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Litigi in condominio, minacce e diffide: cosa fare?

20 Giugno 2020
Litigi in condominio, minacce e diffide: cosa fare?

Nel tentativo di dirimere una controversia condominiale con un mio vicino di casa, mi sono rivolto ad un legale il quale, tramite lettera, ha rappresentato alla controparte il problema. Il mio vicino, rappresentato da un suo legale di fiducia, non solo non ha risposto nel merito, ma ha dichiarato, per iscritto, di aver ricevuto “continue minacce di morte”, che io gli avrei rivolto attraverso i muri dei nostri appartamenti, udite anche da coniuge e figlio.

Non ho mai minacciato, né aggredito fisicamente o verbalmente il mio vicino: ritenendo il suo atteggiamento un tentativo di farmi desistere circa la controversia originaria, vorrei sapere se devo agire legalmente, e in che forma, per tutelarmi, o se queste accuse del tutto infondate e che hanno tolto serenità alla mia famiglia possono essere da me ignorate.

Le menzogne scritte da controparte non integrano alcun reato: questo perché se, da un lato, l’ingiuria non costituisce più delitto (art. 594 c.p.), dall’altro la diffamazione (art. 595 c.p.) presuppone che le dichiarazioni irriguardose e lesive della dignità di una persona siano comunicate ad altri, non all’individuo oggetto di tali invettive.

Se, invece, la controparte ha sporto denuncia alle autorità competenti (alla Procura della Repubblica, insomma), allora rischierebbe il grave delitto di calunnia (art. 368 c.p.), punito con la reclusione da due a sei anni. Per la precisione, la legge stabilisce che chiunque, con denuncia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni.

Le accuse infondate che sono state rivolte a mezzo legale di fiducia possono essere ignorate, in quanto difficilmente troveranno sbocco in un’azione qualsiasi, atteso appunto il rischio di commettere una calunnia. Si è trattata con ogni probabilità solamente del tentativo di intimidire il lettore per disincentivarlo dal proseguire con un’azione legale.

Tuttavia, si potrebbe anche pensare di riscontrare l’ultima missiva dell’avvocato di controparte, mettendo in luce come, non rispondendo nel merito alla prima diffida, di fatto abbia confermato gli addebiti; si potrebbe altresì specificare che le affermazioni riguardanti le presunte minacce hanno una potenziale carica lesiva di tipo diffamatorio e calunnioso, diffidandolo così dal reiterare detta condotta, pena il ricorso all’autorità competente.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva



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