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Fallimento troppo lungo, paga anche il curatore

21 Agosto 2014
Fallimento troppo lungo, paga anche il curatore

Lo Stato può essere risarcito di quanto versato con la legge Pinto.

Seri rischi per i curatori fallimentari, che possono essere chiamati a rispondere degli importi pagati dallo Stato al fallito o a terzi creditori coinvolti in una procedura fallimentare di eccessiva durata.

Un fallimento di durata superiore ai cinque anni può infatti generare, per la legge Pinto [1], un indennizzo. Il caso più recente è quello deciso alla Corte dei conti, regione Sicilia, che [2] ha disposto il pagamento, a favore del ministero della Giustizia, di 15mila euro a carico del curatore fallimentare, ritenuto parzialmente responsabile dei 13 anni di durata della procedura.

I giudici hanno ritenuto che il fallimento si poteva chiudere in circa cinque anni: di qui il pagamento di circa 1.200 euro a due imprenditori falliti per gli otto anni di ulteriore ingiustificata durata. L’importo totale, di 30mila euro, è stato poi imputato al curatore solo per la metà, poiché il giudice contabile ha ritenuto che, nel caso specifico, fosse emersa anche una disorganizzazione dell’amministrazione della giustizia, che non era stata puntuale nell’esercizio dei poteri di impulso e di controllo sul curatore.

Il meccanismo della legge Pinto genera indennizzi per la sola durata del processo, ritenuta tollerabile per tre anni in primo grado, due in secondo grado e un anno in Cassazione: per le procedure fallimentari si adotta, però, un metro diverso, poiché occorre tener presente la presenza di procedimenti di particolare complessità quali azioni revocatorie o cause di divisione immobiliare. Le somme dovute per eccessiva durata del processo sono versate dallo Stato ma, insieme alla sentenza che dispone il pagamento, si attiva una procedura innanzi la Corte dei conti, che accerta le colpe del ritardo, cercando il soggetto responsabile.

Può essere ritenuto responsabile dell’eccessiva durata del processo chiunque abbia un rapporto d’impiego (magistrato, cancelliere) o di servizio (come ausiliario): in tale logica risponde anche il curatore fallimentare nominato dal Tribunale (e che di norma è un libero professionista), che è il fulcro della gestione della procedura. In questo caso, appunto, il curatore è stato ritenuto responsabile del danno causato allo Stato (i 30mila euro versati al fallito) per gli otto anni di procedura in eccesso rispetto ai cinque anni tollerabili: infatti, dopo la verifica dello stato passivo e l’espletamento di una Ctu, il curatore non aveva dato impulso alla procedura, omettendo di vendere l’unico bene acquisito all’attivo del fallimento, costringendo il giudice delegato a sostituirlo con altro professionista.

La Cassazione si è pronunciata più volte sul tema dell’indennizzo Pinto in materia fallimentare. Per la Corte, tra l’altro, possono chiedere l’indennizzo sia il fallito [3], sia la parte creditrice che abbia presentato domanda di ammissione al passivo [4]. Tuttavia, il creditore non può genericamente lamentarsi della durata della procedura [5].

Infine, anche una procedura di sette anni può essere ritenuta di ragionevole durata, se particolarmente complessa [6] per il numero elevato di creditori, per una particolare natura o situazione giuridica dei beni da liquidare, per l’esistenza di partecipazioni societarie o anche per documentate difficoltà di vendere immobili, attrezzature e merci.


note

[1] L. 89/2001.

[2] C. Conti sent. n. 974/14 del 7.08.2014.

[3] Cass. sent. n. 13605/2013.

[4] Cass. sent. n. 17145/2004.

[5] Cass. sent. n. 23034/2011.

[6] Cass. sent. n. 9254/2012 e n. 17136/2012.

Autore immagine: 123rf com


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