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Bossing: cos’è e come difendersi

28 Agosto 2020
Bossing: cos’è e come difendersi

Cosa fare in caso di vessazioni da parte del datore di lavoro? Il dipendente può presentare una denuncia?

Immagina di lavorare come impiegata amministrativa in una casa di riposo. In pratica, ti occupi di controllare la contabilità e di collaborare con il direttore. Da qualche settimana, però, sei stata trasferita al reparto segreteria, subendo una situazione di grave disagio lavorativo dovuta a comportamenti vessatori da parte dei tuoi superiori gerarchici (con rimproveri e sanzioni disciplinari infondate), la fissazione di turni massacranti e l’assegnazione di compiti che non rientrano nella tua competenza professionale (come, ad esempio, rispondere al telefono e prendere appuntamenti). Tale situazione è divenuta pian piano insostenibile, al punto che hai pensato di dimetterti.

In questo articolo cercheremo di fare il punto della situazione sul bossing: cos’è e come difendersi. Se anche tu sei vittima di vessazioni sul lavoro da parte del tuo capo, ti consiglio di prenderti 5 minuti di tempo per proseguire nella lettura.

Vessazioni sul lavoro: quando è mobbing?

Prima di scendere nel particolare, cerchiamo di capire bene cos’è il mobbing e quali sono i suoi presupposti. Sicuramente, saprai che il mondo del lavoro non è sempre facile, anzi è una giungla in cui bisogna difendersi con le unghie e con i denti. Spesso, infatti, ci si scontra con un ambiente ostile, in cui il capo non rispetta i propri dipendenti e i colleghi di lavoro fanno di tutto per screditare il più debole, spinti il più delle volte da gelosie professionali.

Ti faccio un esempio per farti capire bene come si manifesta questo fenomeno.

Tizio è stato assunto come consulente in un istituto di credito. Il suo ruolo prevede che fornisca ai clienti informazioni sui finanziamenti, prestiti, ecc. Tuttavia, il direttore dell’istituto decide di affidare a Tizio compiti marginali come fare le fotocopie, rispondere al telefono e prendere appuntamenti. A causa di tale situazione, Tizio viene deriso dai colleghi e inizia a sviluppare delle manie ossessive.

Dall’esempio riportato puoi notare che Tizio è chiaramente vittima di mobbing, ossia di atti vessatori continui che hanno lo scopo di isolare il lavoratore e di intaccare il suo equilibrio psicofisico al punto da provocarne le dimissioni. 

Le caratteristiche del mobbing

Quindi, per capire se si è vittima di mobbing sul lavoro occorre la compresenza dei seguenti fattori:

  • comportamenti vessatori frequenti e duraturi: in altre parole, non deve trattarsi di episodi isolati ma di condotte reiterate nel tempo;
  • danno psicofisico: la vittima deve subire una lesione alla salute come, ad esempio, la perdita di capelli, gli attacchi di panico, la depressione, i disturbi del sonno, la tachicardia, ecc.;
  • nesso causale, vale a dire una relazione di causa ed effetto tra la condotta mobbizzante e il danno subito;
  • l’intento persecutorio del mobber: in altre parole, la chiara volontà di nuocere, infastidire o comunque svilire in qualsiasi modo il dipendente o il collega di lavoro.

Bossing: cos’è e come difendersi

Dopo aver fatto una panoramica generale sul mobbing, cerchiamo adesso di entrare più nel dettaglio e parlare del tema centrale di questo articolo: il bossing. 

Come ti ho già spiegato, il mobbing consiste in un susseguirsi di attacchi e soprusi da parte dei superiori gerarchici o di altri colleghi di lavoro, finalizzati a determinare l’isolamento del lavoratore e spingerlo a dare le dimissioni. Si tratta di episodi correlati l’uno con l’altro che consistono, in pratica, in attacchi verbali, rimproveri, provocazioni, demansionamento, sanzioni disciplinari ingiustificate e così via. Il motivo di tutto ciò spesso risiede nella gelosia che spinge a prendere di mira quel lavoratore particolarmente dotato che potrebbe avere una carriera brillante davanti a sé.

Ebbene, quando tutte queste vessazioni vengono messe in atto dal datore di lavoro, o comunque dal superiore gerarchico, si parla più precisamente di bossing, una strategia aziendale utilizzata soprattutto per ridurre il personale o riorganizzare i reparti. Ti faccio subito un esempio pratico.

Caio lavora come impiegato in una multinazionale del tabacco. Da anni, il suo lavoro consiste nel gestire gli ordini e le spedizioni. Da qualche mese, però, il capo lo sposta in un ufficio minuscolo senza una finestra, lo rimprovera senza motivo, lo controlla continuamente e gli nega i permessi. Caio decide di affrontare il suo capo, il quale, di tutta risposta, lo minaccia dicendogli che se non la smette di lamentarsi sarà licenziato. 

Ti è chiaro, quindi, che il mobbing può essere di due tipologie:

  • verticale: cioè il bossing che si verifica, come già spiegato, quando le vessazioni provengono direttamente dal datore di lavoro oppure dal superiore gerarchico (ad esempio, il direttore di banca che controlla ossessivamente il dipendente);
  • orizzontale: quando la condotta mobbizzante è posta in essere dai colleghi del lavoratore (ad esempio, gli impiegati di un magazzino che si coalizzano contro un loro collega per fargli perdere il lavoro). 

Nel caso del bossing, quindi, il superiore gerarchico prende di mira un  lavoratore con atti vessatori e prevaricatori che consistono principalmente in:

  • controlli ossessivi;
  • richiami verbali;
  • rifiuto ingiustificato di permessi;
  • revoca di incarichi professionali;
  • revoca ingiustificata di benefits aziendali (macchina, cellulare, computer);
  • demansionamento: cioè attribuzione di mansioni inferiori rispetto alla qualifica professionale;
  • sanzioni disciplinari ingiustificate;
  • incarichi eccessivamente impegnativi;
  • isolamento sistematico;
  • minacce;
  • molestie sessuali.

Dopo un certo lasso di tempo, la vittima, ormai danneggiata sul lato lavorativo e psicofisico, è indotta a dimettersi oppure viene licenziata. A questo punto, che fare? Come difendersi dal bossing?

Il soggetto mobbizzato può senz’altro inviare una diffida al mobber (quindi, al capo o al superiore gerarchico) per invitarlo a smettere con le vessazioni. Se a seguito dell’invio nulla cambia, è sempre possibile presentare un ricorso al tribunale (sezione lavoro) per chiedere il risarcimento dei danni subiti. Se poi la condotta vessatoria ha anche un rilievo penale (ad esempio, se ci sono state molestie, diffamazioni, minacce, ecc.) allora è necessario presentare una denuncia-querela all’autorità competente (Polizia, Carabinieri o Procura della Repubblica) e costituirsi parte civile in un eventuale processo penale. 

Ovviamente, sia sul lato civile che sul lato penale, il mobbizzato deve sempre essere in grado di provare le vessazioni e i danni patiti attraverso certificati medici, testimonianze di colleghi che hanno assistito ai fatti e documenti da cui si evince la condotta persecutoria (ad esempio, mail, sms, lettere, ecc.).

Infine, la vittima può sempre chiedere aiuto agli sportelli anti-mobbing presenti in tutta Italia. A volte, però, la soluzione potrebbe essere quella di chiedere il trasferimento in un’altra sede.



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