Cronaca | News

Smart working? «Non è una vacanza»

18 Giugno 2020
Smart working? «Non è una vacanza»

Gli uffici pubblici non hanno mai chiuso e le quote di personale esente sono state minime: così la ministra della Pubblica Amministrazione Fabiana Dadone sostiene il lavoro agile.

Le affermazioni del giuslavorista Pietro Ichino, secondo cui lo smart working per i dipendenti pubblici è stato una lunga vacanza pagata al 100% della retribuzione, hanno suscitato così tante polemiche che ora la ministra della Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone, ha deciso di intervenire.

In un’intervista al Corriere della Sera riportata dall’agenzia stampa Adnkronos la ministra replica che «la pubblica amministrazione non ha mai chiuso, ha sempre garantito i servizi essenziali ed è andata anche oltre, col lavoro di medici e forze dell’ordine».

Dadone – che sta avviando progetti per rendere lo smart working stabile anche dopo la Fase 2 per il 40% dei dipendenti pubblici, si dichiara «orgogliosa dell’impegno di oltre 3 milioni di dipendenti pubblici» e, replicando indirettamente a Ichino, aggiunge: «Lo dico a chi fa finta di non vedere solo perché la critica fa più notizia».

«Abbiamo avuto punte del 90% di lavoratori in smart working nelle amministrazioni centrali, oltre il 70% nelle Regioni» – sottolinea Dadone. Poi, concentrandosi sulla percentuale del personale rimasto esente dal servizio, la definisce «residuale». E fornisce due esempi concreti: «Al ministero dell’Economia sono stati esonerati 19 dipendenti su quasi 10mila, alla Presidenza del Consiglio zero su 2.700».

La ministra della Pa è una sostenitrice del lavoro agile e recentemente al Senato ha illustrato come si evolverà lo smart working per arrivare a individuare una serie di prestazioni chiamate “smartabili”, perché non richiedono la presenza fisica del dipendente in ufficio e potranno essere svolte a distanza anche ad emergenza finita.

Oggi nell’intervista Dadone sottolinea che «lo smart working aumenta la produttività, lo dimostrano diversi studi. I dati che abbiamo raccolto e l’assenza di problematiche rilevanti, nonostante l’organizzazione repentina, lo confermano. Lavorare smart significa guardare il corpus del lavoro, il progetto e gli obiettivi, e non soltanto le singole scadenze».

Quanto alla programmazione dei rientri in ufficio in Fase 3, la ministra afferma che «dal 10% di presenze in ufficio della fase 1 oggi siamo a circa il 30%», ma segnala che «le pubbliche amministrazioni negli anni non sono state accompagnate in modo adeguato dalla Funzione pubblica. Dettare tempi, dare linee guida, assumersi responsabilità, non scaricare sui più fragili gli errori: credo che il senso dello Stato parta da qui. Si può dare autonomia alle amministrazioni, ma questo non significa abbandonarle. Starà alle singole Pa questa riorganizzazione, ma non va vista come un ammortizzatore sociale, quanto come una impostazione aziendale improntata alla soddisfazione del cittadino», conclude. Leggi anche smart working: si va verso l’orario flessibile.



1 Commento

  1. Sono le persone come questo giuslavorista che non faranno mai decollare in Italia le forme di lavoro dipendente in cui viene data fiducia al dipendente e lo si rende più autonomo.
    Nella mia azienda circa il 90% dei dipendenti è andato in smart working, e non si è fermato proprio nulla, anzi.
    Io, come molti altri colleghi, quando siamo in ufficio, fatte le ore dovute, andiamo via – e se proprio abbiamo necessià di restare per terminare qualcosa di urgente, il tempo extra ci viene pagato oppure lo recuperiamo come permessi.
    In smartworking stiamo lavorando di più quasi tutti i giorni, benchè quel di più non possa essere nè pagato nè recperato,

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