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Luoghi comuni sugli avvocati

14 Giugno 2020
Luoghi comuni sugli avvocati

Otto falsi miti sugli avvocati: tutto ciò che si crede della professione forense e che non è vero.

E il Signore disse: «Facciamo Satana, così la gente non mi incolperà di tutto. E facciamo gli avvocati, così la gente non incolperà di tutto Satana». 

Quando si parla di giustizia o si inizia un corso di laurea in legge si sentono spesso tanti luoghi comuni sugli avvocati, frutto a volte di una non corretta percezione della professione legale o di stereotipi legati al passato.

Si pensa ad esempio all’avvocato vecchio stampo seduto dietro a una scrivania, in attesa che i clienti entrino nel suo studio; si immagina un uomo distaccato, tutto d’un pezzo, perennemente in giacca e cravatta, capace come pochi di “rigirare la frittata” a suo favore. Si guarda all’avvocato come a una persona estremamente convincente, in grado di parlare in pubblico con disinvoltura e abilità persuasiva. Ma quanti di questi luoghi comuni sono veri?  Ecco allora otto falsi miti sugli avvocati che vogliamo sciogliere.

L’avvocato sa parlare in pubblico

È vero: un buon avvocato non deve essere timido e imbarazzato quando parla in pubblico. Gran parte del suo lavoro in udienza è fatto proprio di contatti con altre persone: clienti, giudici, testimoni. Tuttavia, non si tratta di un elemento essenziale. I moderni processi – sia quello civile che penale, ancor più quello tributario e amministrativo – sono ormai totalmente “scritti”. Di orale c’è poco. La classica “arringa” è più uno stereotipo legato ai film. Anche laddove sia richiesto un chiarimento verbale in udienza, nulla gli vieterebbe di leggere da appunti elaborati in studio o dagli stessi atti processuali.

L’avvocato deve avere grande memoria

Anche questa è una convinzione falsa. Premesso che la memoria viene sempre automatica e spontanea quando si tratta di dati di interesse personale (per cui, una persona appassionata di cucina conosce a memoria le dosi delle ricette; un atleta ricorda perfettamente la scheda di allenamento e così via), la giurisprudenza non è nozionistica. Gran parte delle norme sono frutto di ragionamenti lineari, a volte matematici. Sicché, si può arrivare anche a presumere ciò che il diritto afferma usando un po’ di logica. 

Di tutte le norme del diritto bisogna quindi capire la “ratio” ossia la ragione per cui il legislatore ha deciso di disciplinare in un determinato modo un certo comportamento. Una volta acquisito il ragionamento che è a base degli istituti del diritto, la comprensione – così come l’immagazzinamento – di tutti i dati è un gioco da ragazzi.

L’avvocato fa soldi

Forse, un tempo. Oggi, il gap tra il lavoro autonomo e quello dipendente si è profondamente ridotto. La domanda di servizi legali è “elastica”, dipende cioè dal denaro in circolazione. Più c’è crisi, meno si fanno cause. 

Gli avvocati oggi soffrono una profonda depressione economica. La media del reddito dichiarato non supera i 20mila euro netti all’anno, il che – considerati i costi che comporta la tenuta di uno studio – costituisce un importo davvero irrisorio per i sacrifici e le responsabilità che comporta.

L’avvocato sa convincere gli altri

L’avvocato non deve convincere, deve solo interpretare la realtà sulla base degli strumenti giuridici di cui è a conoscenza. Quindi, la vera dote che è richiesta a un avvocato è la conoscenza delle norme. Più norme conosce, più è in grado di inquadrare in modo corretto una fattispecie e comprendere se il proprio cliente ha torto o ragione. 

L’avvocato non deve necessariamente portare in giudizio il proprio assistito: egli deve saper piuttosto convincerlo a desistere laddove l’esito sia a lui contrario. Lo dice anche la giurisprudenza che afferma una responsabilità in capo al legale che non abbia avvisato il cliente del forte rischio che comporta intraprendere una causa persa in partenza. 

L’avvocato non lavora

Magari un giudizio del genere è frutto del pregiudizio nei confronti di alcuni avvocati che iniziano tardi la propria attività lavorativa e che, prima di entrare in tribunale, entrano al bar. 

In realtà, l’attività dell’avvocato è molto frenetica e comporta un forte stress mentale. Gli avvocati devono saper gestire più situazioni contemporaneamente, devono poter decidere al volo la strategia più corretta e sapersi districare tra le varie procedure del tribunale. 

Anche all’interno dello studio ci vuole una profonda capacità organizzativa del proprio tempo: bisogna preparare gli atti in scadenza, ricevere i clienti, studiare e aggiornarsi quotidianamente. 

Non c’è avvocato che termini di lavorare prima delle 19, le 20. Alcuni restano sui libri fino a notte fonda.

Certo, non sono gli orari degli artigiani e degli operai che si alzano sempre molto presto, ma che finiscono anche prima di lavorare. 

L’avvocato è distaccato 

Per essere un buon avvocato bisogna avere una forte empatia, tale da permettere al professionista di immedesimarsi nei problemi altrui e risolverli con la stessa grinta e sensibilità dei propri. La necessità aguzza l’ingegno, dice un detto che può essere utile per chi deve districare i problemi altrui e non vuol limitarsi ad essere un semplice burocrate o un azzeccagarbugli. 

Gli avvocati sono venali

C’è un antico brocardo latino che recita in questo modo: «Ianua advocati pulsanda pede» (cioè “alla porta dell’avvocato si bussa col piede”, visto che le mani sono occupate a reggere i doni). Se l’avvocato difende un colpevole lo fa solo per soldi.

Abbiamo visto che la professione forense non fa più così tandem con la ricchezza. Chi la intraprende oggi è davvero innamorato di questo mondo. Poi, se si accetta di difendere una persona colpevole, le ragioni possono essere mille, prima tra tutte quella secondo cui anche un colpevole ha diritto ad essere difeso (leggi il nostro articolo: Come fa un avvocato a difendere un colpevole o un criminale?).

L’avvocato si mette d’accordo con la controparte

Quante volte abbiamo sentito che l’avvocato tradisce il proprio cliente per mettersi d’accordo con la controparte. In realtà, molto spesso, l’avvocato tende a raggiungere un accordo perché neanche a lui piace impelagarsi in anni di rischioso giudizio. E, come si dice, è meglio un cattivo accordo che una buona sentenza, magari dopo molti anni che non può essere attuata perché la controparte ha chiuso o ha nascosto tutti i suoi beni. 


note

Autore immagine: it.depositphotos.com


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