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Risarcimento danni: la fattura è prova

19 Giugno 2020
Risarcimento danni: la fattura è prova

La Cassazione spiega come dimostrare di essere stati danneggiati e spiega se la fattura è sufficiente per ottenere i soldi del risarcimento. 

Chi vanta un diritto nei confronti di un’altra persona deve dimostrarlo. Questo principio di logica comune è alla base del nostro processo civile. In tre semplici parole, viene definito: «onere della prova». Del resto, sarebbe paradossale il contrario: rivendicare qualcosa da qualcuno e imporre a quest’ultimo di difendersi.

In materia di risarcimento danni, il principio dell’onere della prova si sostanzia in due momenti fondamentali: la prova dell’«esistenza» del danno e la prova dell’«entità» di tale danno. Una cosa è dire: mi hai rovinato il parquet, un’altra è dire che, per rifarlo, ci vorranno 3mila euro.

A quel punto, si è soliti utilizzare la prova della fattura per dimostrare l’esborso e ottenere la restituzione dei soldi spesi o di quelli da spendere. Ma è sufficiente? In caso di risarcimento danni, la fattura è prova? Sul punto, si è più volte espressa la Cassazione, da ultimo con una interessante sentenza [1]. 

Di tanto parleremo in questo articolo. Spiegheremo cosa deve dimostrare chi avanza pretese da un’altra persona in merito a un danno subito e cosa deve dimostrare per ottenere il ristoro economico. Ma procediamo con ordine. 

Risarcimento del danno e prova

Per capire se, in tema di risarcimento danni, la fattura è prova, dobbiamo dare alcune nozioni di procedura civile.

Il principio generale del processo civile – dicevamo in apertura – è quello secondo cui chi inizia l’azione – il cosiddetto «attore» – è tenuto a dimostrare i fatti oggetto della controversia e il proprio diritto che assume essere stato leso. Per ottenere quindi un risarcimento del danno è necessario dimostrare tre elementi:

  • il fatto che ha scaturito il danno (ad esempio, un incidente stradale, una tubatura del vicino che si è rotta ed ha determinato infiltrazioni di acqua tra le pareti divisorie, un insulto proferito in pubblico, un contratto non adempiuto, ecc.);
  • il danno che ha determinato tale fatto. Non si può chiedere un risarcimento sulla sola base di un’azione illecita se questa non ha determinato un effettivo pregiudizio. Il nostro processo, infatti, non conosce le “cause di principio”, ma richiede sempre un danno reale e attuale. Così, ad esempio, se c’è stato uno scontro tra due auto ma non ci sono segni sulle carrozzerie non è possibile chiedere il risarcimento solo per il fatto che sia stato violato il Codice della strada. Il danno non può essere “presunto” solo dalla condotta illecita; così, chi riesce a dimostrare di essere stato diffamato dovrà anche dare prova delle conseguenze negative che, da tale condotta, sono derivate;
  • l’entità del danno: l’attore non deve limitarsi a provare il danno ma lo deve anche quantificare in modo, se non certo, almeno presunto. Se non si riesce a dimostrare l’esatta entità del danno si può chiedere una liquidazione “in via equitativa” ossia sulla base di quanto al giudice può sembrare giusto.

Nel caso in cui tali prove non vengano raggiunte, non è possibile ottenere il risarcimento del danno. 

La fattura come prova del danno

In un importante precedente, la Cassazione ha detto che non basta all’automobilista che assume di essere stato danneggiato, depositare la fattura del carrozziere all’assicurazione o al giudice per dimostrare, in questo sbrigativo modo, l’esistenza e l’entità del danno. Invece, sarebbe necessario che la fattura sia quietanzata o che vi sia la prova dell’avvenuto bonifico o della consegna dell’assegno: solo questi elementi potrebbero convincere che vi sia stato un effettivo sborso monetario di cui si chiede la restituzione. Di tanto, abbiamo già parlato nell’articolo: “Risarcimento danni: basta la fattura del carrozziere?“.

Lo stesso principio è stato riconfermato con la più recente sentenza, questa volta però emessa in una controversia di carattere condominiale (ma il principio può essere adattato a qualsiasi circostanza). Secondo i giudici supremi, il condomino non può provare il danno alla sua proprietà tramite la produzione di una semplice fattura relativa alle riparazioni effettuate. 

La semplice fattura prodotta nel corso della causa per risarcimento danni, non è infatti sufficiente a ritenere assolto l’onere della prova che necessita di ben altri strumenti e mezzi. Così, per dimostrare l’esistenza del danno bisognerà quantomeno produrre documentazioni, testimoni, relazioni peritali, ecc. Per provare, invece, l’entità bisognerà chiedere una consulenza tecnica d’ufficio, dimostrare l’esborso effettuato con assegni o bonifici e via dicendo.

L’insufficienza della fattura a dare la prova dei fatti dedotti da parte dell’attore risulta evidente dalla natura stessa di tale documento: esso, infatti, ha solo un valore fiscale e contabile, ma non contiene alcuna indicazione circa il nesso tra i lavori in essa indicati e i danni dei quali si chiede il ristoro con la causa. In altri termini, non risulta provato che il danno sia stato effettivamente subito dall’attore.


note

[1] Cass. sent. n. 11093/2020 dell’11.06.2020.


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