Aborto farmacologico, cosa c’è da sapere

16 Giugno 2020 | Autore:
Aborto farmacologico, cosa c’è da sapere

È polemica dopo la decisione dell’Umbria di vietare il day hospital e rendere il ricovero obbligatorio. Questo prevede anche il Consiglio superiore di sanità, ma gli esperti protestano.

Non si parla d’altro e se ne continuerà a parlare. Sta facendo molto discutere la decisione dell’Umbria di tornare sui suoi passi, in materia di aborto farmacologico. La governatrice in quota Lega Donatella Tesei ha deciso di abolire la possibilità, prevista in Umbria fin dal 2018, di praticare l’aborto farmacologico in day hospital, obbligando al ricovero per tre giorni.

Il provvedimento è inserito nelle nuove linee guida per fronteggiare la Fase 3 dell’emergenza Coronavirus. Un paradosso, secondo chi lo critica, perché proprio in questo momento molte donne temono di andare in ospedale per paura del contagio. Le associazioni Luca Coscioni e Amica battono proprio su questo punto: in piena pandemia la comunità scientifica «raccomanda di privilegiare
la metodica farmacologica in regime ambulatoriale, che permette minori accessi in ospedale», fanno presente le associazioni, evidenziando che l’Umbria è «in assoluta controtendenza».

Una scelta che ha suscitato la dura reazione anche di personalità politiche e intellettuali, che vi vedono una lesione dei diritti delle donne. «Io le difendo – si è giustificata Tesei, in un’intervista a Repubblica -. Applico la legge. Le donne sono libere di scegliere, ma in sicurezza. Credo sia normale voler difendere la vita. L’aborto farmacologico è una cosa delicata. Seguo le linee guida del ministero».

Qual è attualmente la situazione in Italia

L’aborto può essere praticato per due vie: farmacologica o chirurgica. L’intervento chirurgico è più invasivo. Dura dai 10 ai 20 minuti circa e avviene per aspirazione con un tubicino di plastica, dopo anestesia locale alla bocca dell’utero (o anche in anestesia totale). Si svolge in day hospital, salvo complicanze. Può essere eseguito entro 90 giorni dall’ultima mestruazione.

L’aborto farmacologico, consentito in Italia dal 2009, prevede la somministrazione di mifepristone (la pillola RU486) e misoprostolo, due farmaci diversi che vanno assunti a 48 ore l’uno dall’altro. Il ricovero è obbligatorio, dopo le linee guida del Consiglio superiore di sanità (Css), recepite dal ministero della Salute. In molte regioni italiane è però possibile firmare una liberatoria per uscire dall’ospedale e tornarvi il terzo giorno in day hospital, per la somministrazione del secondo medicinale. L’aborto farmacologico può essere eseguito entro il 49esimo giorno dall’ultima mestruazione.

In Italia l’interruzione volontaria della gravidanza non è più reato dal 1978, anno in cui fu approvata la legge [1] che tuttora regolamenta la materia, stabilendo che, in caso di aborto terapeutico, si può andare oltre la tempistica standard. Durante il lockdown si è molto parlato delle accresciute difficoltà, per le donne, di abortire. Già di norma questa scelta si scontra con quella dei medici obiettori di coscienza di non praticare questo tipo di interventi (il 70% dei ginecologi, cioè 7 su 10, è obiettore), il che rende già di per se difficile procedere, per una donna che abbia deciso di non tenere il suo bambino.

Il Coronavirus ha complicato le cose. Lo racconta molto bene Il Post, con un articolo di Giulia Siviero: da un lato, la paura di andare in ospedale e contagiarsi; dall’altro la riorganizzazione dei servizi sanitari nelle strutture cliniche causa pandemia, dov’è spesso accaduto che l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza fosse sospeso o trasferito, con i consultori chiusi o aperti in orari ridotti. Una giungla, per una prestazione che rientra nei cosiddetti livelli essenziali di assistenza e, come tale, dev’essere sempre assicurata.

La novità dopo la decisione in Umbria 

Per molti la scelta dell’Umbria è un passo indietro per l’autodeterminazione delle donne. Alcuni, però, evidenziano come il dibattito abbia già prodotto una novità. Il ministro della Salute Roberto Speranza ha chiesto un parere al Css, che apre alla possibilità di una revisione delle sopracitate linee guida, risalenti al 2010.

Una presa di coscienza non da poco secondo Elsa Viora, presidente dell’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi), che ne ha parlato con l’agenzia di stampa Adnkronos. Per Viora, la decisione della presidente della Regione Umbria «ha avuto il merito di sollevare la questione anche a livello nazionale»: ne è indice il fatto stesso che il ministro Speranza abbia chiesto lumi al Css. «Vuol dire che su questo tema qualcosa si sta muovendo. Speriamo che il Css si esprima in modo favorevole perché sarebbe un grande vantaggio prima di tutto per la salute delle donne e poi per l’organizzazione ospedaliera».

La presidente ricorda che due sono le questioni urgenti sul tema: «ampliare l’uso del farmaco da 7 settimane a 9, da 49 a 63 giorni di gestazione, e di ampliare anche l’uso in regime ospedaliero, perché non si vuole di certo togliere competenza alle strutture che hanno acquisito esperienza e preparazione negli anni. Però in situazioni dove gli ospedali non ce la fanno (come nel caso della pandemia) perché si devono occupare di altro, penso si possa pensare ad allargare anche l’uso in day hospital».

Pioggia di critiche

Tra i tanti contro il nuovo divieto, lo scrittore Roberto Saviano, da Twitter che definisce la decisione «gravissima, irrazionale e irrispettosa». Un’ulteriore complicazione, secondo Saviano, per chi fa questa scelta dolorosa e difficile. «Abortire con ostacoli diventa una vera a propria tortura. Se, come afferma la governatrice Tesei, gli ospedali umbri non sono gravati dall’emergenza Covid, allora sarà più semplice dare assistenza domiciliare alle donne che decidono di abortire, evitando inutili degenze che oggi – ne abbiamo prova – rappresentano un rischio concreto». Per Saviano, «l’ennesima picconata alle legge 194».

Le deputate del Partito democratico fanno sapere, con una nota, che presenteranno un’interrogazione al ministro della Salute. «L’operazione politica oscurantista messa in atto della presidente Donatella Tesei – scrivono – spalleggiata dal senatore della Lega, Simone Pillon, intende rimettere indietro le lancette della storia e si inserisce in un quadro più generale da sempre perseguito dal partito di Salvini. Come donne e deputate del Partito democratico avvieremo una mobilitazione in Parlamento».

Si unisce al coro la viceministro dell’Economia Laura Castelli, sempre con un tweet: «I diritti delle donne non si toccano. La Legge 194 va rispettata e applicata, anche dalle Regioni. A partire dall’Umbria, dove una donna (ed è la cosa che mi lascia più perplessa) pensa di farci tornare indietro nel tempo di oltre 40 anni. #Aborto».

Una circolare disapplicata

Il fatto che le donne firmino una liberatoria che consenta loro le dimissioni, per poi tornare in ospedale al momento della somministrazione del secondo farmaco, è indicativo di quanto le linee guida del Css siano anacronistiche e concretamente disapplicate. Ne è convinto Silvio Viale, dirigente medico di Ostetricia e ginecologia ad Aou Città della salute e della scienza di Torino. Che, dal suo profilo Facebook, scatta una fotografia dello scarto tra la realtà e le linee guida Css, che prevedono il ricovero per chi abortisce con farmaci. «Sulla base dell’esperienza di oltre 15mila procedure, chiedo al ministro della Salute Roberto Speranza di revocare la circolare che prevede tre giorni di ricovero per l’aborto farmacologico. Oggi ho somministrato 9 Ru486 in regime di day hospital».

E continua: «Su una cosa il presidente Tesei ha ragione ed è quando afferma che sta applicando le linee guida del ministero della Sanità, che prevedono tre giorni di ricovero. Pd, 5stelle e Leu hanno poco da strillare scandalizzati fino a quando il governo non modificherà quella circolare del 2010, che potrebbe anche annullare, visto che la legge 194/78 è pienamente sufficiente per l’utilizzo della Ru486 e per l’aborto farmacologico. Come Città della Salute e della Scienza di Torino sin dal maggio 2015 abbiamo chiesto all’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) di eliminare la previsione dell’obbligo di ricovero di tre giorni, anche perché non rispettato. Infatti presso l’Ospedale Sant’Anna di Torino applichiamo il Day Hospital per tutti gli aborti medici e chirurgici».

Si allinea Silvana Agatone, presidente della Libera associazione italiana ginecologi (Laiga), che sottolinea, sempre ai microfoni dell’Adnkronos, che «le complicanze dell’aborto farmacologico sono pressoché inesistenti. Dal 2005 in Francia è il medico di famiglia che vede la donna e le consegna le pasticche necessarie per l’interruzione volontaria di gravidanza in un’unica volta. Dopo 15 anni, se ci fossero stati problemi, lo avremmo saputo».

Sintetico e dritto al punto il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, che affida la sua analisi a un tweet: «Commento tecnico sull’aborto farmacologico in ospedale. Aumenta sicurezza per la donna? No; aumenta costi sanità pubblica? Sì; tutela maggiormente salute donna? No».


note

[1] legge 194 del 22/05/1978;


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