento del diritto esclusivo del titolare in caso di rivendita nello Spazio economico europeo in violazione del divieto.

Corte giustizia UE, 30/11/2004, n.16

Stadio dell’approvvigionamento e della vendita al consumo

Il regolamento del consiglio 13 giugno 1967 n. 121, relativo all’organizzazione comune dei mercati nel settore della carne suina, e il regolamento del consiglio 27 giugno 1968 n. 805, relativo all’organizzazione comune dei mercati nel settore delle carni bovine, considerati entrambi alla luce degli altri regolamenti menzionati dal giudice nazionale, non ostano alla fissazione unilaterale da parte di uno Stato membro di un margine di utile massimo per la vendita al dettaglio delle carni suine e bovine, margine calcolato essenzialmente a partire dai prezzi d’acquisto, quali sono praticati negli stadi commerciali anteriori, e variabile in funzione di detti prezzi, purché i prezzi d’acquisto che servono al calcolo del margine siano maggiorati delle spese commerciali e d’importazione effettivamente sostenute dal dettagliante nello stadio dell’approvvigionamento e della vendita al consumo e purché il margine venga fissato ad un livello che non ostacoli gli scambi intracomunitari.

Corte giustizia UE, 17/01/1980, n.95

Facoltà di fissare i prezzi di vendita al consumo

Il regolamento del consiglio 5 ottobre 1976 n. 2453, relativo al trasferimento all’organismo d’intervento italiano di carni congelate detenute dagli organismi d’intervento di altri Stati membri va interpretato, in collegamento con le disposizioni del regolamento d’attuazione, nel senso che il governo italiano ha la facoltà di fissare mediante disposizioni nazionali i prezzi di vendita al consumo per dette carni, purché il margine di profitto ammesso per i commercianti al minuto non sia talmente ridotto da ostacolare lo smercio del prodotto in questione.

Corte giustizia UE, 12/07/1979, n.223



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