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Assistenza al familiare disabile: ultime sentenze

19 Luglio 2020
Assistenza al familiare disabile: ultime sentenze

Richiesta di trasferimento; esigenze economiche ed organizzative del datore di lavoro; intervento assistenziale di carattere permanente, continuativo e globale; bilanciamento degli interessi e dei diritti del lavoratore e del datore di lavoro.

Assistenza familiare del disabile

Il personale scolastico che vuole assistere il familiare, ai sensi dell’art. 33, co. 5 e 7, della L. 104/1992, in qualità di referente unico, non può essere destinatario di precedenza nell’ambito delle operazioni di mobilità; il personale interessato, infatti, per realizzare l’assistenza al familiare disabile partecipa alle operazioni di assegnazione provvisoria, usufruendo della precedenza che sarà prevista dal CCNI sulla mobilità annuale.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. III, 06/08/2018, n.8784

Fruizione del congedo e dei permessi

Se il lavoratore fruisce del congedo e dei permessi per prestare assistenza al familiare affetto da handicap grave, è irrilevante, ai fini dell’applicazione della normativa sul diritto al trasferimento di cui all’art. 33, comma 5 L. n. 104/92, che vi siano o meno altre persone della famiglia che potrebbero prestare assistenza al familiare disabile.

Tribunale Roma sez. III, 20/05/2020, n.2524

Trasferimento per assistenza a familiare disabile

In tema di richiesta di trasferimento per assistenza di parente disabile deve essere rigettato il ricorso promosso dal lavoratore richiedente qualora il concorso non preveda alcun posto di dirigente nella Regione del chiesto trasferimento e di certo non è ammissibile che si chieda al Ministero di costituire ad hoc un ruolo dirigenziale nella regione di residenza del parente disabile.

Tribunale Bergamo sez. lav., 28/05/2020, n.155

Le esigenze di cura del familiare disabile del lavoratore 

In tema di assistenza a familiari disabili, va precisato che il diritto alla scelta della sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere può essere esercitato anche in costanza di rapporto e tale assistenza non deve essere considerata esclusiva sulla base della nuova formulazione testuale derivante dalle modifiche introdotte dalla l. n. 183/2010; va ribadito come tale diritto deve necessariamente essere bilanciato con le esigenze economiche ed organizzative promananti dalla parte datoriale ex art. 41 Cost.

In sostanza, il diritto previsto dall’art. 33 l. n. 104/1992 non è illimitato e incondizionato ma, come emerge inequivocabilmente dall’utilizzo della locuzione “ove possibile”, deve essere bilanciato con le esigenze organizzative del datore di lavoro che, nel caso di specie, è l’amministrazione scolastica.

Tribunale Parma sez. lav., 17/02/2020, n.26

L’uso improprio del permesso per assistenza al disabile

Il permesso di cui alla legge. n. 104 del 1992, art. 33, è riconosciuto al lavoratore in ragione dell’assistenza al disabile e in relazione causale diretta con essa, senza che il dato testuale e la “ratio” della norma ne consentano l’utilizzo in funzione meramente compensativa delle energie impiegate dal dipendente per detta assistenza.

Ne consegue che il comportamento del dipendente che si avvalga di tale beneficio per attendere ad esigenze diverse integra l’abuso del diritto e viola i principi di correttezza e buona fede, sia nei confronti del datore di lavoro che dell’Ente assicurativo, con rilevanza anche ai fini disciplinari. È quindi necessario che l’assenza dal lavoro si ponga in relazione diretta con l’esigenza per il cui soddisfacimento il diritto stesso è riconosciuto, ossia l’assistenza al disabile; questa può essere prestata con modalità e forme diverse, anche attraverso lo svolgimento di incombenze amministrative, pratiche o di qualsiasi genere, purchè nell’interesse del familiare assistito.

Di conseguenza il prestatore di lavoro subordinato che non si avvalga del permesso previsto dal citato art. 33, in coerenza con la funzione dello stesso, integra un abuso del diritto in quanto priva il datore di lavoro della prestazione lavorativa in violazione dell’affidamento riposto nel dipendente ed integra, nei confronti dell’Ente di previdenza erogatore del trattamento economico, un’indebita percezione dell’indennità ed uno sviamento dell’intervento assistenziale.

Cassazione civile sez. lav., 22/01/2020, n.1394

Congedo straordinario per l’assistenza al genitore disabile

La normativa sui congedi straordinari per l’assistenza di un familiare affetto da disabilità grave, contenuta nel d.lg. 26 marzo 2001, n. 151, è viziata da illegittimità costituzionale nella parte in cui non prevede, all’art. 42, comma 5, d.lgs. n. 151/2001 che anche il figlio non convivente all’epoca della domanda, ma che intraprenderà successivamente la convivenza, possa fruire del congedo straordinario per assistere il genitore.

Corte Costituzionale, 07/12/2018, n.232

Assistenza del coniuge o del figlio portatore di handicap

È costituzionalmente illegittimo l’art. 24, comma 3, d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151, nella parte in cui non esclude dal computo di sessanta giorni immediatamente antecedenti all’inizio del periodo di astensione obbligatoria dal lavoro il periodo di congedo straordinario previsto dall’art. 42, comma 5, d.lgs. n. 151 del 2001, di cui la lavoratrice gestante abbia fruito per l’assistenza al coniuge convivente o a un figlio, portatori di handicap in situazione di gravità accertata ai sensi dell’art. 4, comma 1, l. 5 febbraio 1992, n. 104. Nel negare l’indennità di maternità alla madre che, all’inizio del periodo di astensione obbligatoria, benefici da più di sessanta giorni di un congedo straordinario per l’assistenza al coniuge o al figlio in condizioni di grave disabilità, la disposizione censurata sacrifica in maniera arbitraria la speciale adeguata protezione che l’art. 37, comma 1, Cost. — e, in termini generali l’art. 31, comma 2, Cost. — accorda alla madre lavoratrice e al bambino. L’assetto prefigurato dal legislatore, inoltre, attua un bilanciamento irragionevole nei confronti di due princìpi di primario rilievo costituzionale, la tutela della maternità e la tutela del disabile.

Con l’imporre una scelta tra l’assistenza al disabile e la ripresa dell’attività lavorativa per godere delle provvidenze legate alla maternità, la disciplina censurata determina l’indebito sacrificio dell’una o dell’altra tutela. In tal modo essa entra in contrasto con il disegno costituzionale che tende a ravvicinare le due sfere di tutela e a farle convergere, nell’alveo della solidarietà familiare, oltre che nelle altre formazioni sociali.

La tutela della maternità e la tutela del disabile, difatti, pur con le peculiarità che le contraddistinguono, non sono antitetiche, proprio perché perseguono l’obiettivo comune di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3, comma 2, Cost.) (sentt. nn. 106 del 1980, 1 del 1987, 332 del 1988, 61, 132 del 1991, 423 del 1995, 361 del 2000, 405 del 2001, 233 del 2005, 158 del 2007, 19 del 2009, 203 del 2013, 205 del 2015) .

Corte Costituzionale, 13/07/2018, n.158

Le esigenze di cura del familiare disabile del lavoratore 

Nel necessario bilanciamento di interessi e di diritti del lavoratore e del datore di lavoro, aventi ciascuno copertura costituzionale, dovranno essere valorizzate le esigenze di assistenza e di cura del familiare disabile del lavoratore, occorrendo salvaguardare condizioni di vita accettabili per il contesto familiare in cui la persona con disabilità si trova inserita e, allo stesso tempo, dovranno essere evitati i riflessi pregiudizievoli che deriverebbero dall’assegnazione del lavoratore che presta assistenza ogni volta che le esigenze tecniche, organizzative e produttive non risultino effettive e comunque insuscettibili di essere diversamente soddisfatte. Di talché va ordinato alla società datrice di lavoro l’assegnazione urgente del lavoratore presso la sedi più vicine al proprio domicilio, onde garantire adeguata assistenza a famigliare disabile.

Tribunale Bari sez. lav., 29/05/2018

Divieto di trasferire il lavoratore che assiste un familiare disabile 

Ai sensi dell’art. 33 comma 5 della legge n. 104 del 1992, come modificato dall’art. 24 comma 1 lett. b) della legge 183 del 2010, il diritto del lavoratore a non essere trasferito ad altra sede lavorativa senza il suo consenso non può subire limitazioni risultando la inamovibilità giustificata dal dovere di cura e di assistenza da parte del lavoratore al familiare disabile, sempre che non risultino provate da parte del datore di lavoro specifiche esigenze tecniche, organizzative e produttive che, in un equilibrato bilanciamento tra interessi, risultino effettive e comunque insuscettibili di essere diversamente soddisfatte.

Cassazione civile sez. lav., 12/10/2017, n.24015

Nesso causale tra assenza dal lavoro ed assistenza al disabile

In tema di congedo straordinario ex art. 42, comma 5, del d.lgs. n. 151 del 2001, l’assistenza che legittima il beneficio in favore del lavoratore, pur non potendo intendersi esclusiva al punto da impedire a chi la offre di dedicare spazi temporali adeguati alle personali esigenze di vita, deve comunque garantire al familiare disabile in situazione di gravità di cui all’art. 3, comma 3, della l. n. 104 del 1992 un intervento assistenziale di carattere permanente, continuativo e globale nella sfera individuale e di relazione; pertanto, ove venga a mancare del tutto il nesso causale tra assenza dal lavoro ed assistenza al disabile, si è in presenza di un uso improprio o di un abuso del diritto ovvero di una grave violazione dei doveri di correttezza e buona fede sia nei confronti del datore di lavoro che dell’ente assicurativo.

(Nella specie, relativa a un lavoratore licenziato perché, in costanza di congedo, volontariamente richiesto per due anni consecutivi, senza frazionamenti pure possibili, si era allontanato dal disabile per un lasso di tempo significativo, soggiornando a molti chilometri di distanza, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva dichiarato il recesso privo di giusta causa, senza verificare se tale condotta avesse preservato le finalità primarie dell’intervento assistenziale).

Cassazione civile sez. lav., 19/07/2019, n.19580

L’illegittimo uso dei permessi per assistere il familiare disabile

Il comportamento del prestatore di lavoro subordinato che non si avvale del permesso in coerenza con l’assistenza al familiare disabile rappresenta un abuso del diritto, in quanto priva il datore di lavoro della prestazione, in violazione dell’affidamento riposto nel dipendente, ed integra nei confronti dell’ente di previdenza un’indebita percezione dell’indennità ed uno sviamento dell’intervento assistenziale (nella specie, il dipendente di una municipalizzata aveva chiesto e ottenuto alcuni permessi per assistere il padre, che, invece, risultava essere regolarmente operativo nella stessa azienda del figlio).

Cassazione civile sez. lav., 25/03/2019, n.8310

Il divieto di trasferimento del lavoratore che assiste un familiare disabile

Il divieto di trasferimento del lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente, di cui all’art. 33, comma 5, della legge n. 104/1992 (nel testo modificato dall’art. 24, comma 1, lett. b, della legge n. 183 del 2010), opera ogni volta muti definitivamente il luogo geografico di esecuzione della prestazione, anche nell’ambito della medesima unità produttiva che comprenda uffici dislocati in luoghi diversi, in quanto il dato testuale contenuto nella norma, che fa riferimento alla sede di lavoro, non consente di ritenere tale nozione corrispondente all’unità produttiva di cui all’art. 2103 c.c. Il diritto del lavoratore a non essere trasferito ad altra sede lavorativa senza il suo consenso non può subire limitazioni risultando la inamovibilità giustificata dal dovere di cura e di assistenza da parte del lavoratore al familiare disabile, sempre che non risultino provate da parte del datore di lavoro specifiche esigenze tecniche, organizzative e produttive che, in un equilibrato bilanciamento tra interessi, risultino effettive e comunque insuscettibili di essere diversamente soddisfatte.

Tribunale Roma sez. lav., 20/05/2019



7 Commenti

  1. Quali sono i requisiti per aver diritto all’accompagnamento? è compatibile con altre indennità, spettanti al disabile, come l’assegno riconosciuto dall’Inail o quello erogato dalle Regioni?Grazie

    1. I requisiti per aver diritto all’indennità di accompagnamento sono:
      invalidità totale e permanente del 100% riconosciuta;
      impossibilità di camminare senza l’aiuto di un accompagnatore;
      in alternativa, impossibilità di compiere gli atti quotidiani della vita e conseguente necessità di assistenza;
      cittadinanza italiana o europea, o cittadinanza di un Paese extraeuropeo, se l’interessato è in possesso del permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo (dovrebbe essere però sufficiente anche un regolare permesso non di lungo periodo, in base ad una recente sentenza della Corte Costituzionale);
      residenza in Italia.
      Per chi ha meno di 18 anni o più di 65 anni non si può parlare di invalidità nel senso proprio del termine, perché non si può far riferimento alla riduzione della capacità lavorativa: si deve allora valutare la capacità di svolgere i compiti e le funzioni proprie dell’età.

    2. L’indennità di accompagnamento è incompatibile con altre indennità, spettanti al disabile, finalizzate all’assistenza personale continuativa, come l’assegno riconosciuto dall’Inail o quello erogato dalle Regioni, o con le prestazioni per invalidità contratta per cause di servizio, lavoro o guerra. L’interessato può comunque scegliere il trattamento più favorevole.
      La prestazione è invece compatibile:
      con altri trattamenti assistenziali, come la pensione di inabilità civile o l’assegno mensile di invalidità;
      con altri trattamenti previdenziali, come la pensione di vecchiaia e anticipata o di reversibilità.
      Per la concessione dell’accompagnamento non rilevano, in ogni caso, né i redditi dell’invalido, né quelli del familiare che presta assistenza.
      Se il familiare che assiste il disabile ha diritto a delle prestazioni economiche dirette collegate all’assistenza, come Home care premium dell’Inps, queste non fanno perdere all’invalido il diritto all’accompagno, in quanto come abbiamo appena osservato l’assegno non è legato a limiti di reddito personali o familiari. L’accompagnamento, d’altra parte, non fa perdere il diritto alle eventuali prestazioni spettanti al familiare del disabile (solitamente collegate all’indicatore Isee, cioè all’indice che “misura la ricchezza” della famiglia), perché, come abbiamo detto, non deve più essere inserito nell’Isee del nucleo familiare, in quanto costituisce una prestazione di assistenza e non un reddito.

  2. Avere in casa un parente bisognoso significa dover fare i conti con il lavoro: continue richieste di permessi. Mia nipote ha pensato una volta di rinunciare al proprio posto per garantire continua assistenza. Quali detrazioni fiscali per chi assiste un disabile?A chi spetta la detrazione fiscale per chi assiste un disabile?A chi spetta l’assegno per assistenza ad un disabile?

    1. Il Testo unico, che comprende tre disegni di legge approvati in passato a favore di chi assiste un disabile, prevede un’ulteriore detrazione fiscale che si aggiunge a quelle già in vigore per chi si occupa di un parente non autosufficiente. Si tratta di una detrazione del 19% per le spese di assistenza fino ad un tetto di 10mila euro. Significa che si riuscirà a diminuire le tasse di un massimo di 1.900 euro. Ricordiamo che, fino all’entrata in vigore del Testo unico, la detrazione fiscale per le spese di assistenza spettavano a portatori di handicap o a persone non autosufficienti. Ora, invece, la detrazione fiscale interessa anche chi assiste un familiare di almeno 80 anni che abbia questi requisiti: che sia un familiare entro il terzo grado di parentela; che il familiare non abbia reddito; che abbia un indice Isee inferiore a 25mila euro; che sia convivente da almeno 6 mesi.
      Chi assiste un disabile e non ha diritto alla detrazione fiscale del 19% su una spesa massima di 10mila euro perché supera le imposte dovute, ha diritto invece ad un assegno a titolo di rimborso spese pari a 1.900 euro l’anno erogato dall’Inps. I requisiti sono quelli appena visti, quindi:
      assistere un familiare di almeno 80 anni;
      che sia un familiare entro il terzo grado di parentela;
      che il familiare non abbia reddito o che sia incapiente ai fini fiscali;
      che sia convivente da almeno 6 mesi.

  3. Ho diritto al telelavoro per assistere un disabile?Ho diritto alle ferie solidali? Ho diritto ai permessi per assistere un disabile se ho contratto di collaborazione?

    1. Tra le agevolazioni per chi assiste un disabile, è previsto anche l’inserimento nelle categorie protette ai sensi di legge per il riconoscimento del diritto al lavoro. In questo contesto, il caregiver ha diritto a ricorrere alla soluzione del telelavoro, che gli consente di restare attivo da casa e di avere la possibilità, dunque, di restare vicino alla persona da assistere. Il suo datore di lavoro, dunque, è tenuto a garantirgli delle mansioni compatibili con il telelavoro. Chi non è un lavoratore dipendente ma ha un contratto di collaborazione ha diritto ai permessi retribuiti previsti dalla Legge 104 per assistere un disabile.

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