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Vertenza per lavoro nero non rinnovato

14 Giugno 2020
Vertenza per lavoro nero non rinnovato

Cosa può fare una persona che ha lavorato in modo irregolare, senza formale assunzione, se il datore di lavoro non lo accetta più in azienda?

Un nostro lettore ci descrive il suo problema col datore di lavoro. Dopo aver lavorato per oltre un anno in nero, a seguito di un’assenza dovuta ad un infortunio è rientrato sul posto ma l’azienda non gli ha più rinnovato il contratto. Ci chiede dunque cosa può fare.

Potremmo chiamarla “vertenza per lavoro nero non rinnovato” anche se si tratta di una terminologia non propriamente giuridica. Il lavoro irregolare, ossia quello non denunciato alle autorità competenti, è comunque un contratto che esplica i suoi effetti tra le parti ed al quale si applica la disciplina legale di un comune contratto di lavoro a tempo indeterminato. In altri termini, seppure il lavoro è in nero, l’azienda resta obbligata nei confronti del proprio dipendente al pari di qualsiasi altro lavoratore regolare, dovendo quindi riservargli non solo lo stesso trattamento retributivo ma anche la tutela previdenziale e assistenziale. Naturalmente, per ottenere il riconoscimento di tale diritto, bisogna agire dinanzi al giudice che, accertata la presenza di un rapporto di lavoro “di fatto”, condanni l’azienda alla regolarizzazione.

Non resta che da capire quindi come svolgere la vertenza per lavoro in nero non rinnovato, ossia quali tutele sono previste per il dipendente irregolare. Cercheremo di fare qui di seguito una sintesi di tutte le problematiche e delle azioni legali da intraprendere.

Diritti del lavoratore in nero

Il lavoratore in nero ha la possibilità di ricorrere al giudice, in qualsiasi momento e fino a massimo cinque anni dalla cessazione del rapporto di lavoro, per ottenere la regolarizzazione del proprio rapporto. La competenza è del tribunale del luogo ove si trova la sede dell’azienda presso cui ha espletato la propria attività.

Tutto ciò che il lavoratore in nero deve fare, dinanzi al tribunale, è dimostrare lo svolgimento dell’attività lavorativa, l’orario osservato e le mansioni svolte (al fine dell’inquadramento contrattuale). Di norma si ricorre alle dichiarazioni dei testimoni, agli sms ricevuti e alle eventuali prove documentali come ricevute firmate dal dipendente o email scambiate con il datore di lavoro. Il lavoratore potrebbe anche filmare se stesso mentre svolge le mansioni e produrre il file in giudizio per incastrare il datore di lavoro.

Accertato ciò, il giudice applica al rapporto di fatto, sin dal giorno della sua costituzione – e quindi con effetto retroattivo – tutte le norme del corrispondente contratto collettivo nazionale di lavoro, ordinando al datore di lavoro di pagare al dipendente gli stipendi e le differenze retributive sino ad allora non versate, oltre ai permessi, il Tfr, i contributi all’Inps ai fini della ricostruzione della pensione. Oltre a ciò si aggiungono le tutele per il licenziamento illegittimo. Licenziamento che, chiaramente, è costituito dal comportamento concludente del datore di lavoro di non voler accettare più la prestazione lavorativa al termine dell’assenza “giustificata”. 

Cosa rischia il lavoratore in nero

Il lavoratore irregolare non rischia alcuna sanzione se denuncia il lavoro in nero al giudice o alla Direzione territoriale del lavoro, a meno che nel frattempo non abbia percepito la Naspi (ossia l’indennità di disoccupazione) che, come noto, spetta solo a chi rimane senza lavoro ed a chi ha un contratto di lavoro dipendente con un reddito inferiore a 8.100 euro annui.

Come fare se il datore di lavoro non vuole più far lavorare il lavoratore in nero

Come detto, il dipendente irregolare ha gli stessi diritti di quello regolare. Per cui l’eventuale licenziamento deve avvenire con le forme e alle condizioni previste dalla legge. Non è quindi ammissibile il licenziamento orale e senza alcuna giusta causa o giustificato motivo. 

Sicché, se l’azienda non vuol far rientrare il dipendente questi potrà agire, in via civile, dinanzi al tribunale – con l’assistenza di un avvocato – al fine di ristabilire i propri diritti. 

Nel corso del giudizio questi, dopo aver dimostrato di aver svolto attività di lavoro alle dipendenze del datore di lavoro (e quindi con un vincolo di subordinazione, senza alcun margine di autonomia decisionale), potrà ottenere l’inquadramento in un normale rapporto di lavoro o, in alternativa, il risarcimento del danno per ingiustificato licenziamento. 



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