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Cosa deve fare il dipendente in malattia?

16 Giugno 2020
Cosa deve fare il dipendente in malattia?

Il certificato medico impone il riposo al lavoratore in malattia? Cosa si può fare fuori dagli orari di reperibilità?

Una recente pronuncia della Cassazione affronta il problema dei diritti e doveri del lavoratore malato. Il tema è uno dei più dibattuti nelle aule di tribunale e, in particolar modo, nelle cause di licenziamento per giusta causa. Ai giudici viene puntualmente chiesto: cosa deve fare il dipendente in malattia? 

La pronuncia affronta il tema del rispetto della reperibilità e il divieto di rallentare la convalescenza svolgendo lavori incompatibili con il certificato medico. In realtà, gli obblighi del dipendente iniziano molto prima, nel momento stesso in cui si assenta dal lavoro, a partire quindi dalla comunicazione all’azienda e dalla sottoesposizione a visita medica con invio del relativo certificato all’Inps. 

La sentenza della Suprema Corte che abbiamo appena richiamato in apertura è solo la scusa per ripercorrere, ancora una volta (come già abbiamo fatto numerose volte in questo stesso giornale), l’insieme delle norme che spiegano cosa deve fare il dipendente in malattia. Le rivedremo qui di seguito in modo sintetico e pratico.

Obbligo di comunicazione dell’assenza

Il dipendente che si mette in malattia deve comunicarlo al proprio datore di lavoro il prima possibile e, comunque, non oltre lo stesso giorno. Può farlo anche in modo informale, ossia con telefonata, sms o email se lo prevede il contratto collettivo. 

Solo in casi straordinari e di oggettiva impossibilità, il dipendente può far slittare la comunicazione al giorno successivo (si pensi a una persona che abbia un improvviso incidente automobilistico e che, pertanto, venga trasportato all’ospedale).

Il dipendente che non comunica la malattia si considera “assente ingiustificato” e, pur a fronte di una obiettiva ragione che sorregga l’assenza, può subire un procedimento disciplinare. Quando il comportamento si ripete più volte può scattare il licenziamento. 

Obbligo di visita medica

Lo stesso giorno in cui il dipendente si ammala – o, in caso di oggettiva impossibilità, il giorno successivo – il dipendente deve sottoporsi a visita medica. Il medico di famiglia è poi tenuto a inviare il relativo certificato, in modalità telematica, all’Inps.

Obbligo di reperibilità

Il dipendente assente dal lavoro è coperto per tutta la durata del certificato medico. Tuttavia, il datore di lavoro e l’Inps stesso possono inviare il medico di controllo affinché esegua la cosiddetta visita fiscale. 

Scopo della visita fiscale è verificare l’effettività della malattia e i giorni indicati nel certificato medico per la guarigione.

Al fine di rendere possibile tale visita, il dipendente deve rimanere a casa negli orari della reperibilità così definiti:

  • settore privato: da lunedì alla domenica dalle ore 10 alle 12 e dalle 17 alle 19;
  • settore pubblico: da lunedì alla domenica dalle ore 9 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Sono compresi i festivi e i feriali.

È possibile ricevere anche più di una visita nell’arco della stessa giornata.

Il dipendente che debba allontanarsi di casa, può farlo solo per una valida ragione (ad esempio, accompagnare un parente dal medico) e previa comunicazione all’Inps e al datore di lavoro. Nel caso in cui una situazione d’urgenza non consenta tale comunicazione, il dipendente deve farla non appena possibile conservando le prove dell’oggettiva impossibilità ad eseguire tale incombenza. 

Doppio lavoro

Il dipendente può svolgere un secondo lavoro durante la malattia a condizione che:

  • non sia in concorrenza con l’attività dell’azienda presso cui è assunto;
  • non sia incompatibile con lo stato di malattia dichiarato nel certificato medico e non pregiudichi o rallenti la convalescenza.

Obiettivo del dipendente, infatti, deve essere quello di guarire nei tempi previsti dalla sua condizione, senza peggiorare il suo stato di salute.

Uscita dopo la visita fiscale

Il dipendente non può uscire di casa dopo la visita fiscale se l’orario di reperibilità non è ancora terminato. Difatti, come detto, è ben possibile una seconda visita di controllo nell’arco della stessa giornata.

Il dipendente, anche dopo la reperibilità, deve tenere un comportamento preordinato alla buona fede e correttezza. Il che significa che non può svolgere attività che pregiudichi il riposo prescritto dal medico. In caso contrario, si rischia il licenziamento. 

Ad esempio, ben potrebbe avvenire che il dipendente, pescato a fare corsa di notte nonostante una malattia che gli impedisca di sforzarsi, venga licenziato. Sulla scorta di ciò, la Cassazione ha ritenuto licenziabile l’operaio che, pur risultando assente in azienda per ragioni fisiche e dovendo osservare un rigido periodo di riposo, viene beccato – come certificato dalla relazione di un investigatore privato – a dedicarsi alla propria terra, guidando un trattore e caricando e scaricando manualmente della legna.

Per i Giudici del ‘Palazzaccio’, difatti, ciò che è emerso in maniera palese è «l’idoneità delle condotte tenute dell’uomo a porre in pericolo e a ritardare potenzialmente la sua guarigione», anche perché egli, viene sottolineato, «era tenuto ad astenersi dal compiere attività che potevano comportare un sia pur minimo impegno fisico o anche solo apprezzabili sollecitazioni agli arti superiori».

Come detto, a certificare la violazione compiuta è stato un investigatore privato, il cui resoconto è stato confermato dalla ‘giustificazione – confessione’ resa dal lavoratore.

Per i Giudici, però, va sottolineato che «la censurabilità delle condotte» tenute dall’uomo durante il periodo di assenza dal lavoro «non dipende dalla concreta e accertata incidenza ex post delle attività sul processo di guarigione» bensì «dalla loro potenziale idoneità ad interferire con tale processo».

Approfondimenti

Per maggiori informazioni leggi:


note

[1] Cass. sent. n. 11535/20 del 15.06.2020.

Autore immagine it.depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 10 dicembre 2019 – 15 giugno 2020, n. 11535

Presidente Di Cerbo – Relatore De Marinis

Fatti di causa

Con sentenza del 14 giugno 2018, la Corte d’Appello di Torino confermava la decisione resa dal Tribunale di Novara e rigettava la domanda proposta da Gi. Is. nei confronti della Barilla G. e R. Fratelli S.p.A. avente ad oggetto la declaratoria dell’illegittimità del licenziamento disciplinare intimato al dipendente per aver l’impresa datrice, ricorrendo ad un’agenzia investigativa, accertato a carico del primo lo svolgimento di attività incompatibile con lo stato di malattia addotto a giustificazione dell’assenza dal lavoro.

La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto legittimi gli accertamenti investigativi, corrette le valutazioni del primo giudice circa la valenza confessoria attribuita alle giustificazioni rese dal dipendente anche in relazione alle operazioni di carico manuale della legna, la rilevanza in relazione al thema decidendum degli ulteriori comportamenti addebitati, l’inattendibilità dei testi indotti ed, infine, provato anche in via presuntiva il compimento di sforzi non consentiti dalle prescrizioni mediche.

Per la cassazione di tale decisione ricorre l’Is., affidando l’impugnazione a due motivi, cui resiste, con controricorso, la Società. La Società controricorrente ha poi presentato memoria.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione degli artt. 1175, 1375, 2110, 2119, 2697 e 2729 c.c. nonché la nullità dell’impugnata sentenza ai sensi dell’art. 132, comma 2, n. 4, c.p.c. lamenta il carattere apparente della motivazione dalla Corte territoriale posta a fondamento del proprio pronunciamento, fondata su un dato non emerso in sede istruttoria per cui il ricorrente avrebbe dovuto astenersi dal compiere attività che potevano comportare un sia pur minimo impegno fisico o anche solo apprezzabili sollecitazioni agli arti superiori e comunque l’incongruità logica e giuridica della valutazione delle risultanze istruttorie operata dalla Corte medesima.

Con il secondo motivo, denunciando la violazione e falsa applicazione degli artt. 61 e 437 c.p.c. 1175, 1375, 2106, 2110, 2119 c.c. ed ancora la nullità dell’impugnata sentenza ai sensi dell’art. 132, comma 2, n. 4, c.p.c. il ricorrente lamenta il carattere apparente della motivazione dell’impugnata sentenza in base alla quale la Corte territoriale approderebbe alla conclusione del compimento da parte del ricorrente di condotte idonee a porre in pericolo e a ritardare potenzialmente la guarigione prescindendo da un accertamento tecnico del dato stante la mancata ammissione della CTU.

Entrambi i motivi, i quali, in quanto strettamente connessi, possono essere qui trattati congiuntamente, devono ritenersi inammissibili, atteso che il convincimento espresso dalla Corte territoriale in ordine all’idoneità delle condotte tenute dal ricorrente a porre in pericolo e a ritardare potenzialmente la guarigione in quanto lo stesso era tenuto ad astenersi dal compiere attività che potevano comportare un sia pur minimo impegno fisico o anche solo apprezzabili sollecitazioni agli arti superiori si rivela sostenuto da argomentazioni ineccepibili sul piano logico e giuridico che le censure mosse non valgono ad inficiare cosicché rispetto a queste le prime risultano tali da resistervi; si deve infatti osservare come, da un lato, il valore confessorio attribuito dalla Corte territoriale alle giustificazioni del ricorrente e qui non disconosciuto rilevino al fine di fondare, anche in via presuntiva, il giudizio sulla veridicità delle condotte addebitate e sull’inattendibilità dei testi e come, dall’altro, la corretta considerazione per cui la censurabilità delle condotte non dipende dalla concreta e accertata incidenza ex post delle attività del lavoratore sul processo di guarigione bensì sulla loro potenziale idoneità ad interferire con tale processo valgano ad avvalorare la decisione di mancata ammissione della richiesta CTU e la conclusione, non certo smentita dal rilievo del ricorrente per cui il periodo di rigorosa osservanza del riposo doveva ritenersi, alla luce del certificato medico scaduto, il giorno precedente a quello in cui si era accertato fossero state tenute quelle condotte, per cui il dovere di correttezza e buona fede doveva indurre il ricorrente ad astenersi da attività, come il carico e scarico della legna o il trasporto di taniche o anche la guida di un trattore, potenzialmente idonee a pregiudicare il recupero.

Il ricorso va, dunque, dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.500,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13, se dovuto.

 


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