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Coronavirus: le parole dell’emergenza

10 Giugno 2020 | Autore:
Coronavirus: le parole dell’emergenza

Dalla A alla Z, l’elenco semiserio dei termini finora sconosciuti che sono entrati nel nostro lessico e quelli che hanno preso un significato diverso. 

Erano nascoste nei vocabolari fino a quando è arrivato il coronavirus a scomodarle. Tante le parole che in questi tre mesi di emergenza non avevamo mai sentito o avevamo usato appena e che ora fanno parte del nostro parlare quotidiano. Quando mai si usavano termini come lockdown o smart working? Chi sapeva dove si trovava Wuhan? Quanti di noi avevano mai usato Zoom? A dire la verità, abbiamo dovuto anche imparare che cos’è il coronavirus, o Covid che dir si voglia.

Se l’emergenza sanitaria ci ha costretti a cambiare le nostre abitudini, tra quarantena e limitazioni, mascherine e distanze di sicurezza, ci ha anche insegnato o ricordato un nuovo lessico ed ha portato alla ribalta dei personaggi fino a ieri sconosciuti e oggi diventati, ormai, di famiglia. Così come ha pure dato ad alcuni termini più comuni un nuovo significato. Proviamo, per una volta, a divertirci riguardando dalla A alla Z come il coronavirus ha cambiato il modo di parlare, almeno nell’uso quotidiano di alcuni termini. Ma anche le parole che sono rimaste il simbolo di questi tre mesi e mezzo di emergenza.

A

Come assembramento. Dove finora c’era «una marea di gente», un «casino infernale» o una «baraonda», dalla fine di febbraio c’è un «assembramento» di persone. Vietatissimo per evitare la diffusione del virus, ignorato da chi preferisce una birra con gli amici a tutelare la propria salute e quella degli altri.

Come autocertificazione. Probabilmente, è il termine che più ilarità ha suscitato dall’inizio dell’emergenza, per via dei suoi continui aggiornamenti in cui si introduceva una parola o una riga in più rispetto al modulo precedente. Qualcuno sosteneva che con la quinta versione del documento usato per giustificare i nostri spostamenti sarebbe stato dato in omaggio un raccoglitore. Il Governo si è fermato alla quarta versione. Per risparmiare in raccoglitori, si presume.

B

Come balconi. Parola molto usata anche prima dell’emergenza, certo, ma mai con il significato acquisito durante la quarantena. I balconi sono diventati palcoscenico per chi voleva cacciare via la noia della reclusione, luogo di comunicazione con il vicino di fronte, supporto per appendere un Tricolore, solarium per chi non voleva rinunciare alla prima tintarella o platea per applaudire ad una certa ora, insieme agli altri affacciati ai loro rispettivi balconi, gli operatori sanitari. Ora sono tornati alla normale destinazione d’uso: il luogo in cui sbattere la tovaglia dopo cena o a cui affacciarsi per vedere chi va e chi viene.

Come Bei. Questa è proprio nuova per la stragrande maggioranza degli italiani. Bei sta per Banca europea per gli investimenti ed è uno degli strumenti anti-crisi, insieme al Mes e al Sure. Meno martellante rispetto al Meccanismo europeo di stabilità, ma comunque piuttosto presente nei tempi in cui erano aperte le trattative per sapere se l’Europa ci dava una mano ad uscire dalla crisi oppure no.

Come Burioni. Qualcuno aveva mai sentito parlare di lui? Oggi è una star della comunità scientifica e, fino a domenica scorsa, della tv. Ora, il virologo Roberto Burioni ha deciso di ritirarsi dalla ribalta, forse anche perché è finita la stagione di Che tempo che fa e i telegiornali non lo considerano più. Noi, però, ce lo teniamo nel nostro vocabolario.

C

Come coronavirus e Covid, ovviamente. I grandi protagonisti (in negativo) delle nostre vite da oltre tre mesi. I più pensavano che fosse «roba da cinesi» finché sono iniziati i casi positivi dalle nostre parti. Così, la parola coronavirus in tutte le sue varianti (Covid, Covid-19, Sars-CoV-2, ecc.) è stata pronunciata ogni giorno milioni di volte e per molto tempo è stato l’unico argomento di conversazione, ha riempito i palinsesti televisivi e ossessionato le nostre vite.

Come Conte. Mai l’avevamo sentito parlare così tanto. Presenza immancabile del sabato sera nei primi mesi dell’emergenza, quando al posto di Carlo Conti o di Milly Carlucci arrivava lui sui teleschermi per presentare il suo cavallo di battaglia: il nuovo Dpcm (vedi lettera successiva). Ha fatto più ascolti lui di Amadeus con il Festival. E, soprattutto – non suona bene, ma bisogna pur dirlo – ha guadagnato dei consensi che nemmeno lui si aspettava, proprio a causa del coronavirus. Si mantiene tra i leader europei più apprezzati ed è riuscito – per ora – ad allontanare il rischio di dover passare il testimone del Governo a Mario Draghi. Se gliel’avessero detto a gennaio, si sarebbe fatto una sonora risata.

D

Come Dpcm, appunto. Anche questo termine, che per esteso significa Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, era sconosciuto a tanti ma è entrato nel nostro lessico quotidiano. Soprattutto nelle prime settimane dell’emergenza sanitaria, quando gli italiani attendevano la diretta del sabato sera da Palazzo Chigi per sapere cosa chiudeva e cosa apriva, se si poteva andare a fare due passi o si doveva restare ancora a casa.

Come De Luca Vincenzo. Conosciuto fino a febbraio soprattutto dai suoi concittadini e dal Pd (il suo partito), il governatore della Campania è diventato durante l’emergenza la star dei social network. Le sue perle, sparate dietro a un tavolo, col microfono accanto e l’inquadratura bulgara, hanno sempre fatto il giro del web in pochi minuti, grazie anche alla parlantina napoletana e all’ironia con cui accompagnava anche i concetti più seri. Tra quelli rimasti memorabili, l’intervento in cui minacciava di mandare i Carabinieri con il lanciafiamme alle feste di laurea durante la quarantena ed i suoi attacchi a Matteo Salvini, quello che «va in giro a far vedere gli occhiali color pannolino da neonato».

E

Come emergenza. Non ce la siamo ancora tolta di dosso perché non è ancora finita nemmeno ufficialmente (occorre attendere il 31 luglio). Per ovvi motivi, l’emergenza deve avere un posto di primo piano in questo elenco.

Come Europa. Mai tanto amata e odiata (non necessariamente in quest’ordine) come durante la crisi del coronavirus. Perché ci doveva dare i soldi ma non ce li dava. Perché quando ce li ha dati non sono mai abbastanza. Perché ha fatto arrabbiare Conte. Perché Salvini e Meloni dicevano che è inutile e che fa sempre quello che dicono Merkel e Macron. Poi chi non lo sapeva scopre che senza i soldi dell’Europa l’Italia sarebbe nella palta per ricostruire i danni economici dell’emergenza. Nel bene e nel male, di Europa si parlava ogni giorno. E se ne continuerà a parlare finché esiste.

F

Come fase 2. Della 1 non se ne è parlato perché era troppo ovvia: eravamo tutti chiusi in casa. Della 3 poco importa, perché siamo tutti liberi o quasi. Era proprio la fase 2 quella che più ci interessava. Per sapere se si poteva andare a correre (anche chi non l’ha mai fatto) o a prendere un caffè al bar. Ma soprattutto per sapere se e come si poteva tornare al lavoro. Non ci sarà mai nella storia un’altra fase 2 così famosa come questa. Dovrebbero fare come con le star del calcio: togliere il numero e non darlo mai a nessuno. D’ora in poi, dalla fase 1 si passerà direttamente alla fase 3, perché mai nessuna fase 2 sarà come quella del coronavirus.

Come Fontana Attilio, governatore della Lombardia. Ci limitiamo a citarlo, perché se dovessimo ricordare com’è diventato così famoso in tutta Italia durante l’emergenza, sarebbe necessario scrivere un libro a parte.

G

Come Governo. Cade o non cade? Conte resta o verrà sostituito con Draghi? Sempre in bilico (ma questo succede da che mondo è mondo), gli va riconosciuta sicuramente una cosa: ha dovuto affrontare l’esame più duro per qualsiasi politico, ovvero evitare che una pandemia facesse scomparire il nostro Paese dalla faccia della Terra e lo relegasse ai libri di Storia. Saranno proprio quei testi a dire un domani se poteva fare di più o se ha fatto ciò che umanamente era possibile.

H

Come Hubei, là dove tutto ha avuto inizio. Provincia centrale della Cina, il cui nome significa «a Nord del lago», oggi è diventato sinonimo di coronavirus.

I

Come Ilaria Capua. Altra emerita sconosciuta che deve la sua popolarità all’emergenza Covid. A differenza di Burioni, però, la virologa Ilaria Capua sta simpatica a tutti. Tranne che a Burioni, con cui ha avuto più di un diverbio a distanza.

Come infermieri. Una professione che negli ultimi tre mesi è stata rivalutata. Giustamente: senza il loro impegno, il coronavirus sarebbe stato un macello ancora più grande di quello che è stato. Resteranno indelebili le immagini dell’infermiera esausta sulla tastiera del computer o di quelli con il volto segnato dalle troppe ore di mascherina.

L

Come lockdown. In italiano esiste la parola «confinamento», che vuol dire la stessa cosa, ma in inglese, oltre che essere più chic fa meno impressione. È tra le parole introdotte nel nostro linguaggio quotidiano proprio durante l’emergenza. E difficilmente la scorderemo.

M

Come mascherina. Pensavamo fosse solo roba da sala operatoria e adesso ce la dobbiamo portare ovunque. Bianche, chirurgiche, con il Tricolore, griffate: ce ne sono di tutti i tipi e ci hanno detto che non tutte sono efficaci, ma alla fine continuiamo a non capire quali vanno bene e quali sarebbe meglio evitare. C’è chi ha lanciato una nuova moda: la mascherina da collo che si tira su velocemente se si vede in giro un poliziotto. Sono quelli che qualche governatore ha chiamato «imbecilli doppi» (vedi la lettera D).

Come Mes. Il Meccanismo europeo di stabilità, di cui pochi conoscevano l’esistenza, ora è entrato nell’orecchio di tutti per via delle discussioni con Bruxelles sugli aiuti per l’emergenza. Ed anche per via delle litigate all’interno del Movimento 5 Stelle, dopo che il Governo ha invertito la rotta e ha detto che sì, che va bene, che si accettano anche i soldi del Mes.

Come medici. Vale quanto detto alla lettera I sugli infermieri.

N

Come numeri. Un vero incubo che ogni sera, alle 18, si aggiornava con i nuovi dati di contagi, vittime, guariti, ricoveri in terapia intensiva. Motivo anche questo di continui dissapori tra chi sostiene che i numeri ufficiali sono quelli che contano e chi afferma che le cifre della pandemia sono almeno 10 volte superiori a quelle che ci vengono raccontate. La sensazione è che, dopo aver superato un certo limite, ormai nessuno badi più ai bollettini. Ma i numeri resteranno lì, a beneficio delle statistiche.

O

Come obbligo. Di indossare la mascherina, di avere l’autocertificazione, di mantenere la distanza di sicurezza, di igienizzare le mani. Durante l’emergenza, tutto è diventato un obbligo. O, se preferite, un divieto. Che poi è la stessa cosa.

P

Come pandemia. Abbiamo scoperto negli ultimi mesi che non è solo una cosa da guardare al telegiornale in qualche servizio degli inviati in Africa ma che ce la possiamo trovare in casa nostra, come purtroppo è successo. Ne avevamo sentito parlare ai nostri nonni, a quelli che restano ancora testimoni della «spagnola». Ora la stiamo vivendo anche noi e i nostri nipoti la racconteranno ai loro nipoti. Sperando che lì si fermi la catena.

Come Protezione civile. Se Conte era l’uomo del sabato sera, la Protezione civile era quella dell’appuntamento quotidiano delle 18 con gli aggiornamenti sui dati della pandemia. Accanto al capo del Dipartimento, Angelo Borrelli, l’immancabile e preziosa Susanna Di Pietra, l’interprete per i sordomuti che traduceva nella lingua dei segni. Anche lei resterà nella memoria.

Q

Come quarantena. Mai avremmo immaginato di viverne una, men che meno collettiva. Potremo raccontare anche questa, anche se avremmo preferito parlare d’altro con i nostri nipoti.

R

Come ripresa, riapertura, riavvio, ritorno alla normalità. Parole tanto desiderate da diventare quasi ossessive.

S

Come smart working. Finora si lavorava da casa, c’era il telelavoro, ora si ricorre allo smart working: suona più professional. Ha salvato un po’ di posti di lavoro dall’emorragia provocata dalla crisi. E, probabilmente, diventerà un nuovo modello aziendale da adottare anche quando si tornerà alla normalità. Sempre che di normalità si possa parlare un domani. E sempre che la rete in fibra diventi una realtà in tutto il Paese.

Come Sure. Eccolo, l’altro sconosciuto che arriva da Bruxelles. Significa (anche qui in inglese) Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency. Detto in «cristiano», è un supporto economico per evitare la disoccupazione durante l’emergenza e si affianca ad altri ammortizzatori sociali come la cassa integrazione. Era sconosciuto finora per un solo motivo: non esisteva. Ora ne sentiamo e ne sentiremo parlare spesso. Purtroppo.

T

Come tampone. Ci siamo abituati all’immagine di quella specie di cotton fioc lungo lungo che serve a scoprire se una persona è positiva al coronavirus o no. E lo vedremo ancora per parecchio tempo.

Come Trump. Altro personaggio che meriterebbe un libro a parte. Per ora, basti dire che le sue continue esternazioni e le figure poco raccomandabili che ha fatto sul coronavirus (oltre all’attuale situazione di violenza scatenata dalla condotta di qualche poliziotto) gli costeranno molto probabilmente la rielezione alla presidenza degli Stati Uniti.

U

Come unità d’Italia. Ai primi di marzo in molti dissero che la quarantena l’avrebbe rafforzata. Poco dopo si ebbe già la sensazione che era solo uno slogan per condire la clausura. In questi tre mesi abbondanti, ogni Regione ha fatto di testa sua e, molto probabilmente, continuerà a farlo nei prossimi mesi a colpi di ordinanza. Sentir parlare gli amministratori di alzare delle barriere nei confronti di chi arriva da un altro territorio fa capire che l’Italia resta veramente unita solo quando gioca la Nazionale. E non sempre.

V

Come vaccino. Sarà sicuramente il protagonista dei prossimi mesi. O meglio sarebbe parlare al plurale, visto che, a quanto pare, ce ne sarà più di uno per proteggere la popolazione da nuovi eventuali contagi. Ma sarà anche il nuovo oro da sfruttare: la corsa all’affare economico che può garantire un vaccino contro il Covid è soltanto appena cominciata.

W

Come Wuhan. Vedi la lettera H: nessuno sapeva dov’è, ora tutto il mondo sa dove si trova.

Z

Come Zoom. Ha fatto affari d’oro la piattaforma che ha consentito (e che consente tuttora) di parlare in videoconferenza con più persone contemporaneamente. Non solo per le chiacchierate tra amici, ma per riunioni di lavoro, didattica a distanza, ecc. Tra le varie piattaforme che offrono questo servizio, è quella che ha avuto maggior successo, nonostante le perplessità sulla sicurezza dei dati di chi si collega. Tant’è che, dopo di lei, anche Facebook ha lanciato le sue «stanze» dove poter invitare gli amici a parlare in video.



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