Chi perderà il posto di lavoro dopo il coronavirus?

12 Giugno 2020 | Autore:
Chi perderà il posto di lavoro dopo il coronavirus?

Bankitalia e Istat ipotizzano un calo dell’occupazione senza precedenti. Ecco a chi toccherà pagare il prezzo più caro di questa crisi.

Altro che il solito autunno caldo: quello che arriverà tra qualche mese si preannuncia rovente. E questa volta per colpa di un altro tipo di surriscaldamento del pianeta: il cambiamento climatico è stato provocato dal coronavirus, che ha, ormai, segnato irrimediabilmente un «prima» e un «dopo» anche nel mercato del lavoro. Come nel 2008? No: peggio del 2008. La crisi di 12 anni fa provocò la perdita di 1 milione e 100mila posti in 5 anni. Questa volta le stime parlano di un’emorragia di 1,5 milioni di nuovi disoccupati nell’arco di qualche mese. Devastante. Chi prenderà il fiammifero più corto? Chi perderà il posto di lavoro dopo il coronavirus?

Che si dia uno sguardo ai numeri di Bankitalia o a quelli dell’Istat, c’è poco da stare allegri. L’Istituto di Palazzo Koch ha provato ad ipotizzare due scenari, uno più ottimistico (meglio sarebbe dire «meno pessimistico») e un altro da scongiurare.

La prima previsione della Banca d’Italia si basa su un calo del Pil del 9,2% per l’anno in corso, con un rimbalzo del 4,8% nel 2021. Significa che resteremmo comunque sotto di quasi 4,5 punti percentuali. Ma, se non altro, si recupera la metà della ricchezza persa per strada nel 2020 per colpa del Covid.

In questo contesto, l’occupazione scenderebbe di circa il 10% in termini di ore lavorate. Come per il Pil, l’anno prossimo verrebbe recuperata la metà. Sarebbe, però, meno drammatica la diminuzione del numero degli occupati, stimata al 3,9% grazie alla proroga delle proroghe della cassa integrazione e al prolungamento del divieto di licenziamenti. Statistiche alla mano, tutto ciò si tradurrebbe in una perdita di 900mila posti di lavoro. Cioè appena 200mila in meno di quelli evaporati in 5 anni a causa della crisi del 2008.

Ma, come direbbe il mitico «Aigor» nel film di Mel Brooks Frankenstein Jr., «potrebbe esser peggio, potrebbe piovere». E il temporale provocherebbe quest’anno una frana del Pil del 13,1%, con un recupero nel 2021 di appena il 3,5%. In altre parole: rispetto all’altra previsione, il Pil perderebbe molto di più e registrerebbe un rimbalzo meno elevato. Il divario si allargherebbe e si lascerebbe dietro un sostanzioso 9,6%. Il doppio, se paragonato al gap dell’ipotesi che abbiamo deciso di definire «meno pessimista». Lo smottamento seppellirebbe un 5,4% di occupati e si porterebbe via – sempre secondo l’andamento delle statistiche – 1,2 milioni di posti di lavoro. A chi toccherà?

E questa era Bankitalia. Poi arriva l’Istat. Ci dice – lo ha fatto pochi giorni fa – che il Pil calerà dell’8,3% quest’anno, per poi recuperare la metà nel corso del 2021. Ma guardando i numeri dell’occupazione, a piovere non è il cielo ma gli occhi: viene da piangere a vedere che l’Istat ipotizza una riduzione delle unità di lavoro equivalenti del 9,3%, con un recupero di appena il 4% nel 2021. Il che farebbe pensare, considerando che il numero delle forze lavoro espresse in questi termini è un po’ più alto rispetto a quello degli occupati, a 2 milioni di posti saltati in aria. Tutto dipenderà del numero delle ore lavorate, cioè del fatto che si riprenda del tutto l’attività e che venga svolta a tempo pieno. Per farla breve: nella migliore (o meno peggiore) delle ipotesi, si può azzardare una cifra tra 1 e 1,5 milioni di occupati a rischio da qui a dicembre. In sei mesi, si potrebbe superare quello che la crisi del 2008 fece in 5 anni.

C’è un altro elemento che non fa ben sperare, ovvero quello delle persone che, a causa della pandemia, si sono scoraggiate e hanno smesso di cercare lavoro. Sempre secondo l’Istat, nei primi quattro mesi del 2020 sono state 500mila, soprattutto tra i 39 e i 49 anni, nella maggior parte dei casi donne.

Queste le previsioni. Ma chi perderà il posto di lavoro dopo il coronavirus? Sicuramente, l’occupazione femminile avrà bisogno di una spinta importante. Perché con tutti i problemi collegati alla chiusura delle scuole e alle esigenze della famiglia, per quanto il Family Act abbia previsto dei congedi parentali più lunghi, sono le donne tendenzialmente a rinunciare alla propria carriera e a rimanere a casa con i figli. Colpa degli stipendi più bassi rispetto agli uomini, colpa di una cultura che ancora ha questo tipo di impostazione. Si possono fare tanti ragionamenti, ma il dato di fatto è questo. E saranno loro le prime a sacrificarsi, se non cambiano le cose come, invece, dovrebbe succedere.

Guardando i vari settori, non si fa fatica a intuire che se c’è qualcuno particolarmente a rischio di perdere il posto (o di non riprenderlo, che poi porterebbe alla stessa conclusione) è chi lavora nel turismo, nei viaggi ed in tutto ciò che ruota attorno a questi due comparti. Le compagnie aree non solo non hanno nascosto le proprie difficoltà, generate dallo stop ai voli a causa della pandemia, ma hanno detto a chiare lettere che ridurranno drasticamente gli organici.

E poi ci sono alberghi, ristoranti, bar, servizi alla persona (parrucchieri, estetisti, negozi). Molti di loro hanno annunciato che non apriranno più, almeno non adesso. I mancati incassi, la previsione di un calo di milioni e milioni di turisti, le prenotazioni saltate, le spese per adattare i locali ai nuovi protocolli di sicurezza non vengono compensati con l’eventuale guadagno che si potrebbe avere riaprendo le porte e tirando su di nuovo le serrande.

È interessante segnalare anche la considerazione fatta un paio di mesi fa dalla società di consulenza McKinsey, secondo cui da un punto di vista economico saranno maggiormente penalizzate le persone senza una laurea, con contratti precari, con tutele e guadagni minori. Insomma, si prevede una sorta di triste «selezione naturale» che privilegerà chi ha un titolo di studio in tasca e più esperienza da offrire.

Facile immaginare che perderà il posto di lavoro chi non sarà in grado di adeguarsi alle nuove logiche dettate da questa crisi, a cominciare dallo smart working. Se n’è parlato tanto dall’inizio dell’epidemia e, in effetti, forse è il principale strumento che potrebbe contenere, almeno in parte, il drammatico calo dell’occupazione. Lo ha già fatto durante il lockdown, dando la possibilità a migliaia di lavoratori di continuare l’attività da casa anziché finire in cassa integrazione o di restare senza un reddito. Si prevede che il lavoro a domicilio non sia più una soluzione di emergenza ma un modello strutturale per ridurre nei prossimi mesi i rischi di contagio e a lungo termine le spese. La scelta dello smart working non dipenderà, comunque, solo dal lavoratore, anzi: anche e soprattutto l’imprenditore ci dovrà mettere del suo e prendersi le sue responsabilità (su questo e su altri fronti) per mantenere intatto il proprio organico.



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