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Rimborso per depuratore acqua non funzionante

15 Giugno 2020
Rimborso per depuratore acqua non funzionante

Sentenze Cassazione depurazione acqua: non dovuta tutta la bolletta nel caso di acqua non potabile per mancato funzionamento del depuratore.

La bolletta dell’acqua è alta e, nonostante paghi la tariffa piena, sei costretto a bere quella del supermercato. Questo perché sei venuto a sapere che il depuratore comunale non funziona. Le analisi fatte hanno rivelato che ciò che arriva dai rubinetti di casa non è potabile. Ti chiedi perché mai pagare un servizio di cui non puoi usufruire. Nella bolletta, infatti, è riportata, tra le tante voci, la quota per la depurazione. Un vero furto. Ti chiedi allora se sia possibile ottenere uno sconto sugli importi dovuti al servizio idrico.

Due recenti sentenze della Suprema Corte [1] stabiliscono il diritto dell’utente al parziale rimborso della bolletta dell’acqua se il depuratore non funziona. 

Cerchiamo allora di comprendere quali sono e cosa dicono le sentenze della Cassazione sul rimborso per depuratore acqua non funzionante.

Sentenze Cassazione depurazione acqua

Con una prima pronuncia la Corte ha ricordato che, mentre fino al 3 ottobre 2000, il canone idrico doveva essere considerato come un tributo, così come già stabilito dalle Sezioni Unite della Cassazione, a partire da questa data, per effetto dell’articolo 24 del decreto legislativo n. 258/2000, si è passati all’applicazione della tariffa del servizio idrico integrato. Una voce della bolletta è costituita dalla tariffa di fognatura e di depurazione. 

A riguardo di quest’ultima, la Cassazione ha detto che i Comuni non possono chiedere il pagamento della tariffa idrica ove non diano prova essere forniti di impianti di depurazione delle acque reflue. 

Invero, la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione è divenuta, appunto, una componente della complessiva tariffa del servizio idrico integrato, configurato come corrispettivo di una prestazione commerciale complessa. Questa, per quanto determinata nel suo ammontare in base alla legge, trova comunque fonte non già in un atto autoritario (ossia nella legge) bensì nel contratto di utenza. 

Sicché, divenuta incostituzionale la legge n. 36 del 1994 nella parte in cui prevedeva che la quota di tariffa del servizio di depurazione fosse sempre dovuta dagli utenti, anche quando la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o quando questi siano momentaneamente inattivi [2], oggi invece, in caso di mancata fruizione da parte dell’utente del servizio di depurazione, è irragionevole chiedergli il pagamento della quota riferita a detto servizio [3]. E ciò per la banalissima considerazione che manca la controprestazione.

Insomma, l’utente paga un servizio che non riceve e, pertanto, ha diritto a ricevere la restituzione delle somme già versate o, se non ha ancora pagato, la decurtazione di tali quote dalla bolletta.

Ma a chi chiedere la restituzione delle somme in questione? A spiegarlo è la seconda sentenza della Cassazione citata in apertura [1]. Secondo la Corte, l’utente deve sempre rivolgersi alla società con cui ha il contratto per la fornitura di acqua, anche se poi il proprietario dell’impianto di depurazione è un altro soggetto. Infatti, ai fini del rapporto con l’utente conta solo colui con cui quest’ultimo ha firmato il contratto. Del resto, è proprio questo che, in caso di omesso pagamento, può procedere alla riscossione.

A riguardo, la pronuncia in commento ha stabilito che, «in presenza di una temporanea inattività del servizio di depurazione acque, la condotta del proprietario dell’impianto, nonché gestore del servizio di depurazione, integra un concorso nell’inadempimento ascrivibile, nei confronti degli utenti, al soggetto che abbia concluso con gli stessi il contratto di utenza, sicché il medesimo, convenuto in giudizio da costoro per la restituzione della quota del corrispettivo del servizio dovuta a titolo di depurazione acque, ha diritto ad agire in via di regresso nei confronti del predetto proprietario dell’impianto e gestore del servizio».

Si ricorda tuttavia che il termine di prescrizione per le bollette dell’acqua è di due anni. Quindi, l’utente potrebbe chiedere la restituzione solo di quanto versato negli ultimi 24 mesi. Ciò nonostante, la Cassazione ha detto che è comunque possibile risalire a ritroso degli ultimi 10 anni. Sul punto leggi Rimborsi bollette acqua senza depuratori: da restituire gli ultimi 10 anni e Bolletta acqua: la Regione restituisce i soldi se l’impianto non funziona.

Cosa fare per la restituzione del canone per la depurazione delle acque?

La pretesa degli utenti del servizio idrico per la restituzione delle somme erogate a titolo di quota, del complessivo corrispettivo, dovuta come canone per la depurazione delle acque, va indirizzata nei confronti del soggetto con cui si è concluso il contratto di utenza.  

Sul punto, i giudici affermano che, nel giudizio sulla domanda di restituzione delle somme erogate quale quota, del complessivo corrispettivo del servizio idrico, dovuta a titolo di canone per depurazione delle acque, la prova del funzionamento dell’impianto di depurazione va fornita dal soggetto con il quale gli utenti abbiano concluso il contratto di utenza.

Infine, la Suprema Corte afferma che per la detrazione, dal credito restitutorio spettante agli utenti in relazione al pagamento della quota, del complessivo corrispettivo del servizio idrico, dovuta a titolo di canone per la depurazione delle acque, «gli oneri derivanti dalle attività di progettazione, di realizzazione o di completamento dell’impianto di depurazione debbono essere provati dal soggetto convenuto in giudizio per la restituzione».


note

[1] Cass. sent. n. 11270 e n. 11294 del 2020.

[2] C. Cost. sent. n. 335/2008.

[3] Cass. sent. n. 9500/2018.


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