Diritto e Fisco | Editoriale

Evasione dai domiciliari: “meglio il carcere che vivere con mia moglie”

31 ottobre 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 ottobre 2013



Si può parlare di “evasione” per chi, agli arresti domiciliari, scappi dai Carabinieri e chieda di essere portato in carcere, onde sottrarsi ad una intollerabile convivenza con la propria moglie?

 

Una notizia pubblicata sul sito web “La Repubblica” (pagina della città di Genova) nella giornata di ieri racconta di un uomo che, nonostante fosse agli arresti domiciliari, si è allontanato dalla propria abitazione per raggiungere la Stazione dei Carabinieri più vicina, al fine di consegnarsi spontaneamente e di chiedere la traduzione in carcere.

Il motivo dell’insolito gesto, così come è stato raccontato dall’uomo, è l’impossibilità di portare avanti una convivenza pacifica con il proprio coniuge [1].

Il fenomeno, pur essendo alquanto strano, è oramai all’ordine del giorno. Quella che può apparire una notizia idonea solo a suscitare il riso del lettore è in realtà un grattacapo giuridico notevole; le recenti sentenze della Cassazione hanno infatti portato alla luce una disputa nell’interpretazione del caso narrato: alcuni giudici ritengono che il soggetto agente non commetta il reato di evasione, mentre altri ritengono il contrario, e pertanto sarebbe punibile.

Cerchiamo, dunque, di approfondire.

L’articolo 385 del codice penale punisce chi, “essendo legalmente arrestato… evade”. In prima battuta, è necessario comprendere cosa significhi il concetto di evasione. Evadere vuol dire allontanarsi, fuoriuscire dai confini che al soggetto agente sono stati “assegnati” tramite il provvedimento giurisdizionale.

Questa condotta deve essere accompagnata dall’elemento soggettivo richiesto dalla fattispecie, cioè il dolo: in altri termini, il reo deve essere consapevole di fuoriuscire dallo spazio imposto e deve volere tale trasgressione.

Questi principi si giustificano alla luce del fondamento della norma (art. 385 c.p.), poiché il Legislatore punisce il comportamento narrato, al fine di garantire il rispetto delle decisioni dei giudici.

Le regole citate sono applicate da gran parte della giurisprudenza, la quale non manifesta remore nel punire il soggetto che si sia allontanato dal domicilio (ove era posto agli arresti) per consegnarsi ai Carabinieri, pur essendo il gesto “giustificato” dal conflitto col proprio partner.

I Giudici della Suprema Corte, infatti, applicando in maniera rigorosa le regole in tema di evasione, valutano come sussistenti sia la condotta dal punto di vista oggettivo (allontanamento dal luogo assegnato), sia l’elemento soggettivo che deve accompagnarla (coscienza e volontà dell’allontanamento) [2].

Di recente, però, è emersa una interpretazione difforme del caso di specie: si sono susseguite pronunce assolutorie che hanno messo in luce l’inconfigurabilità del delitto di evasione nel caso in cui il soggetto compia il fatto per sfuggire alla convivenza intollerabile col proprio coniuge, purché si consegni alle Forze dell’Ordine senza rilevante soluzione di continuità.

Si è detto infatti che la fattispecie non possa rientrare nell’ambito operativo dell’art. 385 c.p., in quanto il soggetto agente sarebbe sprovvisto di dolo e il suo comportamento non lederebbe il principio di autorità delle sentenze: egli, in altre parole, non vuole evadere ma vuole allontanarsi dal partner divenuto insopportabile; e non disdegna il contenuto della sentenza, in quanto ha comunque consentito il controllo sui propri movimenti, spostandosi repentinamente dal domicilio ad un luogo controllato come la stazione dei Carabinieri [3].

Rinviando ad altra sede l’analisi delle criticità della seconda tesi, è interessante notare come la prima impostazione, più severa e rigorosa, avrebbe come effetto quello di “accontentare” l’evaso, il quale verrebbe punito col carcere compatibilmente con le proprie richieste (in realtà il carcere sarebbe semplicemente l’applicazione della pena per l’evasione e non la gentile concessione di un mutamento dello spazio entro il quale essere confinati, dal domicilio alla prigione); la seconda tesi presentata, invece, avrebbe come effetto quello di “rispedire” il richiedente disperato nelle grinfie del proprio coniuge, data l’impossibilità per il giudice di condannare per evasione [4].

Insomma, un caso particolare e a tratti paradossale, in cui tirare la coperta corta dal lato del garantismo cagiona il dispiacere del soggetto interessato; tirarla dal lato del rigore produce il disappunto della collettività.

dott. FILIPPO LOMBARDI

note

[1] “Genova, meglio la galera che vivere con mia moglie”, in genova.repubblica.it, articolo del 29.10.2013, di Caterina Michelotti.

[2] Cass. sent. 11679/2012.

[3] Cass. sent. 25583/2013.

[4] Per una critica all’impostazione più recente, sia consentito rinviare al mio articolo “Dolo e offensività nel delitto di evasione: osservazioni a margine di una recente pronuncia di legittimità.”, in studiocataldi.it

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI