Il Coronavirus, le neomamme e il rischio depressione

18 Giugno 2020 | Autore:
Il Coronavirus, le neomamme e il rischio depressione

La pandemia aumenta la vulnerabilità delle donne che hanno appena avuto una gravidanza. Il programma di prevenzione pensato dall’Istituto superiore di sanità (Iss).

Le abbiamo a volte chiamate «conseguenze indirette della pandemia», per distinguerle dalle «conseguenze dirette», ossia i contagi, ma è una definizione che potrebbe risultare fuorviante. Certi effetti del Covid, infatti, sono intimamente legati al virus, per quanto non inerenti, nello specifico, la salute del corpo. C’è però anche una salute dello spirito da salvaguardare ed è anche su questo terreno che il Coronavirus può incidere. Il mondo scientifico ha più volte lanciato allarmi sull’aumento di depressione e stati d’ansia, provocato dalla particolare situazione emotiva che dal Covid può scaturire.

Per approfondire leggi gli articoli:

Ci sono poi categorie che l’Istituto superiore di sanità (Iss) considera maggiormente a rischio. Tra queste, i bambini (ne abbiamo parlato ieri qui: Coronavirus, i rischi per la salute mentale dei bambini), ma anche le neomamme nel periodo cosiddetto «perinatale», cioè che va dal concepimento ai 18 mesi di vita del neonato. Sappiamo, infatti, della condizione di maggiore vulnerabilità delle donne che hanno appena affrontato una gravidanza. Vulnerabilità che, a volte, può degenerare in depressione post partum: si stima che colpisca tra il 10 e il 20% delle donne nel periodo perinatale. L’Iss ha voluto dedicare all’argomento un report in cui approfondisce il tema e illustra un programma di prevenzione.

La depressione post partum

Il fenomeno della depressione post partum, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), riguarda il 10% di donne incinte e il 13% di donne che hanno appena partorito. Questo, in generale, cioè nelle normali condizioni, in assenza di pandemie. Un dato che, secondo quanto riporta l’approfondimento dell’Iss, sempre citando l’Oms, aumenta nei Paesi in via di sviluppo («il 16% durante la gravidanza e il 20% dopo il parto»). Parliamo comunque di un problema di proporzioni globali e importanti, trattandosi di un disturbo mentale che riguarda il 20% delle donne da poco diventate madri.

La pandemia non può che peggiorare questo stato di cose. «Diversi studi – confermano dall’Iss – hanno evidenziato come in caso di eventi epidemici straordinari è verosimile attendersi un aumento nella popolazione di sintomi ansiosi, diminuita capacità di affrontare lo stress, e un aumento del rischio di sviluppare sintomi depressivi e comportamenti auto ed etero-aggressivi fino a condotte suicidarie. In questo quadro, le donne nel periodo perinatale costituiscono una popolazione particolarmente vulnerabile agli effetti psicologici della pandemia».

In genere, negli esiti più felici e meno gravi, questa particolare condizione di fragilità, fatta di frequenti sbalzi d’umore, si risolve da sola. Ma ci sono anche casi in cui, per uscirne, c’è bisogno di un supporto psicologico.

La pandemia come motore dell’ansia

Donne incinte e bambini non hanno un maggior rischio di ammalarsi di Covid. In ogni caso, l’esperienza ci ha insegnato che neonati e bambini che si sono contagiati hanno avuto un decorso più lieve e una prognosi migliore rispetto agli adulti, nella stragrande maggioranza dei casi.

La pandemia prima e le politiche di contrasto dopo hanno fatto aumentare ansia, paura e preoccupazione nella popolazione per i motivi più diversi, dal timore di contagiarsi a quello di perdere il lavoro (leggi l’articolo: Coronavirus, le nuove paure degli italiani).

«Per effetto delle politiche di lockdown – scrivono gli esperti Iss – è venuta a mancare la presenza fisica della rete parentale e amicale che costituisce un fattore protettivo per la salute mentale e soprattutto per il rischio di suicidio. Tutto ciò, unitamente al diffuso sentimento di paura per l’infezione da Covid-19 contribuisce ad alimentare uno stato d’ansia e preoccupazione che può avere conseguenze gravi sulla salute mentale della donna, soprattutto nei soggetti più a rischio».

L’alcol e la sindrome Fas

Un pericolo grave riguarda il consumo di alcol, che può essere immediatamente collegato all’aumento dell’ansia generato dalla pandemia. L’Iss ha messo in guardia anche su questo, dedicando diversi report al rischio di un incremento delle dipendenze, in questo periodo.

Gli esperti associano il consumo smodato di alcolici a malattie trasmissibili, non trasmissibili e di salute mentale. Dal suo portale Epicentro, alla domanda se c’è un maggior rischio di infezione per chi beve di frequente alcolici, l’istituto risponde che «l’alcol compromette il sistema immunitario» e c’è «una maggiore probabilità di essere infettati dal virus e di esiti avversi per la salute. L’abuso di alcol è anche un fattore di rischio per la polmonite e altre infezioni polmonari e lo sviluppo della sindrome da stress respiratorio acuto (Ards), che è una delle principali complicanze da Covid».

Le donne in gravidanza che abusano di alcol mettono in pericolo non solo se stesse, ma anche i loro bambini. L’Iss teme un incremento delle nascite con sindrome feto-acolica (fetal alcohol sindrome, Fas), una grave patologia del neonato che può causare danni cognitivi, problemi mentali, disturbi dell’apprendimento, del sonno, del comportamento, problemi al cuore, all’udito, alle ossa. Con inevitabili conseguenze anche sulla salute mentale della madre.

La strategia in risposta al malessere

L’Iss propone un piano di interventi per intercettare i genitori che hanno bisogno di aiuto e intervenire tempestivamente. Possiamo dividerlo nelle seguenti tappe:

  • individuare le donne a rischio e proporre un piano di prevenzione, al quale possono partecipare anche i papà: un primo step in cui coinvolgere tutte le figure che seguono le donne in gravidanza/che hanno appena partorito. Requisito di base è la formazione del personale, insieme alla capacità dei lavoratori del settore materno infantile di instaurare un clima accogliente. Le donne vengono informate sui problemi di salute mentale che possono verificarsi durante la gravidanza e dopo il parto. Viene loro proposta la possibilità di partecipare a una identificazione precoce (screening) del rischio di sviluppare reazioni ansioso-depressive. L’informazione può anche essere fornita nei reparti ospedalieri al momento del parto e nell’immediato post parto prima della dimissione della donna e del neonato. La neomamma può essere inserita nel programma di screening anche nei mesi successivi al parto;
  • identificazione del rischio ansioso-depressivo (screening): può essere eseguita da professionisti del materno-infantile accuratamente formati, da psicologi e psichiatri, sia prima che dopo il parto per le mamme e i papà che accettano di aderire al programma di screening;
  • valutazione: se la donna, in base ai questionari e ai test a cui viene sottoposta, riporta punteggi che indicano un margine di rischio, viene invitata a seguire un percorso di sostegno psicologico;
  • trattamento: il percorso di sostegno psicologico entra nel vivo;
  • analisi dei risultati: se i rischi restano elevati, l’invito è a farsi seguire dai servizi psichiatrici territoriali, dai consultori familiari o con visite domiciliare periodiche, a seconda dell’organizzazione locale dei servizi.

Per l’Iss è molto urgente l’attivazione di programmi di screening della salute mentale perinatale, opportunamente pubblicizzati da campagne di informazione di consultori e i reparti ospedalieri. Si potrebbe così disporre di uno strumento di monitoraggio costante dei fattori di rischio e intervenire velocemente.


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