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Lavoratore non partecipa ai corsi di formazione: che rischia?

12 Giugno 2020
Lavoratore non partecipa ai corsi di formazione: che rischia?

Non sussiste demansionamento se il lavoratore viene ammesso a un lavoro di grado più basso ma si rifiuti di effettuare corsi professionalizzanti.

Una recente sentenza della Cassazione spiega che rischia il lavoratore che non partecipa ai corsi di formazione [1].

Spesso, visti come una perdita di tempo, una formalità espletata più per un formale dovere imposto dalla legge, i corsi di formazione mirano invece a garantire al lavoratore la giusta e necessaria professionalizzazione, anche ai fini dell’avanzamento di carriera. Senza di questi, infatti, il dipendente può essere ritenuto non più in grado di svolgere le mansioni che gli sono proprie.

Il datore di lavoro ha ampi poteri di sanzionare il lavoratore che non partecipa ai corsi di formazione per l’aggiornamento professionale. Può, ad esempio, disporre delle sanzioni disciplinari, così come, nei casi più gravi, il licenziamento. Questa seconda soluzione si attaglia più ai casi del dipendente che, con la scusa di dover partecipare ai corsi, non si presenta né a questi, né al lavoro. 

Del resto, per partecipare ai corsi di formazione e di aggiornamento il dipendente gode di appositi permessi retribuiti sul lavoro. E non c’è dubbio – come già in passato sottolineato dalla giurisprudenza – che il comportamento del dipendente che utilizza dei permessi per degli scopi diversi da quelli a cui sono finalizzati è da considerare grave.

In un precedente dell’anno scorso [2], la Cassazione aveva ritenuto corretta la soluzione adottata da un datore di lavoro di risolvere definitivamente il rapporto di lavoro con il dipendente recidivo all’obbligo di aggiornarsi per come impostogli dall’azienda. Leggi sul punto Assente al corso di formazione: cosa si rischia? Insomma, chi non partecipa ai corsi di aggiornamento professionale per più di una volta può rischiare il licenziamento. 

In ogni caso, sarà sempre bene confrontarsi con quanto disposto dal Contratto collettivo di categoria (CCNL) per verificare se, in esso, sono previste specifiche conseguenze per tale illecito disciplinare. Potrebbe, ad esempio, essere previsto un procedimento disciplinare per scarso rendimento.

Una soluzione confacente alla conservazione del posto di lavoro e, nello stesso tempo, agli interessi dell’azienda, sarebbe quella di demansionare il dipendente, soluzione ritenuta legittima dalla Cassazione nella sentenza in commento. 

Nessun illegittimo demansionamento può, infatti, dirsi perpetrato ai danni del lavoratore dipendente atteso che l’attribuzione di mansioni di natura meramente esecutiva rispetto a quelle corrispondenti al proprio profilo di appartenenza dipende dal rifiuto dello stesso lavoratore di partecipare ai corsi di aggiornamento professionale, indispensabili per acquisire le conoscenze idonee all’espletamento delle mansioni corrispondenti al predetto profilo.

Del resto, l’indiscutibile potere del datore di lavoro di imporre la partecipazione ai corsi di formazione è il contraltare alle sanzioni che il datore stesso rischia se non organizza tali attività che, in alcuni casi, sono imposte dalla legge. Si pensi all’art.37 co.1 del D.Lgs 81/08 che impone a tutti i lavoratori di seguire un corso di formazione e informazione sui rischi dell’attività lavorativa (formazione generale e specifica). Il datore di lavoro è tenuto a fornirla a proprie spese e nell’orario di lavoro. Per mancata formazione è previsto l’arresto da due a quattro mesi o ammenda da 1.474,21 a 6.388,23 euro. E lo stesso vale per la figura degli addetti alla prevenzione incendi e al primo soccorso, che devono ricevere anch’essi una formazione per ricoprire tali ruoli. 

Ma il datore di lavoro può imporre la partecipazione ai corsi di formazione anche laddove non richiesti dalla legge, quando ad esempio c’è da formare il personale per via delle evoluzioni tecniche delle mansioni, circa l’utilizzo di nuovi macchinari, computer, procedure, ecc. 

Anzi, il potere del datore di imporre la partecipazione ai suddetti aggiornamenti professionali è la diretta conseguenza dell’altro suo potere di stabilire le modalità della prestazione lavorativa e, quindi, di sanzionare il dipendente che non rispetta le direttive aziendali. Del resto, un lavoratore formato svolge meglio e più velocemente le proprie mansioni.

Insomma, partecipare a un corso di formazione – obbligatorio o meno che sia – purché imposto dal datore di lavoro, è un dovere non dissimile da quello di svolgere le proprie mansioni quotidiane nel migliore dei modi.


note

[1] Cass. sent. n. 11050/2020.

[2] Cass. ord. n. 138/19 del 7.01.2019.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 4 dicembre 2019 – 10 giugno 2020, n. 11050

Presidente Doronzo – Relatore De Felice

Rilevato che:

la Corte d’appello di Messina, in riforma della pronuncia del Tribunale stessa sede, ha accolto la domanda di Rete Ferroviaria Italiana s.p.a., rivolta all’annullamento della sentenza di primo grado che aveva riconosciuto in capo ad An. Ca. il diritto al risarcimento del danno da demansionamento professionale con decorrenza dall’ordine di servizio del 28 luglio 2010 che ne aveva disposto il trasferimento ad altro servizio;

la Corte territoriale ha accertato che il Ca., ritenuto inidoneo ai servizi di navigazione a causa di problemi di salute (ipoacusia), era stato assegnato ad uffici di natura amministrativa con inquadramento nel profilo F1 Operatore specializzato -Uffici; che successivamente, con ordine di servizio del 28 luglio 2010, tenuto conto delle sue residue possibilità di utilizzazione, era stato assegnato al servizio di portineria con il compito di registrare in apposito elenco istituito quotidianamente presso di essa, tutto il personale che intendeva accedere ai servizi dell’ufficio;

nessun demansionamento poteva dirsi perpetrato ai danni del Ca., atteso che l’attribuzione di mansioni di natura meramente esecutiva rispetto a quelle corrispondenti al proprio profilo di appartenenza, era dipeso dal rifiuto dello stesso lavoratore di partecipare ai corsi di aggiornamento professionale, indispensabili per acquisire le conoscenze idonee all’espletamento delle mansioni corrispondenti al predetto profilo;

la cassazione della sentenza è domandata da An. Ca. sulla base di tre motivi, illustrati da successiva memoria; la Società Rete Ferroviaria Italiana S.p.a. ha resistito con tempestivo controricorso;

è stata depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Considerato che:

col primo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360, co. 1, n.3 cod. proc. civ., parte ricorrente contesta “Erronea interpretazione dell’art. 2013 c.c. da parte della Corte d’appello di Messina nella parte in cui afferma “…ha ritenuto, invece, questo Collegio, indispensabile l’ammissione della prova testimoniale chiesta da RFI dal momento che ove le circostanze riferite fossero risultate veritiere, sarebbe stata insussistente quella particolare professionalizzazione e acquisizione di conoscenze cui rapportare il demansionamento subito, al fine di accertare l’effettiva sussistenza di un demansionamento, ai sensi dell’art. 2103 c.c.”;

il ricorrente contesta che – pur a prescindere dalla ritenuta rilevanza della testimonianza della dipendente De Domenico Giuseppa, negata dal primo giudice, che aveva riferito dell’inadeguatezza del Ca. nello svolgere le mansioni corrispondenti al proprio profilo d’inquadramento – la Corte d’Appello non avrebbe svolto una corretta valutazione comparativa tra le mansioni appartenenti al profilo professionale F1 Operatori specializzati – formalmente assegnato – e al profilo H Operatori -concretamente rivestito;

col secondo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360, co. 1, n.3 cod. proc. civ., lamenta “Omessa valutazione della circostanza di fatto, non provata, per la quale la mancata partecipazione a corsi di formazione informatica non è da imputare al ricorrente”;

la Società non avrebbe offerto prova documentale dell’indizione di corsi di aggiornamento professionale relativi alla qualifica in oggetto, della conoscenza di tale circostanza da parte del Ca. e del suo conseguente rifiuto di parteciparvi;

col terzo ed ultimo motivo, formulato ancora ai sensi dell’art. 360, co.1, n.3 cod. proc. civ., il ricorrente deduce “Omessa valutazione della circostanza di fatto per la quale il Ca. dal 1998 al 2010 ha svolto le mansioni relative al profilo F1 di operatore Specializzato Uffici, avendo acquisito la connessa professionalità e senza che gli sia mai stato contestato alcunché dal punto di vista disciplinare in ordine al suo rendimento”;

essendo stato ritenuto dalla Corte territoriale che mai il Ca. aveva svolto mansioni inerenti alla qualifica di appartenenza per mancanza della necessaria formazione, il ricorrente deduce che una tale valutazione avrebbe dovuto essere oggetto di un diverso giudizio avente ad oggetto non già il demansionamento, bensì un procedimento disciplinare per scarso rendimento che, nella specie, non era mai stato attivato dall’Azienda nei confronti dell’odierno ricorrente;

il primo motivo è inammissibile;

la censura che contesta al giudice di non aver svolto il giudizio relativo all’equivalenza delle mansioni, tenta di spostare la ratio decidendi su un piano diverso da quello oggetto del giudizio di merito;

in particolare, la Corte d’appello ha accertato che mai il Ca. aveva svolto le mansioni corrispondenti al proprio profilo di appartenenza per sua esclusiva volontà, essendosi rifiutato di conseguire la necessaria professionalizzazione;

sotto il dedotto profilo, dunque, le prospettazioni del ricorrente non si confrontano con tale statuizione, limitandosi a dedurre un’apparente violazione di legge, là dove mirano, in realtà, alla rivalutazione dei fatti operata dalla Corte territoriale, così da realizzare una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito (Cass. n.18721 del 2018; Cass. n.8758 del 2017);

il secondo e il terzo motivo, esaminati congiuntamente per connessione, sono inammissibili;

dedotti erroneamente quali violazione di legge, essi in realtà lamentano un vizio di motivazione del provvedimento impugnato;

pur volendo ricondurre le censure alla corretta prospettazione processuale, esse si rivelano inammissibili, atteso che la formulazione delle doglianze da parte del ricorrente contiene la denuncia, non già di un omesso esame di un fatto storico decisivo, bensì di una mancata valorizzazione di risultanze istruttorie, che si assumono erroneamente valutate dalla Corte territoriale;

la giurisprudenza di questa Corte esclude che l’omesso esame di elementi istruttori da parte del giudice del merito possa integrare, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie» ( Sez. Un. n. 8053/2014);

in conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile; le spese, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza;

in considerazione del rigetto del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità in favore del controricorrente, che liquida in Euro 200,00 per esborsi, Euro 2.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura forfetaria del 15 per cento ed accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17 della L. n.228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

 


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