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Assegnazione casa coniugale senza figli

18 Giugno 2020
Assegnazione casa coniugale senza figli

Il genitore non proprietario della casa familiare ha diritto a restarci solo se sta con i figli?

Si può avere l’assegnazione della casa coniugale senza figli? Ipotizziamo una coppia che voglia separarsi e poi divorziare. Il marito ha un reddito modesto e una casa di proprietà. La moglie, invece, è nullatenente e disoccupata. Al momento di concordare le condizioni del distacco, la donna chiede un assegno di mantenimento per sé, ma siccome l’ex non può erogarle che poche centinaia di euro, lei vorrebbe anche continuare a vivere all’interno della casa familiare, di cui si è sempre occupata in prima persona. Può farlo?

Ecco cosa prevede la legge in merito all’assegnazione casa coniugale senza figli.

A che serve l’assegnazione della casa coniugale?

Pur a fronte di un iniziale orientamento giurisprudenziale che voleva conferire all’assegnazione della casa una funzione di sostegno del reddito, da riconoscere quindi al coniuge economicamente più debole, oggi l’indirizzo della giurisprudenza è mutato e definitivamente assestato in altro senso. Secondo la Cassazione, in materia di separazione e di divorzio, l’assegnazione della casa familiare deve essere finalizzata solo alla tutela della prole e dell’interesse di questa a permanere nell’ambiente domestico in cui è cresciuta. 

L’assegnazione della casa quindi non può mai essere disposta a mo’ di integrazione dell’assegno di mantenimento (dovuto dopo la separazione o il divorzio) allo scopo di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole. L’assegno stesso svolge tale funzione di garanzia e non anche la casa. Tutt’al più, si potrà accordare un mantenimento più alto nei confronti di chi è senza un’abitazione e un reddito per trovare un tetto, ma non si può giungere invece a una sostanziale “espropriazione” della proprietà.

In sintesi, la richiesta di assegnazione della casa familiare può essere avanzata unicamente in caso di «presenza di figli minorenni o maggiorenni ma non economicamente autosufficienti al fine di garantire loro una continuità di vita nel medesimo ambiente e, dunque, al fine di evitare ulteriori traumi oltre a quello conseguente alla disgregazione del nucleo familiare. Di conseguenza, detta domanda va rigettata qualora dall’unione coniugale non sono nati figli e, pertanto, non sussistono i presupposti per l’accoglimento della domanda» [1].

Condizioni per l’assegnazione della casa

Se quindi scopo dell’assegnazione della casa è garantire ai figli di continuare a vivere sotto lo stesso tetto in cui sono cresciuti, le condizioni per cui il giudice può disporre il diritto di abitazione all’interno dell’immobile in capo al coniuge non proprietario sono le seguenti:

  • la coppia deve avere dei figli ancora minorenni o maggiorenni non autosufficienti dal punto di vista economico. Va da sé che se i figli sono già adulti o vivono per conto proprio, non vi sarà alcuna assegnazione;
  • la casa può essere assegnata al coniuge non proprietario solo a condizione che questi venga prescelto per essere il genitore “collocatario”: è necessario cioè che i figli vadano a vivere con lui. Tanto per fare un esempio, se il giudice decide che la prole debba andare a stare dalla madre, quest’ultima avrà diritto ad abitare nella casa del marito. Ma se tale scelta dovesse invece riguardare il marito, allora questi continuerebbe a vivere nella propria abitazione e magari dovrebbe riconoscere alla donna un assegno di mantenimento più elevato. 

In buona sostanza, per come ampiamente condiviso dalla giurisprudenza, la concessione del beneficio dell’assegnazione della casa coniugale in favore del coniuge non-proprietario resta subordinata all’imprescindibile presupposto dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni economicamente non autosufficienti. 

La nozione di convivenza rilevante ai fini dell’assegnazione della casa familiare comporta la stabile dimora del figlio minorenne o maggiorenne non ancora indipendente economicamente presso la stessa, sia pure con eventuali sporadici allontanamenti per periodi brevi o meno brevi come quelli per motivi di studio o di lavoro, purché vi faccia ritorno appena possibile.

Si perde quindi l’assegnazione della casa coniugale se il figlio ha una propria dimora nonostante i rari ritorni, ancorché regolari, presso il precedente immobile, in rapporto di mera ospitalità. 

Deve pertanto sussistere un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, caratterizzato da coabitazione, anche se non quotidiana. 

La Cassazione ha anche detto che «la possibilità per il giudice del conflitto familiare di assegnare la casa all’una o all’altra parte è subordinata all’esistenza di figli minorenni o comunque non indipendenti sul piano economico, perché diversamente la sorte del bene è determinata dai diritti, reali o personali, esistenti sul bene stesso. Mentre nel caso di figli minorenni la casa va preferibilmente assegnata al genitore presso il quale viene disposta – sulla base della valutazione giudiziale dell’interesse dei figli – la prevalente collocazione dei minori, nel caso di figli maggiorenni è corretto tener conto del desiderio di questi ultimi rispetto alla convivenza con l’uno o con l’altro genitore, per garantire ai figli un miglior benessere affettivo, nella continuità di habitat domestico».


note

[1] Trib. Salerno, sent. n. 908/2020.


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