Artrite reumatoide, come bloccarla

12 Giugno 2020
Artrite reumatoide, come bloccarla

Le nuove terapie in grado di dare buoni risultati contro la malattia.

Una delle risposte più efficaci all’artrite reumatoide si chiama upadacitinib. È quanto emerge da alcuni studi presentati al congresso di reumatologia Eular2020 (EuropeanLeague Against Rheumatism), tenutosi in videoconferenza, causa pandemia di Coronavirus. Si tratta di un farmaco autorizzato per la cura di questa malattia in tempi recenti: la Commissione europea ha dato l’ok alla fine del 2019. È quindi una novità, in termini di terapie, per chi soffre di questa patologia.

Sul tema l’Adnkronos Salute ha intervistato Fausto Salaffi, professore associato di Reumatologia all’Università Politecnica delle Marche. «Si tratta di un potente inibitore orale di Jak1, appartenente a una nuova classe di farmaci denominati ‘small molecules’ – spiega Salaffi – reversibile e selettivo, proposto con l’obiettivo di ottenere un profilo rischio/beneficio ben caratterizzato nelle malattie infiammatorie croniche e perseguire risultati superiori agli attuali standard di cura, riducendo l’inibizione di Jak2 e Jak3 che potrebbe contribuire alla tossicità dose-correlata».

I benefici del farmaco

Secondo Salaffi il farmaco funziona ed è sicuro. «Il programma di sviluppo clinico di upadacitinib nell’artrite reumatoide è stato disegnato per dimostrare l’efficacia del farmaco nel ridurre i segni e i sintomi della malattia, inibire la progressione del danno strutturale e migliorare la funzione fisica e gli esiti correlati alla malattia ed è costituito da nove studi clinici randomizzati e controllati – spiega il professore -. Negli studi di fase III, upadacitinib ha dimostrato un elevato tasso di remissione ottenuto in tutte le popolazioni analizzate e indubbi vantaggi rispetto allo standard of care».

«I risultati dei numerosi studi presentati al congresso – continua Salaffi – evidenziano che la terapia con upadacitinib (in associazione con altri Dmard o somministrato da solo) è la più efficace tra i  Jak-inibitori per il trattamento dell’artrite reumatoide. Inoltre, la sua sicurezza è stata valutata in diverse popolazioni di pazienti con artrite reumatoide da moderata a severa. Da un’analisi integrata emerge un profilo accettabile di sicurezza e tollerabilità di upadacitinib alla dose di 15 milligrammi al giorno, somministrato per via orale. La frequenza di eventi avversi gravi è risultata inferiore al 7,5% durante la sperimentazione clinica, la frequenza di infezioni gravi è stata segnalata in misura simile rispetto ad altri farmaci biologici».

I nuovi farmaci biologici

Una malattia che, a detta di Salaffi, genera costi umani e sociali pesanti. «Si calcola – spiega il professore – che in Italia il costo medio annuo per 253.069 pazienti con artrite reumatoide con età superiore ai 18 anni, sia pari a 3.388.593.910 euro, di cui 2.330.006.283 sono costi diretti mentre 1.058.587.627 euro sono i costi indiretti».

Per questi motivi, negli ultimi anni sono stati testati nuovi farmaci biologici, approvati per il trattamento dell’artrite reumatoide moderata o grave. «Sono farmaci in grado di interferire con le citochine, sostanze prodotte dal sistema immunitario nei pazienti con infiammazione articolare – aggiunge Salaffi -. Normalmente vengono utilizzati in un secondo momento nei pazienti che non rispondono sufficientemente alla terapia tradizionale, per gli elevati costi degli stessi e perché gli effetti collaterali di tali farmaci a lungo tempo non sono ancora del tutto noti. I farmaci biologici attualmente in commercio agiscono come inibitori delle citochine infiammatorie, quali il Tnf-a (infliximab, adalimumab, etanercept, golimumab, certolizumab), l’Il-1 (anakinra) l’Il-6 (tocilizumab, sirukumab, sarilumab) ai quali si sono recentemente aggiunti anche altre molecole che, con meccanismi diversi, modulano la risposta del sistema immunitario, spegnendo l’infiammazione. Tra questi farmaci, troviamo l’abatacept ed il rituximab su cui si basa l’intervento terapeutico precoce. I farmaci attivi solo sui sintomi della malattia (cortisone e anti-infiammatori non steroidei) non impediscono che il danno articolare proceda e quindi non vanno impiegati da soli».

Intervenire al primo segnale

Per il reumatologo, l’obiettivo principale resta quello di un intervento terapeutico precoce (entro 3-4 mesi dall’inizio della malattia) e l’induzione rapida della remissione clinica, intesa come l’assenza completa dei sintomi e delle manifestazioni infiammatorie articolari (tumefazione e dolore delle articolazioni). «Ma è necessario uno stretto monitoraggio del malato, con frequenti visite specialistiche, al fine di ‘misurare’ il grado della risposta alla terapia», non ha dubbi Salaffi, che aggiunge: «L’obiettivo fondamentale della terapia farmacologica dell’artrite reumatoide in fase precoce è eliminare la sinovite (l’infiammazione della membrana sinoviale) e controllare l’attività di malattia allo scopo di prevenire l’insorgenza del danno articolare irreversibile e detta conseguente disabilità funzionale».

«Analoga importanza assume il trattamento sintomatico del dolore – sottolinea Salaffi -. L’impiego del trattamento di fondo tradizionale con farmaci Disease Modifying Anti-rheumatic Drugs (Dmard), dovrebbe essere istituito il più precocemente possibile e proseguito a lungo termine. Si tratta di farmaci in grado di modificare il decorso della malattia e di migliorarne i sintomi. Molti Dmard (come methotrexate, idrossiclorochina, sulfasalazina, leflunomide) si sono dimostrati in grado anche di ritardare la progressione radiologica della malattia. Il ritardo dell’inizio del trattamento con Dmard comporta effetti negativi sul decorso a medio e lungo termine della malattia».

Cos’è l’artrite reumatoide

L’artrite reumatoide si caratterizza per dolori in ogni parte del corpo, rigidità, stanchezza, gonfiore a polsi e dita delle mani che si fa sentire di notte e al mattino. È una malattia autoimmune che prevede infiammazione e progressivo danno articolare.

Colpisce più frequentemente le giunture di mani e piedi e compare per lo più in persone giovani, tra i 40 e i 60 anni, ancora nel pieno della loro attività sociale, familiare e lavorativa. In Italia ne soffrono 300mila persone, secondo la Società italiana di reumatologia, in prevalenza donne (con un rapporto di 3 a 1 sugli uomini) nel pieno della vita attiva.

Si tratta di una patologia che limita la quotidianità dei pazienti (lavoro, tempo libero, cura personale, attività domestiche) ma può essere curata e tenuta sotto controllo, prima che porti a una vera e propria invalidità. Le terapie che funzionano esistono. E nell’ultimo anno il panorama terapeutico si è ulteriormente arricchito con nuovi farmaci, dai biologici alle small molecules, tra cui l’upadacitinib.



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