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Mancanza causale certificato medico: rischi licenziamento?

20 Giugno 2020
Mancanza causale certificato medico: rischi licenziamento?

Sono operaio con contratto a tempo indeterminato, invalido civile al 67%. Il 19 marzo c.a. il medico competente del lavoro (aziendale) ha refertato che avrei dovuto temporaneamente astenermi dall’attività lavorativa,  in relazione allo stato emergenziale per il Covid-19. Per questo, il mio medico curante ha certificato la patologia di soggetto a rischio, con la causale “V07” a partire da questa data. Tuttavia, dal certificato di malattia successivo, il medico non appone più questa causale.

Il risultato è che, il datore di lavoro non vedendo più quella causale, inizia a decurtarmi i giorni di malattia a partire dal mese di aprile, e così per tutti i mesi successivi, considerandolo un comune periodo di malattia. Cosa posso fare?

Ad avviso di chi scrive, la mancanza del codice nosologico non può incidere in negativo sul diritto alla salute del lavoratore, a maggior ragione quando i certificati vengono rilasciati senza soluzione di continuità.

La normativa è da rinvenire nella nostra Carta dei diritti, ossia la Costituzione e, in particolare, all’art.32, dove si tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, oltre che interesse della collettività.

Da ciò deriva che Lei, quale lavoratore più tutelato, non può essere vittima di un sistema burocratico che, in mancanza dell’indicazione di un codice (comunque presente nel primo certificato), la costringa – in un periodo di pandemia globale – a perdere tutti i giorni di comporto per malattia.

Anche l’Inps ha confermato come la mancanza di codice nosologico non solo non può determinare una lesione del Suo diritto alla salute, ma non è neppure richiesto dal punto di vista burocratico, posto che lo stesso istituto previdenziale non prevede tale indicazione.

Ad ogni modo, il Suo dottore ha provveduto nel primo certificato a specificare, nel dettaglio, l’esigenza domiciliare, collegata alla pandemia in corso. E il datore di lavoro (o chi per lui) è perfettamente a conoscenza del Suo stato di salute; conseguentemente, è ingiustificato il suo comportamento: infatti, a prescindere dall’indicazione o meno del codice, alla luce del primo certificato e della pandemia in corso, il Suo status di dipendente “fragile” non poteva di certo venire meno e i certificati rilasciati senza soluzione di continuità ne danno inequivocabilmente la conferma.

D’altronde, è lo stesso art.26 del d.l. n.18/20 a riconoscere un maggior trattamento di favore nei confronti dei lavoratori come Lei.

Va da sé che il certificato con quella indicazione è sì utile, ma non necessario per i fini perseguiti, essendo sufficiente l’attestazione della “condizione di maggior rischio di contagio derivante dalle patologie sofferte”, che Lei ha prodotto con il certificato madre.

Ma, ammesso e non concesso che quel codice fosse necessario, si potrebbe, comunque, ottenere una relazione scritta del Suo medico curante, da presentare a INPS e datore di lavoro, che attesti come gli altri certificati inviati siano tutti collegati al codice nosologico “V07”, così integrando i certificati di cui si lamenta l’incompletezza.

Questo ulteriore intervento eliminerebbe qualsiasi dubbio sulla natura dei certificati e, così, non lascerebbe spazio a ragionamenti differenti, finalizzati a ledere il Suo intangibile diritto alla salute.

Il mio consiglio è quello di procedere con l’invio di una lettera stragiudiziale, a firma di un legale, con la quale intimare al datore di lavoro il riaccredito dei giorni di comporto malattia, alla luce delle determinazioni dell’INPS e del diritto alla salute tutelato dalla Costituzione, che non può essere violato da un mero errore materiale o, comunque, burocratico.

Se il datore di lavoro dovesse rilevare la necessità di avere un chiarimento relativo ai certificati presentati dal Suo medico, allora si potrebbe richiedere a quest’ultimo l’integrazione scritta appena accennata.

Di certo, Lei non potrà pagare le conseguenze di una procedura burocratica.

Differentemente, nel caso di mancata collaborazione del datore di lavoro, sarebbe necessario adire le vie legali, con un ricorso finalizzato ad ottenere una sentenza del giudice che attesti le Sue ragioni.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Salvatore Cirilla



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