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Separazione e divorzio: reclamo contro i provvedimenti del Presidente

15 Giugno 2020
Separazione e divorzio: reclamo contro i provvedimenti del Presidente

Assegno di mantenimento: come impugnare la decisione del presidente del tribunale prima della causa. I provvedimenti provvisori possono essere contestati e modificati?

Quando marito e moglie decidono di separarsi o di divorziare, possono farlo in via consensuale (ossia con un ricorso congiunto presentato in tribunale o dinanzi al Comune) oppure in via giudiziale (ossia con una causa vera e propria). In questa seconda ipotesi, la prima udienza viene celebrata dinanzi al presidente del tribunale che adotta dei provvedimenti provvisori volti a regolare i rapporti tra le parti fino a quando non verrà emessa la sentenza definitiva. Questi provvedimenti disciplinano, ad esempio, la misura dell’assegno di mantenimento, l’affidamento e la collocazione dei figli, il calendario per le visite agli stessi, ecc.

Il provvedimento del presidente del tribunale ha quindi una natura provvisoria: esso infatti è destinato ad essere sostituito dalla sentenza che chiuderà definitivamente, di lì a qualche anno, tutta la causa. 

Nonostante ciò, in materia di separazione e divorzio, è possibile il reclamo contro i provvedimenti del presidente. Reclamo che, appunto, è volto a chiedere una revisione di tale decisione, per quanto, come anticipato, il tutto sarà poi assorbito dalla sentenza finale.

Una recente sentenza della Cassazione [1] ha affrontato questo tema per stabilire innanzitutto se, contro la decisione del reclamo, è poi possibile rivolgersi in ultima istanza in Cassazione. Inoltre, la Corte ha spiegato cosa rischia la parte che perde anche la fase di reclamo. 

Per fare luce sul tema è necessario trattare l’argomento, seppur in modo non troppo tecnico, dalle prime ed essenziali questioni che lo caratterizzano. Ecco dunque come funziona il reclamo contro i provvedimenti del presidente del tribunale.

Separazione e divorzio: impugnazione e modifica della sentenza 

A differenza di tutte le altre sentenze che, una volta pronunciate e divenute definitive, non possono più essere messe in discussione, quelle in materia di separazione e di divorzio possono sempre essere oggetto di successiva revisione. Non si tratta di un appello ma semplicemente di un riesame. La legge prevede infatti che, tutte le volte in cui i rapporti tra le parti – gli ex coniugi – mutino rispetto al momento in cui è stata emessa la precedente pronuncia, è possibile rivolgersi nuovamente al tribunale affinché modifichi le condizioni di separazione e/o di divorzio. Un esempio chiarirà meglio la questione.

Mario e Renata divorziano. Mario viene condannato a versare all’ex moglie, ancora disoccupata, un mantenimento di 400 euro al mese. Senonché, dopo tre anni, Renata trova un lavoro. Mario quindi ricorre al giudice del tribunale per chiedere la cancellazione dell’assegno di mantenimento. Il giudice accoglie la richiesta atteso che tra i due ex coniugi non vi è più la differenza di reddito di un tempo.

La caratteristica del giudizio di revisione delle condizioni di separazione e di divorzio è quindi il mutamento di uno degli elementi di fatto rispetto alla precedente sentenza.

Cosa diversa è invece l’impugnazione della sentenza (ossia: appello e ricorso per Cassazione) a cui si può ricorrere solo quando il giudice di primo grado o quello di appello hanno sbagliato il giudizio o l’interpretazione delle norme. 

Mario è stato condannato a versare a Renata 500 euro di mantenimento con sentenza di primo grado. Senonché, Mario ritiene che il giudice non abbia valutato attentamente la situazione. Difatti, Renata ha dichiarato di disporre di un grosso magazzino che le garantisce un reddito fisso mensile, da locazione, di 1.600 euro, quasi quanto lo stipendio di Mario. Così Mario fa appello per chiedere la riforma della sentenza di primo grado in quanto errata. 

In buona sostanza, l’impugnazione presuppone un errore visto che l’appello e il ricorso della Cassazione non possono valutare ulteriori elementi sopravvenuti rispetto al precedente giudizio ma solo gli stessi già valutati in modo errato.

Invece, la revisione presuppone un cambiamento delle circostanze di fatto.

Per l’appello ci sono 30 giorni da quando la sentenza di primo grado è stata notificata. 

Invece, per il ricorso in Cassazione ci sono 60 giorni dalla suddetta notifica. 

In entrambi i casi, se non c’è notifica, il termine è di 6 mesi. 

Separazione e divorzio: il reclamo contro il provvedimento del presidente del tribunale

Così come la sentenza definitiva che decide la causa di separazione o di divorzio può essere oggetto sia di impugnazione (appello e poi ricorso in Cassazione) che di revisione (quando mutino gli elementi di fatto della decisione), anche il provvedimento provvisorio del presidente del tribunale (di cui abbiamo parlato sopra) può essere oggetto sia di reclamo che di modifica. 

Il reclamo ha la stessa natura dell’appello: è cioè rivolto a censurare un errore del giudice e non anche a valutare circostanze sopravvenute. A differenza dell’appello, però, il reclamo non si rivolge contro la sentenza definitiva ma contro la decisione del presidente del tribunale che adotta i provvedimenti provvisori in attesa della sentenza stessa. Non a caso il reclamo si propone dinanzi alla Corte di Appello.

Anche la decisione sul reclamo sarà comunque superata dalla sentenza definitiva.

Mario e Renata iniziano la procedura di separazione giudiziale. Il provvedimento del presidente condanna Mario, in via provvisoria, a corrispondere a Renata un assegno di 400 euro mensili. Ma Mario ha appena perso il lavoro e non può adempiere. Così, contro l’errore di valutazione del giudice, propone reclamo alla Corte di Appello.

Ad occuparsi del reclamo è l’articolo 708 del Codice di procedura civile. Il reclamo va proposto entro 10 giorni dalla notifica del provvedimento.

C’è infine la possibilità di modifica dei provvedimenti del presidente del tribunale che può disporre il giudice che sta decidendo la causa. Tale rimedio corrisponde alla revisione della sentenza ed è disposta quando mutino le circostanze di fatto che avevano portato in precedenza il presidente ad adottare una determinata decisione. Presuppone l’esistenza di circostanze sopravvenute o anche di fatti preesistenti di cui, però, si sia acquisita conoscenza successivamente, oppure si allegano fatti emergenti da una successiva attività istruttoria.

Mario e Renata iniziano la procedura di separazione giudiziale. Il presidente ritiene che Renata non abbia diritto al mantenimento perché sta lavorando. In corso di causa, però, Renata viene licenziata. Così fa un’istanza al giudice istruttore per chiedere una modifica del provvedimento del presidente e ottenere così un assegno di mantenimento.

Ad occuparsi della modifica del provvedimento del presidente del tribunale è l’articolo 709 del Codice di procedura civile a norma del quale i provvedimenti temporanei ed urgenti assunti dal presidente possono essere revocati o modificati dal giudice istruttore. 

La successiva sentenza di divorzio

Anche la sentenza definitiva di separazione è suscettibile di essere completamente stravolta da quella di divorzio che può rimettere tutto in gioco. 

Il ricorso in Cassazione contro il reclamo del provvedimento del presidente

Abbiamo visto che, contro l’appello, è sempre possibile il ricorso in Cassazione. Senonché, contro la sentenza della Corte di Appello che decide il reclamo contro i provvedimenti del presidente del tribunale non è invece possibile il ricorso in Cassazione. 

A dirlo è la stessa Suprema Corte che ha di recente confermato la sostanziale non ricorribilità in Cassazione dei provvedimenti emessi dalla Corte d’Appello in tema di revisione dell’ordinanza presidenziale [1]; quest’ultima, infatti, regolando la controversia allo stato degli atti, non assurge a provvedimento definitivo ma ha carattere meramente interinale.

La condanna alle spese nel giudizio di reclamo  

Ultimo aspetto toccato dalla Cassazione è la possibilità che, nel giudizio di reclamo dinanzi alla Corte di Appello contro i provvedimenti del presidente, sia emessa una condanna alle spese processuali per il coniuge che abbia richiesto il predetto reclamo. La risposta è negativa. Le spese processuali, infatti, devono essere liquidate solo all’esito definitivo del giudizio di separazione o divorzio.

La Cassazione specifica che «la natura dei provvedimenti in questione, destinati anch’essi a rimanere assorbiti dalla decisione di merito, e il carattere necessariamente incidentale del procedimento preordinato alla loro adozione, non consentita ante causam, consentono di estendere agli stessi le considerazioni svolte in riferimento ai procedimenti cautelari emessi in corso di causa e ad escludere quindi la necessità di una distinta pronuncia sulle spese anche in sede di reclamo, dovendo la regolamentazione delle stesse trovare spazio nella sentenza emessa a conclusione del giudizio».


note

[1] Cass. sent. n. 8432/2020 del 30.04.2020. 


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