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Come conteggiare i giorni di malattia

19 Giugno 2020 | Autore:
Come conteggiare i giorni di malattia

Lavoratore ammalato: come conteggiare i giorni di assenza, sabati, domeniche, periodo massimo di conservazione del posto di lavoro.

Il lavoratore ammalato, riconosciuto dal medico curante, con apposita certificazione, temporaneamente non in grado di svolgere la propria attività lavorativa, ha il diritto di assentarsi è collocato in malattia.

Il dipendente assente per malattia ha il diritto di ricevere, un’indennità, da parte dell’Inps o del datore di lavoro, per i giorni di assenza, sino a un determinato limite massimo.

Il lavoratore assente per malattia ha anche il diritto alla conservazione del posto sino a un determinato periodo massimo, il periodo di comporto, che varia generalmente in base al contratto collettivo.

Ma come conteggiare i giorni di malattia? I sabati e le domeniche si contano, rientrano nel periodo di comporto? Cerchiamo di capire, nel dettaglio, quali sono le regole per la corretta quantificazione delle giornate di malattia indennizzate spettanti, nonché del periodo massimo entro il quale si ha diritto alla conservazione del posto.

Quanti giorni di malattia spettano?

Le giornate di assenza per malattia spettanti al lavoratore dipendono, naturalmente, dal periodo di inattività prescritto dal medico curante nella certificazione inviata all’Inps. Il medico, oltre alla diagnosi (che non è visibile al datore di lavoro), nel certificato indica la prognosi, in pratica le giornate di cure necessarie, durante le quali il dipendente deve astenersi dal lavoro, assieme alla data di guarigione.

La data di guarigione può essere:

  • prorogata, in caso di continuazione della malattia;
  • anticipata, in caso di guarigione precoce.

Quanti giorni di malattia spettano al massimo?

Le giornate di malattia spettanti al lavoratore sono decise dal medico, ma non sempre “rispettano” i limiti previsti per il diritto all’indennità per malattia ed alla conservazione del posto. Questo, in quanto la patologia può essere così grave da superare sia il periodo indennizzato che quello di comporto.

Come funziona il periodo di comporto?

Il periodo massimo di conservazione del posto può essere di due tipi:

  • comporto secco: in questo caso il periodo massimo di conservazione del posto si riferisce ad un’unica malattia, senza interruzioni; ad esempio, il contratto collettivo può stabilire che il periodo tutelato abbia una durata massima pari a 180 giorni di malattia;
  • comporto per sommatoria: in questo caso, il contratto collettivo prevede un arco di tempo (ad esempio un anno) entro cui la somma dei giorni di malattia non può superare un determinato limite; ad esempio, il contratto può prevedere un massimo di 180 giorni di malattia (riferiti non solo ad un unico evento morboso, ma anche a più malattie sommate tra loro) nell’arco di un anno, o, come avviene per i dipendenti pubblici, 18 mesi nell’arco di tre anni; ai fini del superamento del comporto sono contati anche i giorni festivi e non lavorati, se interni al periodo di assenza per malattia indicato nel certificato medico.

Quanto dura il periodo di comporto?

La durata massima del periodo di comporto, normalmente espressa in giorni (raramente in mesi), è generalmente stabilita dal contratto collettivo applicato dall’azienda.

Per gli impiegati, la legge [1] dispone che, in caso di malattia, il dipendente ha diritto a conservare il posto per:

  • 3 mesi, se ha un’anzianità di servizio fino a 10 anni (al 100% della retribuzione per il 1° mese e al 50% per i successivi 2 mesi);
  • 6 mesi negli altri casi (al 100% della retribuzione nei primi 2 mesi e al 50% per i successivi).

In ogni caso, ad oggi la generalità dei contratti collettivi contiene previsioni più favorevoli.

Molti contratti collettivi prevedono differenti durate del periodo di conservazione del posto in caso di malattia in base ai seguenti criteri:

  • a seconda che si tratti di malattie “ordinarie” oppure molto gravi, come le patologie oncologiche;
  • in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore e al suo inquadramento contrattuale (es. operaio, impiegato etc.).

Sono inclusi i sabati e le domeniche?

Salvo diversa disposizione del contratto collettivo, normalmente nel periodo di comporto si considerano anche i giorni non lavorati (sabato, domenica, festività infrasettimanali, etc.) o che comunque cadono nel periodo di malattia.

Si presume infatti la continuità della malattia, salvo che il lavoratore non fornisca la prova contraria.

Quanti giorni vale un mese di malattia?

Se il contratto collettivo non prevede diversamente, il periodo di comporto determinato in mesi deve essere trasformato in giorni secondo il calendario comune. Per esempio, se il contratto prevede un periodo di comporto di 18 mesi, a fronte di un e l’assenza effettiva è pari a 545 giorni, la durata va calcolata con la seguente formula: “365 (giorni): 12 (mesi) x 18 (mesi) = 547,56 giorni”.

Va quindi escluso, se non espressamente previsto dal contratto collettivo, il riferimento al mese pari a 30 giorni, con la conseguenza che, nel caso in esame, il comporto non è stato superato [2].

Si può aumentare il comporto?

Datore di lavoro e lavoratore possono prevedere, con un accordo individuale, condizioni più favorevoli per il dipendente, prolungando il periodo di comporto previsto dal contratto collettivo.

Si può azzerare il comporto?

Se al lavoratore si applica il comporto secco, il periodo tutelato si azzera una volta terminata la malattia: in pratica, se il dipendente si ammala, ma non supera le giornate previste dal contratto, al verificarsi di una nuova malattia il conteggio parte da zero.

Tuttavia, può succedere che il lavoratore si ammali più volte e che le singole malattie durino sempre meno del comporto secco. In questo caso, se sommando tutte le giornate di malattia si supera il comporto secco, si deve fare riferimento alla durata (vigenza) del contratto collettivo.

In pratica, la durata del contratto collettivo è il periodo di riferimento entro il quale sommare più episodi di malattia: se, sommando le malattie che si verificano durante questo periodo, si supera il comporto secco, il lavoratore decade dalla tutela.

Un dipendente si ammala 3 volte, una volta per 1 mese, una volta per 2 mesi, ed un’altra volta per 2 mesi, durante il periodo di vigenza del contratto collettivo che stabilisce un comporto secco di 4 mesi. In questo caso, il comporto è superato, poiché le malattie verificatesi all’interno del periodo di durata del contratto collettivo, sommate, superano il comporto secco.

Nell’ipotesi di comporto per sommatoria, invece:

  • se l’arco di tempo di riferimento è l’anno di calendario, al 31 dicembre il comporto si azzera, ed inizia da gennaio il conteggio di un nuovo periodo;
  • se l’arco di tempo è espresso in giornate dal contratto, o anno solare, come 365 giorni, si devono contare le giornate a ritroso dall’ultima malattia.

Quali giornate possono essere escluse dal comporto?

Se la malattia è stata causata da un comportamento illegittimo del datore di lavoro, i periodi di assenza sono esclusi dal calcolo del comporto (ad esempio in caso di mobbing o demansionamento).

Sono escluse anche le patologie legate alla gravidanza, e gli infortuni causati dal datore di lavoro.

Per i dipendenti pubblici, sono escluse dal comporto le giornate di assenza per patologie gravi che richiedono terapie salvavita, o terapie assimilabili come l’emodialisi, la chemioterapia, il trattamento riabilitativo per soggetti affetti da Aids.

Il contratto collettivo può prevedere l’esclusione dal comporto:

  • dei giorni di ricovero ospedaliero;
  • dei giorni di day hospital;
  • dei giorni di assenza dovuti alle terapie appena menzionate.

Le terapie ed i ricoveri, perché le giornate possano essere escluse dal periodo di comporto, devono essere certificati dalla competente Asl o struttura convenzionata.


note

[1] Art. 6 RDL 1825/1924.

[2] Cass. sent. 9751/2019.


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