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ETF e Fondi: i criteri di scelta

21 Agosto 2014
ETF e Fondi: i criteri di scelta

Assett allocation per investimenti di famiglia: la via per diversificare anche con investimenti di importi contenuti.

Fondi o Etf? Quali dei due potrebbero essere più adatti ai piccoli risparmiatori? In realtà entrambi sono la giusta risposta a chi vuole investire una parte del proprio capitale sui mercati ma intende farlo attraverso una buona diversificazione. Affidandosi a gestori, nel caso di fondi, e alla replica passiva di indici con gli Etf (Exchange Traded Fund, fondi d’investimento o Sicav negoziati in Borsa come azioni).

Il denominatore comune di entrambi i prodotti è questo: con cifre contenute si può investire in tutte le principali asset class, spaziando tra i più disparati mercati mondiali e su quasi tutti i settori. Opportunità che difficilmente il piccolo risparmiatore riuscirebbe a sfruttare da sé: richiede, oltre a una profonda conoscenza dei mercati, anche una disponibilità economica non indifferente.

La differenza tra fondi ed Etf è principalmente nello stile di gestione. Con i fondi comuni i capitali vengono affidati a uno o più gestori che, con la loro professionalità dovrebbero garantire valore aggiunto al portafoglio, spuntando risultati migliori rispetto al mercato di riferimento in cui opera il fondo. Con gli Etf l’obiettivo che si intende raggiungere è replicare l’andamento di un indice, cosa che avviene nel bene e nel male.

Un’altra differenza tra i due strumenti è di natura strutturale perché gli Etf sono quotati in Borsa e possono essere acquistati e venduti alla stessa stregua delle azioni. I fondi invece non sono quotati e non si comprano nè si vendono in tempo reale. Entrambi gli strumenti possono essere acquistati in un’unica soluzione oppure attraverso i piani pluriennali di accumulo (Pac) che consentono di investire in genere con cadenza mensile piccole somme, anche nell’ordine di 50/100 euro. Con questa modalità si risolve il problema del market timing, vale a dire quando entrare sul mercato al momento giusto. Investendo progressivamente e in maniera costante si colgono i picchi e i ribassi dei mercati mediando, spalmando il rischio e gestendo l’emotività nelle fasi particolarmente critiche (anche perché quando il mercato scende si acquistano più quote). Poiché gli Etf non richiedono un servizio di gestione, hanno costi più bassi rispetto ai fondi che prevedono invece una commissione di gestione, in genere più elevata per i prodotti azionari, che richiedono un impegno maggiore da parte del gestore, e minori per obbligazionari e monetari.

Cos’è un’Asset allocation

L’asset allocation (allocazione del patrimonio) consiste sostanzialmente nella distribuzione delle risorse tra le diverse classi di attività finanziarie (vale a dire azioni, obbligazioni e liquidità) e aree geografiche (area euro, Usa, emergenti e così via). L’obiettivo di una corretta asset allocation è quello di riuscire a raggiungere un livello di diversificazione del portafoglio che sia ottimale.

OBBLIGAZIONARI. Le scommesse sui bond? High yield ed emergenti

I prodotti obbligazionari nell’ultimo anno sono riusciti a esercitare un forte appeal presso i risparmiatori, ma con le prospettive di un imminente rialzo dei tassi, quanto meno negli Stati Uniti, le stime per il futuro appaiono tutt’altro che rosee. Insomma, chi decidesse di puntare su un portafoglio obbligazionario senza correre rischi, nella migliore delle ipotesi quello che riuscirà a portare a casa sarà un risicato 2%.

Le aspettative degli operatori sull’incremento dei rendimenti dei Treasury in concomitanza con la ripresa si sono rivelate sbagliate ancora una volta. Infatti, da inizio anno i rendimenti dei Treasury si sono ridotti e gli spread del credito e dei mutui hanno subito una contrazione. Si potrebbe sostenere che le politiche monetarie adottate dalla Federal Reserve e dalle banche centrali di tutto il mondo in risposta alla lenta crescita dell’economia mondiale siano state responsabili dei bassi rendimenti.

Tuttavia, i bassi rendimenti hanno permesso a numerose aziende di usufruire di finanziamenti a buon mercato per portare a termine alcune acquisizioni. Un trend che riteniamo possa continuare fino a quando il mercato del credito sarà accomodante. L’incertezza dei tassi di interesse rende, quindi, cruciale il ruolo di una gestione attiva. Crediamo, infatti, che si potranno trovare opportunità sia in mercati dove i tassi di interesse sono bassi, sia sui mercati dove gli stessi sono in crescita. Per questo pensiamo che un approccio difensivo nel posizionamento dei nostri portafogli permetterà di sfruttare al meglio i cambiamenti del mercato.

Molti risparmiatori in contesti di mercato come quello attuale tendono a chiedersi come sia meglio comportarsi, quali scelte fare e la risposta condivisa dai gestori non è tanto di strategia, quanto soprattutto quella dettata dal buon senso: i rendimenti devono essere proporzionali al rischio e il capitale va tutelato.

Altri gestori puntano l’attenzione sul comparto dei titoli high yield come possibile carta vincente per i portafogli obbligazionari anche per il futuro, nonostante il comparto si sia già comportato molto bene.

L’idea è che comunque questa tendenza possa proseguire nei mesi a venire. Particolare attenzione viene riservata all’high yield asiatico che sta offrendo livelli interessanti di reddito e un buon potenziale di crescita del capitale. Un altro segmento che piace è quello del debito emergente e delle infrastrutture, con queste ultime che possono offrire dividend yield stabili, protezione dall’inflazione e bassa correlazione con le azioni.

AZIONARI: c’è ancora margine per puntare sull’equity

L’asset class azionaria è quella che nell’ultimo anno in termini di rendimento ha indubbiamente dato i risultati migliori. Basta dare un’occhiata alle performance dei fondi comuni e degli Etf che hanno puntato sull’equity per rendersi conto di come questa scelta sia stata vincente. A credere nei listini, però, è stata ancora una parte minoritaria dei risparmiatori, in genere più inclini a optare per investimenti obbligazionari, meglio ancora se offrono una cedola periodica.

Tornando all’azionario, si è rivelata particolarmente azzeccata la scelta di acquistare prodotti investiti sul mercato italiano e sui mercati dell’area euro che hanno offerto guadagni in alcuni casi superiori al 50%. Numeri da capogiro che difficilmente si potranno ripetere. E allora, come avviene in questi casi, dopo guadagni medi nell’ordine delle due cifre ci si chiede se valga ancora la pena puntare sull’equity o le potenzialità di crescita si siano esaurite.

L’opinione prevalente tra i gestori è che in verità i margini di manovra per crescere ci siano ancora, complice il contesto di ripresa globale e il basso livello di inflazione. L’idea alla base di questo ottimismo è la convinzione che l’economia americana stia efficacemente trainando la crescita globale, mentre la transizione dell’economia cinese contribuisca a tenere sotto controllo l’inflazione e i prezzi delle materie prime. Uno scenario, questo, che consente inoltre alle Banche Centrali dei Paesi G7 di mantenere una politica monetaria accomodante.

“I bassi tassi d’interesse e l’inflazione ridotta favoriscono gli attivi più dinamici, quali i titoli azionari, quelli immobiliari e le infrastrutture – spiega Eugene Philalithis, gestore del fondo Global Multi Asset Income Fund di Fidelity Worldwide Investment –. Il comparto azionario si è ben comportato dall’inizio dell’anno e in particolare per quanto concerne i paesi sviluppati, riteniamo che vista la solidità della ripresa, vi sia ancora un buon margine di crescita”. Dal versante dei mercati emergenti, invece, il gestore è più prudente perché si tratta di un universo disomogeneo, dove si possono trovare opportunità interessanti, prestando però attenzione. “Le attuali valutazioni – afferma – sono inferiori rispetto alle controparti più sviluppate e possono quindi consentire, a chi seleziona uno ad uno i titoli migliori, di trarre vantaggio dall’elevata disparità di performance presente in queste aree. In questo contesto vediamo con favore le società che offrono dividendi elevati e in crescita, che in particolare in Asia grazie a valutazioni interessanti possono rappresentare un’allettante fonte di reddito e di diversificazione”. Le opportunità dunque non mancano, ma proprio per la complessità di questi mercati che richiedono un’attenta valutazione, meglio affidarsi a una gestione professionale o acquistare direttamente uno strumento indicizzato.

INDICIZZATI: i replicanti che piacciono molto al retail

La caratteristica principale dell’Etf è la gestione passiva perché l’obiettivo è replicare il più fedelmente possibile un indice di riferimento, il benchmark, che può essere azionario, obbligazionario o valutario o sulle materie prime. Ci sono anche prodotti che hanno come sottostante una commodity e si chiamano Etc. Introdotti in Italia nel 2002 e scambiati sul segmento di Piazza Affari EtfPlus, gli Etf hanno avuto uno sviluppo assai sostenuto. “La presenza di investitori privati nella compravendita di Etf è sempre stata molto elevata – sottolinea Marcello Chelli di Lyxor Etf – . Dal 2005 Borsa Italiana è la prima in Europa per numero di contratti su Etf grazie all’eccezionale presenza di retail”. Sull’EtfPlus sono inoltre negoziati Oicr innovativi (Etf strutturati), che permettono di accedere a particolari strategie, come la possibilità di prendere posizione su un mercato con effetto leva (leveraged Etf), di proteggersi da eccessivi ribassi del mercato (Etf protective put), scommettere, con o senza leva, sui ribassi (Etf short). Ma queste ultime tipologie sono rivolte a investitori più sofisticati. Ciò che più conta, comunque, è capire che cosa si sta comprando. Tra le peculiarità da valutare c’è anche l’eventuale copertura del rischio di cambio offerta per esempio dagli indici euro hedged che neutralizzano le oscillazioni tra l’euro e una valuta straniera. “Molti privati – spiega Simone Rosti di Ubs Etf – investono fuori dall’area euro senza considerare la variabile valutaria. Con un Etf che offre la copertura dal rischio cambio si portano a casa solo i guadagni o le perdite derivanti dall’andamento del mercato e non della valuta”.

GESTIONE FLESSIBILE. Boom di raccolta ma guadagni contenuti

Indubbiamente i campioni di incassi degli ultimi anni sono i fondi flessibili, vale a dire proprio quei prodotti che, attraverso un’ampia delega al gestore, hanno la possibilità di spaziare su tutte le asset class. A differenza di quanto avviene con tutte le altre tipologie, qui non c’è alcun vincolo di rispettare il benchmark di riferimento (parametro che serve per valutare sia dove investe un prodotto, sia di giudicare la capacità del gestore a muoversi rispetto al mercato). Ma, se i flessibili hanno fatto l’en plein in termini di raccolta (oltre 20 miliardi i flussi da inizio dell’anno), in termini di rendimento la prestazione è stata assolutamente piatta (circa il 6% a 12 mesi) se confrontata a quanto offerto dai prodotti obbligazionari o da alcune tipologie di obbligazionari.

Va detto che una componente fortissima di questi flussi in entrata si è indirizzata verso i prodotti a cedola che rappresentano una fetta importante della categoria, ma la necessità di dare delegare la gestione dei propri investimenti resta comunque un’esigenza evidente. La domanda è, allora, se la scelta di delegare sia stata e possa continuare a essere vincente. La flessibilità è ormai un elemento irrinunciabile per moltissimi gestori, tanto più che interpretare l’andamento dei mercati è un compito sempre più difficile. In un quadro nel quale la crescita economica a livello globale dà segni di ripresa ma con i dovuti distinguo nelle varie aree (soddisfacente in America, più blanda in Europa e disomogenea negli emergenti), dove i mercati finanziari sono reduci da importanti rialzi (in molti casi sono stati toccati nuovi massimi storici) e con all’orizzonte incognite geopolitiche non indifferenti, fare delle scelte di investimento non è proprio l’attività più semplice del modo.


note

Autore immagine: 123rf com


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