Coronavirus: i problemi del Servizio sanitario nazionale

15 Giugno 2020
Coronavirus: i problemi del Servizio sanitario nazionale

La riduzione di personale, soprattutto medici e infermieri, pesa sull’efficienza delle prestazioni; ma il Decreto Rilancio può invertire la tendenza.

Sei italiani su dieci promuovono il Servizio sanitario nazionale: è il giudizio positivo che emerge dai dati Inapp, l’Istituto di analisi delle politiche pubbliche, resi noti dall’agenzia stampa Adnkronos. Il sondaggio ha riguardato sia la sanità di base sia quella di emergenza, messa a dura prova dalla pandemia di Coronavirus.

Ma emergono subito profonde differenze tra i territori: in Trentino alto Adige e Emilia-Romagna la valutazione positiva raggiunge il picco più alto, di oltre 8 persone su 10, mentre in Calabria e Molise si registrano i valori minimi, con la soddisfazione espressa solo da 3 persone su 10. L’Inapp rileva che «l’epidemia del virus Covid-19 ha fatto emergere le differenti capacità dei modelli regionali in termini d’infrastrutture territoriali e di personale qualificato disponibile»; ma quali sono i fattori che hanno pesato di più?

Secondo l’Inapp «hanno giocato soprattutto il mancato inserimento negli anni del personale infermieristico e il sottodimensionamento nell’offerta di posti letto, drasticamente diminuita a partire dal 2004». Inapp-Plus ha stimato che si è arrivati, nel complesso ad una riduzione netta del 20% di posti letto ordinari, con particolare concentrazione nel Centro Italia (-30%) e nel Meridione (-24%). «L’emergenza sanitaria legata al Covid-19 ha riaperto in modo prorompente il dibattito sul nostro Ssn – scrivono nello studio i ricercatori dell’Inapp – sottolineando capacità e resilienza, ma anche debolezze strutturali complessive di alcune realtà».

Il primo fattore critico è la carenza delle risorse umane. Tra il 2011 e il 2017 la riduzione di personale ha riportato il numero complessivo di dipendenti del Servizio sanitario nazionale in servizio nel 2017 (658.700 unità) ad un livello addirittura inferiore a quello del 1997 (675.800 unità), mentre è aumentata del 78% la quota di lavoratori negli Enti Sanitari Locali con contratti di collaborazione o altre forme atipiche e il lavoro temporaneo si è incrementato del 23,7%. Il calo degli ultimi anni ha riguardato soprattutto i medici (-6% tra il 2010 e il 2017) e il personale infermieristico, che già risulta notevolmente inferiore alla media dell’Unione europea, con appena 5,8 infermieri per 1.000 abitanti contro gli 8,5 dei Paesi membri dell’Ue.

Tutto questo è accaduto mentre è aumentata la spesa diretta delle famiglie: nel 2017 le risorse pubbliche hanno coperto quasi i tre quarti (il 74%) della spesa complessiva pari a 152,8 miliardi di euro, a fronte della spesa diretta delle famiglie che copre il restante 26% (circa 39 miliardi, di cui 35,9 direttamente pagati dalle famiglie e 3,7 attraverso assicurazioni private).

Ci sono stati infine i recenti correttivi adottati con la normativa d’emergenza: prima il decreto Cura Italia e poi il decreto Rilancio hanno previsto misure specifiche dedicate al settore sanitario. Il decreto Rilancio porta il fabbisogno sanitario standard, per il 2020, sino a 119.556 milioni, con un’incidenza sul Pil del 7,2% (il 3,6% in più rispetto al 2019). Qui – rileva l’Inapp – c’è «una molteplicità di misure che possono essere raggruppate in tre macro-tipologie di intervento: emergenziale, strutturale e sperimentale. In particolare, in quest’ultima tipologia si possono rintracciare gli interventi o gli strumenti innovativi proposti in risposta alla fase di emergenza la cui utilità non si esaurisce con la post-pandemia e al contrario possono costituire un punto di partenza per favorire il cambiamento in un’ottica di più ampio respiro (si pensi alle procedure semplificate di approvvigionamento)».

«Tra gli interventi strutturali risultano di particolare rilevanza il potenziamento dell’assistenza ospedaliera e dell’assistenza territoriale – annotano i ricercatori dell’Inapp – cui sono associati importanti investimenti in risorse umane, con lo stanziamento di 480 milioni di euro per il reclutamento di personale infermieristico e 734 milioni per il rafforzamento dell’Assistenza Domiciliare Integrata. Segnali, questi, di una risposta organica all’annosa scarsità di risorse e di un possibile futuro riequilibrio tra l’offerta ospedaliera e i servizi territoriali nei diversi sistemi locali della sanità italiana». «Ma questa deve abbracciare – ha aggiunto il presidente dell’Istituto, Sebastiano Fadda – anche problemi finora sottovalutati, come il miglioramento della governance, la ridefinizione del rapporto pubblico-privato, l’effettiva possibilità di accesso in tempi congrui al servizio pubblico e il rafforzamento stabile del personale medico e infermieristico».



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