Assegno divorzile spetta anche se l’ex coniuge lavora in nero

11 Giugno 2020 | Autore:
Assegno divorzile spetta anche se l’ex coniuge lavora in nero

Non si può escluderlo soltanto per la raggiunta autosufficienza economica: bisogna considerare anche l’apporto fornito alla vita familiare durante il matrimonio.

Una donna divorziata svolge l’attività di colf a ore ma lavora in nero, senza regolare contratto di lavoro e senza che le siano versati i contributi. Chiede l’assegno divorzile ma la sua domanda, alla quale si era opposto l’ex marito, viene respinta dai giudici di merito, sia in primo sia in secondo grado.

Per i giudici mancava la prova della non indipendenza, o autosufficienza, economica che invece era resa palese dal fatto che percepiva un reddito non dichiarato, derivante dalla sua stabile attività lavorativa, anche se veniva svolta, appunto, in nero. Ma l’ex moglie non si rassegna e ricorre in Cassazione, dove la pronuncia si ribalta a suo favore.

Con un’ordinanza depositata oggi [1] la Cassazione ha affermato che il contributo economico spettante a seguito della cessazione degli effetti civili del matrimonio in favore dell’ex coniuge non ha soltanto una natura assistenziale, ma anche una «funzione compensativo-perequativa» [2]: vuol dire che bisogna tener conto del contributo concreto che il richiedente l’assegno aveva apportato alla vita familiare, durante tutto il periodo matrimoniale.

Nella decisione raggiunta oggi dagli Ermellini ha pesato moltissimo un precedente delle Sezioni unite della Corte di Cassazione [3], che ha segnato il punto di svolta decisivo in materia: quando il giudice attribuisce e quantifica la misura dell’assegno divorzile non deve soltanto accertare l’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge che lo chiede e l’impossibilità di procurarseli, ma deve anche comparare la situazione economico-patrimoniale delle parti, arrivando qui a considerare il contributo che ciascuno dei due ha fornito durante il matrimonio.

Quindi nello stabilire se spetta o meno il diritto all’assegno – e in caso positivo determinare l’ammontare – non bisogna considerare soltanto il profilo della raggiunta autosufficienza economica, che in questo caso aveva convinto i primi giudici ad escluderlo: al contrario, andava valutato anche quale apporto il coniuge richiedente aveva fornito al menage familiare durante il rapporto di coppia.

In questo ambito, occorrerà verificare se e come, cioè in che misura economicamente valutabile, il coniuge che richiede l’assegno divorzile aveva contribuito alla formazione del patrimonio comune tra i coniugi o di quello personale di ciascuno; andranno considerati tutti gli elementi che influiscono in questa valutazione, come la durata del matrimonio, l’età dei coniugi e il rispettivo tenore di vita nelle varie epoche di svolgimento del rapporto coniugale.

Ma i giudici di merito non avevano svolto queste operazioni e si erano fermate al primo aspetto, quello dell’indipendenza economica che la richiedente aveva raggiunto; il loro esame era stato incompleto. Per questo la Cassazione ha annullato la precedenza sentenza ed ha rinviato la causa alla Corte d’Appello per un nuovo esame della vicenda, valutando la domanda dell’assegno in base a questi principi oggi affermati.


note

[1] Cass. sez. VI civile, sent. n. 11202/20 del 11 giugno 2020.

[2] Art. 5, comma 6, Legge n.898/1970.

[3] Cass. Sez. Un. sent. n.18287/2018 del 11 luglio 2018.


2 Commenti

  1. Sono separata da 5 anni con 1 figlio di 10. Il mio ex non ha un lavoro stabile e non ha quasi mai adempiuto al versamento do E.400,00/mese pattuite x il figlio, ma lavora saltuariamente in nero. Mi ha appena chiesto di rinegoziare la somma concordata. Come posso procedere ?Grazie

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