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Crisi economica Coronavirus: chi ci ha rimesso di più

15 Giugno 2020
Crisi economica Coronavirus: chi ci ha rimesso di più

Fatturato più che dimezzato per 4 imprese su 10. La metà delle aziende è in crisi di liquidità. L’analisi Istat dei settori economici più colpiti.

È un bagno di sangue l’ultimo report Istat intitolato «Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19» che individua i settori d’impresa e le categorie economiche che hanno sofferto di più durante il lungo periodo di lockdown ed ora stentano a riprendere l’attività.

Dall’analisi dei dati, riportati dalla nostra agenzia stampa Adnkronos, emerge che oltre il 70% delle imprese (che rappresentano il 73,7% dell’occupazione) ha dichiarato una pesante riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019: nel 41,4% dei casi il fatturato si è più che dimezzato, nel 27,1% si è ridotto tra il 10% e il 50% e nel 3% dei casi solo meno del 10%; nell’8,9% delle imprese il valore del fatturato è invece rimasto stabile.

C’è una percentuale del 14,6% di imprese che dichiara di non avere registrato alcun fatturato durante questi due mesi, dunque hanno ottenuto ricavi zero. Ma la quota è molto più elevata tra quelle attive nell’ambito delle attività sportive, di intrattenimento e divertimento (58,2%), tra le agenzie di viaggio e i tour operator (57,1%) e i servizi di alloggio (50,9%). Seguono le imprese che si dedicano ad attività creative e artistiche (42,5%), le case da gioco (36,6%) e ai servizi di ristorazione (35,4%). Non hanno registrato fatturato un quarto delle imprese degli altri servizi alla persona (28,9%), delle attività culturali (28,7%), dell’istruzione (26,3%) e dell’assistenza sociale non residenziale (24,8%).

Inoltre, è accaduto che durante il periodo di lockdown, tra il 9 marzo e il 4 maggio, il 45,0% delle imprese con 3 e più addetti (sono quasi mezzo milione, precisamente 458mila, che assorbono il 27,5% degli addetti e realizzano il 18,0% del fatturato) ha sospeso l’attività. Più di un terzo di esse, il 38,3% (390mila imprese) ha chiuso per i Decreti del Governo mentre il 6,7% (68mila) lo ha fatto di propria iniziativa.

Per fronteggiare gli effetti dell’emergenza Coronavirus, la tipologia di misure rilevata dall’Istat alla quale le imprese hanno fatto maggior ricorso è stata la Cassa integrazione guadagni (Cig) o strumenti analoghi come il Fondo integrazione salariale (Fis). Anche grazie all’allargamento della platea di possibili fruitori, è stata utilizzata da oltre il 70,2% delle aziende con almeno 3 addetti, con poche differenze tra classi dimensionali.

Sono invece il 22,5% (229mila, che rappresentano il 24,2% degli addetti e il 21,2% del fatturato) le imprese che sono riuscite a riaprire prima del 4 maggio dopo un’iniziale chiusura. Esse spiegano la loro decisione in diversi modi: a seguito di ulteriori provvedimenti governativi (8,8%), attraverso una richiesta di deroga (5,9%) o per decisione volontaria (7,7%). Oltre tre imprese su 10 (32,5%) sono rimaste sempre attive (331mila); questa quota di imprese è la più rilevante dal punto di vista economico e dell’occupazione in quanto rappresenta il 48,3% degli addetti e il 60,9% del fatturato nazionale.

Le microimprese (quelle con un numero di addetti compreso fra 3 e 9), sono state più coinvolte nella sospensione delle attività: 48,7% contro 32,7% delle piccole imprese (che hanno da 10 a 49 addetti), 19,2% delle medie (50-250 addetti) e 14,5% delle grandi (250 addetti e oltre), per una quota complessiva del 69,4%, considerando anche le imprese minori inizialmente “sospese” che poi hanno riaperto.

Ma la crisi economica che ha colpito il sistema produttivo a seguito dell’emergenza sanitaria continua a far sentire i suoi effetti: per quasi 9 aziende su 10 produce, nelle valutazioni delle imprese, effetti di medio periodo. Oltre la metà delle aziende (51,5%, con un’occupazione pari al 37,8% del totale) prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese che si presenteranno fino alla fine del 2020 e il 38,0% (27,1% il loro peso occupazionale) segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività. Inoltre, Il 38,0% (con il 27,1% di occupati) segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività e il 42,8% ha richiesto il sostegno per liquidità e credito (Decreto Cura Italia e Decreto Liquidità).

«Le chiusure delle attività economiche scandite dai diversi decreti – commenta l’Istat – hanno dunque determinato effetti di blocco operativo soprattutto per le imprese di minori dimensioni, che in Italia, più che in altri Paesi europei, rappresentano quote elevate in termini di occupazione e di risultati economici del sistema produttivo. Per l’impatto immediato e la capacità di risposta, questa evidenza assume grande rilevanza, con implicazioni dal punto di vista sia della resilienza del sistema economico allo shock e sia delle misure legate alla gestione dell’emergenza e al supporto alla ripresa».



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