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Figlio lavoratore: diritto al mantenimento

11 Giugno 2020
Figlio lavoratore: diritto al mantenimento

Autosufficienza economica del figlio maggiorenne: quando si raggiunge? Cosa succede se il figlio è studente ma lavora?

Il principio è ormai a tutti noto e anche stabile: i figli hanno diritto ad essere mantenuti dai genitori – sposati o conviventi, separati o “divorziati” che siano – finché non sono in grado di mantenersi da soli. Ossia sino a quando non raggiungono l’autosufficienza economica. Questa situazione non coincide quindi con i 18 anni, ma si verifica quando il giovane raggiunge un’autonomia, un reddito conforme al suo percorso di studi e che gli garantisce una certa stabilità. 

Le incertezze sorgono quando bisogna andare a definire la stabilità. Ad esempio un lavoro part-time è stato considerato sufficiente, un dottorato di ricerca no, così come non sono sufficienti uno stage, un apprendistato o un tirocinio per il loro carattere precario. 

Sul diritto al mantenimento al figlio lavoratore si sprecano ogni giorno pagine di sentenze per definire quando sussista l’autosufficienza economica. 

Ad esempio una recente ordinanza della Cassazione [1], ha stabilito che lo studente lavoratore non ha diritto all’assegno di mantenimento da parte del genitore. Il giovane era stato assunto alle Poste con un contratto part-time ed a tempo determinato.

Cerchiamo di chiarire meglio come stanno le cose e fino a dove sussiste il diritto al mantenimento del figlio lavoratore. 

Obbligo di mantenimento dei figli

L’obbligo dei genitori di mantenere i figli è previsto dall’articolo 30 della Costituzione e sussiste per il solo fatto di averli generati: tutti i genitori, anche non coniugati, devono cioè mantenere i figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo.

Non esiste un limite di età prestabilito oltre il quale il genitore non è più tenuto a provvedere al mantenimento dei figli. Di regola i genitori:

  • sono tenuti a mantenere i figli fino a quando iniziano a lavorare e il lavoro permette loro di raggiungere l’indipendenza economica;
  • possono liberarsi dall’obbligo di mantenere i figli se provano che il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipende da inerzia, rifiuto o abbandono ingiustificato del lavoro.

Tanto più cresce il giovane, tanto più il giudice può presumere che l’assenza di una indipendenza economica sia dovuta a inerzia e pigrizia e non a difficoltà del mondo lavorativo. Il cordone si taglia definitivamente a 35 anni (tale è stato il limite di età definito da alcune pronunce della Cassazione): oltre tale soglia infatti è verosimile ritenere che l’assenza di lavoro non dipenda dal mercato ma dall’assenza di volontà del beneficiario. Sicché da 35 anni in poi si perde l’assegno dal genitore. Chiaramente, non è un limite categorico, ma solo indicativo atteso che ogni situazione è diversa dalle altre. Il giudice quindi deve valutare caso per caso, potendo tagliare il mantenimento anche prima di 35 anni quando il giovane non ha voluto studiare e, nello stesso tempo, non si è dato da fare per trovare un posto o quando, pur avendo conseguito una laurea e un titolo, non ha partecipato a concorsi, bandi pubblici, non ha inviato il cv ad aziende, non ha richiesto colloqui di lavoro e non si è iscritto alle liste di collocamento. 

L’onere della prova

In ogni caso, non è il figlio a dover dimostrare di non aver conseguito l’indipendenza economica non per causa propria ma il genitore a dover dare prova, in giudizio, della sua inerzia. Il che rende le cose più difficoltose per i padri che spesso sperano di liberarsi dell’obbligo a partire dal giorno successivo alla laurea.

Quando viene meno il diritto al mantenimento?

L’obbligo per i genitori di versare il mantenimento viene meno nelle seguenti ipotesi:

  • raggiunta una età adulta (non indicata però dalla legge ma che, come abbiamo visto, per la Cassazione si aggira intorno ai 35 anni);
  • quando i figli iniziano un’attività lavorativa che permette loro di raggiungere l’indipendenza economica;
  • quando il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipende da inerzia, rifiuto o abbandono ingiustificato del lavoro stesso da parte dei figli.

Recentemente la Cassazione ha affermato che i genitori hanno l’obbligo di mantenere i figli fino al completamento del percorso formativo prescelto e all’acquisizione della capacità lavorativa che gli permetta di raggiungere l’autosufficienza [2].

La corte ha escluso il diritto al mantenimento per il figlio che, terminati gli studi, ha rifiutato senza valido motivo un posto di lavoro fuori sede.

Quando il figlio raggiunge l’autosufficienza economica?

Il figlio maggiorenne diventa economicamente autosufficiente quando comincia a percepire un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato [3], anche se l’inserimento nella famiglia paterna gli avrebbe garantito una posizione sociale migliore [4] a meno che si sottraggano volontariamente allo svolgimento dell’attività lavorativa.

Che succede se il figlio raggiunge l’indipendenza economica?

Raggiunta l’indipendenza economica il figlio perde per sempre il diritto al mantenimento. Non rilevano gli eventi successivi. Quindi un giovane che viene assunto da un’azienda a 23 anni e dopo poco licenziato non può più richiedere il mantenimento ai genitori.

Limiti di età per il mantenimento 

La Cassazione ha ribadito che, «ai fini del riconoscimento dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente, il giudice è tenuto a valutare, con prudente apprezzamento, caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescenti in rapporto all’età dei beneficiari, le circostanze che giustificano il permanere del suddetto obbligo di mantenimento (così come l’assegnazione della casa familiare). Resta fermo che tale obbligo non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni».

Per i Supremi giudici, inoltre, a nulla rileva che il giovane fosse ancora iscritto all’università e che il lavoro fosse part-time. Leggi sul punto Il figlio studente lavoratore va mantenuto?


note

[1] Cass. ord. n. 11186 dell’11.06.2020.

[2] Cass. 22 luglio 2019 n. 19696

[3] Cass. 8 agosto 2013 n. 18974.

[4] Cass. 3 settembre 2013 n. 20137.

Autore immagine: it.depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 14 febbraio – 11 giugno 2020, n. 11186

Presidente Sambito – Relatore Tricomi

Ritenuto che:

An. De Pi. propone ricorso con due mezzi avverso il decreto della Corte di appello di Bari in epigrafe indicata, che in sede di reclamo, per quanto interessa, ha confermato il decreto del Tribunale di Bari che – in parziale accoglimento della domanda del De Pi. aveva ridotto ad Euro 300,00= l’assegno dovuto a Gi. Ma. An. Si. – ex coniuge – per concorso nel mantenimento del figlio De Pi. Da. (n. il (omissis…)), maggiorenne ma non economicamente autosufficiente.

Si. ha replicato con controricorso.

An. De Pi. ha depositato memoria.

Sono stati ritenuti sussistenti i presupposti per la trattazione camerale ex art.380 bis cod. proc. civ.

Considerato che:

1. Preliminarmente va dichiarata l’ammissibilità del ricorso per cassazione alla luce del seguente principio «Il decreto pronunciato dalla corte d’appello in sede di reclamo avverso il provvedimento del tribunale in materia di modifica delle condizioni della separazione personale concernenti l’affidamento dei figli ed il rapporto con essi, ovvero la revisione delle condizioni inerenti ai rapporti patrimoniali fra i coniugi ed il mantenimento della prole, ha carattere decisorio e definitivo ed è, pertanto, ricorribile in cassazione ai sensi dell’art.111 Cost.» (Cass. n. 12018 del 07/05/2019; Cass. n. 11218 del 10/05/2013).

2. Con il primo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 147, 148, 337 septies e 2697 cod.civ., nonché dell’art. 6 della legge n.898/1970.

A parere del ricorrente erroneamente la Corte di appello ha ravvisato i presupposti per il permanere del diritto del figlio maggiorenne all’assegno di mantenimento, sulla scorta di un accertamento frettoloso e superficiale di quanto desumibile dalla documentazione versata in atti e sostiene che la mera iscrizione all’università non era sufficiente a giustificare il permanere dell’obbligo, essendo incontestato lo svolgimento di attività lavorativa da parte del figlio in ragione di contratto di lavoro part-time a tempo indeterminato con Poste Italiane.

Il motivo è fondato e va accolto.

Secondo i principi informatori della materia «Ai fini del riconoscimento dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente, ovvero del diritto all’assegnazione della casa coniugale, il giudice di merito è tenuto a valutare, con prudente apprezzamento, caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescenti in rapporto all’età dei beneficiari, le circostanze che giustificano il permanere del suddetto obbligo o l’assegnazione dell’immobile, fermo restando che tale obbligo non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni.» (Cass. n. 18076 del 20/08/2014) e la Corte, pur avendo valutato lo svolgimento dell’attività lavorativa da parte di Da. e la prosecuzione della sua formazione professionale attraverso gli studi universitari, non ha evidenziatole circostanze che giustificano il permanere del suddetto obbligo in applicazione di criteri di rigore proporzionalmente crescenti in rapporto all’età del beneficiario.

2. Con il secondo motivo si denuncia la violazione, in conseguenza del denunciato erroneo rigetto del reclamo, dell’art.91 cod.proc.civ. in riferimento alla statuizione di compensazione integrale delle spese di lite.

Il motivo è assorbito dall’accoglimento del primo motivo.

3. In conclusione, andando di diverso avviso dalla proposta del relatore, va accolto il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo.

La sentenza impugnata va cassata con rinvio alla Corte territoriale di Bari in diversa composizione per il riesame e le spese anche del presente grado.

Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

P.Q.M.

– Accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Bari in diversa composizione anche per le spese;

– Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del d.lgs. n. 196 del 2003, art. 52.


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