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Fotografare chi commette reato

17 Giugno 2020
Fotografare chi commette reato

Si può riprendere con una telecamera o uno smartphone una persona in un luogo pubblico mentre commette un crimine o altro illecito?

Si può fotografare chi commette reato? Un interrogativo figlio dei tempi in cui tutti girano con uno smartphone in tasca, pronti a reperire video o immagini da postare sui social network in cambio di un briciolo di popolarità. 

Si potrebbe pensare che fotografare chi commette reato non sia un comportamento vietato perché, così facendo, oltre a infliggere la giusta punizione a chi sbaglia, si dà la prova dell’illecito alla polizia. Ma il più delle volte – diciamolo senza peli sulla lingua – lo scopo del “reporter” non è denunciare il colpevole ma metterlo alla pubblica gogna. Ragion per cui, è più facile trovare il filmato di una persona che aggredisce un poliziotto o picchia il compagno di classe che non quello di uno che uccide un’altra persona o commette un delitto di stampo mafioso. 

Si può fotografare una persona per strada?

Comunemente si crede che chi compie un atto in un luogo pubblico (una piazza) o aperto al pubblico (un supermercato) possa essere oggetto di foto o di riprese, al contrario di chi invece agisce in un luogo privato (ad esempio, la propria abitazione o il pianerottolo del condominio). Quindi – si legge spesso – è lecito fotografare le persone per strada, ma non anche pubblicare poi le immagini (ad esempio, su internet e sui social network) o inoltrarle a terzi (ad esempio, con una chat).

Sul punto, non c’è certezza e la legge non è molto chiara. Secondo però alcune pronunce della cassazione si può parlare del reato di molestia tutte le volte in cui un soggetto fotografa un altro con lo scopo di importunare quest’ultimo e non, ad esempio, di fotografare il paesaggio o un monumento attorno [1]. Leggi sul punto Riprese video illecite.

Sicuramente, non si può fotografare una persona dentro casa propria ossia  all’interno della sua dimora o nei luoghi ad essa equiparati (come ad esempio l’ufficio, l’androne del condominio, il box auto, ecc.). 

È concessa la fotografia scattata dalla strada in corrispondenza del luogo privato (si pensi a una persona che si spoglia davanti alla finestra senza tende o che sta sul balcone) a patto di non dotarsi di particolari mezzi tecnici (come uno zoom) o di strumenti volti a vincere resistenze ed ostacoli (ad esempio, l’arrampicarsi su di un albero). In buona sostanza, si può fotografare dalla strada una persona in un luogo privato solo se la camera sostituisce l’occhio umano. Così, se un giardino ha solo una leggera inferriata che consente di vedere ciò che succede all’interno, non è illegale scattare una foto. Se però la telecamera viene fatta filtrare tra le fessure per avere un migliore angolo di visuale si sconfina nell’illecito.

Nei luoghi pubblici, invece, le cose vanno diversamente e le fotografie dei volti sono sempre ammesse, ma non anche la loro diffusione. Non si tratta né di un reato né di qualsiasi altro illecito.

Perché mai le foto ai passanti sono lecite? Si potrebbe dire che il volto è un dato sensibile e, come tale, per essere trattato da terzi richiede sempre l’autorizzazione del legittimo titolare, al pari di un numero di telefono. Invece, si ritiene comunemente che le immagini che ritraggono persone, ed in particolare il loro volto, non siano “dati sensibili” (oggi meglio detti “dati particolari”, ai sensi dell’articolo 9 del GDPR) ma semplicemente “dati personali”.

L’immagine del volto (o come dice il GDPR, l’“immagine facciale”) diviene dato sensibile (particolare) solo se sottoposta ad un trattamento tecnico particolare che la trasforma (tramite la rilevazione di parametri biometrici come la retina) in un mezzo di identificazione automatica ed univoca di una persona.

Si può fotografare una persona che commette reato?

Detto ciò, si può concludere dicendo che fotografare una persona che commette un reato in casa propria costituisce a sua volta un reato, quello di interferenze nella vita privata. Sicché, eventuali videoriprese non avrebbero alcun valore documentale e potrebbero essere fatte solo dalla polizia autorizzata. 

Invece, è legale fotografare una persona in pubblico, sia che questa stia commettendo un reato, un illecito amministrativo o una condotta non vietata. 

Ciò che è vietato è, invece, la pubblicazione della foto rappresentante un’altra persona. Lo scatto quindi non può essere vietato se resta dentro lo smartphone o la sim della macchina fotografica. Anche la diffusione a poche persone potrebbe costituire reato. 

Attenzione però: l’uso della foto per finalità di giustizia è sempre lecito. Il che significa che è ben possibile – e non costituisce alcuna invasione dell’altrui privacy – scattare una foto e poi depositarla alla polizia per denunciare un crimine o per tutelare un proprio diritto (come detto, anche in questo caso, la foto non deve essere stata scattata in un luogo privato). Se così non fosse, del resto, non sarebbe possibile utilizzare le foto degli investigatori privati. 


Per sapere se è legale fotografare o filmare una persona che compie un reato o un altro illecito (ad esempio una violazione del codice della strada) dobbiamo innanzitutto chiederci dove tale comportamento viene posto in essere.

Se l’illecito viene realizzato in un luogo pubblico o aperto al pubblico è ben lecito usare la telecamera e registrare le immagini. Il responsabile dell’accaduto che dovesse, per ciò solo, aggredire il “cameraman” compierebbe un ulteriore reato: quello di violenza, minaccia o lesioni a seconda di quanto grave sia il suo comportamento.

Se l’illecito viene invece realizzato in luogo di privata dimora non è possibile fare riprese, a meno che l’occhio umano possa facilmente carpire le immagini senza dover vincere barriere. Quindi, una persona che picchia la moglie nel giardino di casa, recintato da un’aiuola molto piccola, può ben essere ripresa se la scena può essere percepita da chiunque mentre circola per strada. E lo stesso dicasi se la scena si consuma sul balcone di casa, quindi dinanzi al pubblico. Di tanto abbiamo già parlato nell’articolo Si può filmare il vicino dalla finestra o dal giardino?

note

[1] Cass., sent. n. 9446/2018.

CASSAZIONE Penale Sent. Sez. 1 Num. 9446 Anno 2018

Presidente: CORTESE ARTURO
Relatore: SARACENO ROSA ANNA
Data Udienza: 24/05/2017

Lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale presso questa Corte, dott. Massimo Galli, che ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso.

Ritenuto in fatto

1. Con l’ordinanza in epigrafe il Tribunale di Palermo, investito ex art. 324 cod. proc. pen. della richiesta di riesame avanzata da T. G., indagato del reato di cui all’art. 660 cod. pen., confermava il decreto di convalida emesso il 29 giugno 2016 dal Pubblico ministero, relativo al sequestro probatorio del telefono cellulare del ricorrente.

1.1 Rammentato in premessa che, in sede di riesame del sequestro probatorio, il Tribunale è chiamato a verificare l’astratta configurabilità del reato ipotizzato, valutandone il fumus in relazione alla congruità degli elementi rappresentati, non nella prospettiva di un giudizio di merito sulla concreta fondatezza dell’accusa, ma con esclusivo riferimento alla idoneità degli elementi, su cui si fonda la notizia di reato, a rendere utili ulteriori indagini, non altrimenti esperibili senza la sottrazione del bene all’indagato, osservava a ragione della decisione:

– che correttamente era stato ipotizzato il reato di molestia o disturbo alle persone, emergendo dalla denuncia-querela proposta da M. D. e dall’annotazione di servizio del 28.06.2016 che il T. era stato colto nell’atto di seguire la prima all’interno del centro commerciale Ipercoop, seduto su una carrozzina per disabili e intento a riprendere la giovane donna con il suo telefono cellulare;

– che il Pubblico ministero procedente aveva esaurientemente dato conto nel decreto della natura di corpo di reato della res in sequestro nonché della necessità di mantenimento del vincolo reale ai fini delle indagini, in particolare per accertare la presenza di documenti fotografici della donna all’interno del telefono cellulare.

2. Ha proposto ricorso l’indagato, a mezzo del difensore avvocato ….., chiedendo l’annullamento della ordinanza impugnata.

Denunzia violazione di legge in relazione agli artt. 660 cod. pen. e 355, 324 cod. proc. pen. e vizio della motivazione, sostenendo che, nel caso in esame, non ricorrevano, neppure astrattamente, i presupposti per configurare la contravvenzione ipotizzata, in quanto, per come rappresentato dalla stessa M. nella successiva denuncia di cui sono riportati ampi stralci nel ricorso, la condotta asseritamente posta in essere dall’indagato non aveva invaso la libera determinazione della persona offesa, non aveva recato molestia o disturbo alla stessa, non essendosi la donna accorta di nulla, tanto che la denuncia veniva sporta sulla base di quanto era stato visto dai vigilanti addetti alla sicurezza del supermercato.

Considerato in diritto

Osserva il Collegio che l’impugnazione è quantomeno infondata.

1. Il ricorrente non contesta là sussistenza di esigenze probatorie, ma l’astratta possibilità di sussumere il fatto attribuito nella previsione dell’art. 660 cod. pen., deducendo che l’indagato aveva al più eseguito pochi e sporadici scatti fotografici, di cui la persona fisica ritratta nemmeno si era avveduta, ragione per la

quale non era ipotizzabile nessuna lesione alla tranquillità personale “bene giuridico tutelato dalla norma contestata”.

Ma il discorso giustificativo del provvedimento non presenta alcuna carenza motivazionale, avendo il Tribunale, richiamando sia il tenore della denunzia della persona offesa che l’annotazione di servizio della polizia giudiziaria, sinteticamente ma compiutamente dato atto della condotta tenuta dall’indagato, ritenuta in astratto sussumibile nel paradigma normativo della fattispecie contestata.

1.1 Giova ribadire che il ricorso per cassazione contro le ordinanze emesse a norma dell’art. 324 cod. proc. pen. in materia di sequestro preventivo o probatorio è previsto dall’art. 325 cod. proc. pen., comma 1, solo per violazione di legge, in tale nozione dovendosi comprendere sia gli errori in iudicando o in procedendo, sia quei vizi della motivazione così radicali però da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (Sez. U. n. 25932 del 29/05/2008, Ivanov, Rv. 239692).

Ora nel caso di specie il provvedimento impugnato non è affatto (come risulta dalla esposizione in fatto) immotivato e le ragioni che lo sostengono sono oggetto di illustrazione coerente, comprensibile e giuridicamente corretta.

E, difatti, in materia di molestia o di disturbo alle persone, l’art. 660 cod. pen. è teso a perseguire quei comportamenti astrattamente idonei a suscitare nella persona direttamente offesa, ma anche nella gente, reazioni violente o moti di disgusto o di ribellione, che influiscono negativamente sul bene giuridico tutelato che è l’ordine pubblico. Essendo oggetto di tutela la tranquillità pubblica per l’incidenza che il suo turbamento ha sull’ordine pubblico, l’interesse privato individuale riceve una protezione soltanto riflessa, sicché la tutela penale viene accordata anche senza e pur contro la volontà delle persone molestate.

Si è, pertanto, affermato che, ai fini della sussistenza del reato previsto dall’art. 660 cod. pen., la molestia o il disturbo devono essere valutati con riferimento alla psicologia normale media, in relazione cioè al modo di sentire e di vivere comune, cosicché nell’ipotesi in cui il fatto sia oggettivamente molesto o disturbatore, è del tutto irrilevante che la persona offesa non abbia risentito alcun fastidio (Sez. 5 n. 7355 del 23/05/1984, De Gasperi, Rv. 165668; Sez. 1 n. 18145 del 2/04/2014, Cristodero, n.m.).

2. Alla luce dei richiamati principi di diritto, l’ordinanza impugnata, che ha ritenuto sussistente il fumus del reato, stimando il fatto, come rappresentato nella sua oggettività che nemmeno il ricorrente contesta, idoneo ad integrare l’interferenza momentanea nella tranquillità del privato, indipendentemente dalla percezione del soggetto fotografato, si sottrae alla censura circa la non configurabilità, nemmeno in astratto, della contravvenzione ipotizzata.

Il ricorso va dunque respinto e il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 24 maggio 2017


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