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Boss scarcerati: dove si trovano ancora

13 Giugno 2020 | Autore:
Boss scarcerati: dove si trovano ancora

Appena un quinto dei detenuti per mafia scarcerati per la minaccia Covid ha fatto ritorno in cella. Il Csm denuncia le difficoltà sui controlli.

Sono circa 200 i detenuti per reati di mafia che avevano lasciato il carcere per via dell’emergenza coronavirus e che non sono ancora tornati in cella. Dei 256 reclusi portati fuori dagli istituti penitenziari, ne hanno fatto ritorno soltanto 55. Gli altri si trovano a casa, in detenzione domiciliare se devono scontare una pena definitiva, o agli arresti domiciliari se ancora imputati.

È già dietro le sbarre Franco Cataldo, uno dei carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del boss ucciso e sciolto nell’acido per ordine di Giovanni Brusca. Non lo è, invece, Pasquale Zagaria, fratello del capoclan mafioso Michele, ricoverato nei giorni scorsi in un ospedale della Lombardia dopo un aggravamento delle sue condizioni.

Manca all’appello, dunque, un quinto dei mafiosi portati via dal carcere per il rischio di contagio da Covid. Il decreto del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede prevede l’obbligo per i giudici e i tribunali di sorveglianza di rivalutare periodicamente, inizialmente dopo 15 giorni e poi ogni mese, le condizioni sanitarie a seconda dell’evoluzione della pandemia. Di fronte alle critiche sollevate da alcuni tribunali e dall’avvocatura sul diritto di difesa, la commissione Giustizia del Senato ha rafforzato il contraddittorio, garantito davanti al tribunale di sorveglianza, una volta che il giudice di sorveglianza ha compiuto la sua rivalutazione.

Irritazione anche all’interno del Csm, che avverte l’aumento del carico di lavoro dei magistrati di sorveglianza per i tempi stretti previsti dal decreto e per la complessità degli accertamenti da svolgere. Secondo il Consiglio superiore della magistratura, la decisione sull’eventuale revoca della detenzione domiciliare ed il ritorno in carcere dei detenuti per mafia va fondata su «una pluralità di elementi», compresa l’evoluzione che, nel frattempo, potrebbero aver subito le condizioni di salute del condannato. Condizioni che nell’attuale situazione non possono essere tenute sotto controllo dall’amministrazione penitenziaria e dalla magistratura di sorveglianza, che dunque corre il rischio di decidere senza un quadro clinico aggiornato.



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