Azienda chiusa per lockdown e incasso assegni per l’affitto

19 Giugno 2020
Azienda chiusa per lockdown e incasso assegni per l’affitto

Un’altra decisione, in risposta a un ricorso d’urgenza, che va incontro al debitore inadempiente suo malgrado, causa misure antiCovid.

È possibile che tu abbia un’attività rimasta chiusa nel periodo del lockdown dovuto al Coronavirus. È anche possibile che tu ti stia chiedendo se il tuo locatore può incassare i tuoi assegni postdatati per il pagamento dell’affitto. Bene: la risposta a questa domanda è no. Naturalmente, c’entra la pandemia, dal momento che il Governo è intervenuto con una serie di normative che tengono conto dell’emergenza e cercano di venire incontro alle attività economiche che hanno avuto un grave contraccolpo dalla chiusura forzata. Vi spieghiamo i dettagli, come sempre partendo da un caso concreto.

Il caso

Il protagonista della nostra storia è un albergatore romagnolo, costretto a tenere chiuso il suo hotel tra marzo e maggio, nel periodo più intenso di circolazione del virus in Italia. Ha appena ottenuto un provvedimento favorevole dal tribunale di Rimini [1], cui si era rivolto con un ricorso d’urgenza [2] per evitare che il suo locatore passasse all’incasso degli assegni postdatati per pagarsi l’affitto. Somma complessiva: 252mila euro che, però, l’affittuario era impossibilitato a pagare.

Se il locatore li avesse riscossi e fossero risultati scoperti, sarebbe andato incontro a una serie di conseguenze negative, tra cui la segnalazione alla Centrale d’allarme interbancaria (Cai) di Bankitalia, con iscrizione nel registro dei protesti. Perciò, ha fatto ricorso al tribunale civile di Rimini proprio per chiedere di evitare tutto questo. E l’ha evitato.

«Inaudita altera parte»

Il decreto del tribunale dispone che no, il locatore non può mettere all’incasso gli assegni postdatati. Lo fa «inaudita altera parte», cioè con un ordine urgente a carattere provvisorio che fa in modo che il giudice si pronunci su una singola questione anche senza ricorrere al contraddittorio, ovvero decide senza che si esprima l’altra parte. Naturalmente, andranno poi sentite comunque anche le ragioni del locatore e, quindi, la causa proseguirà.

Scopo dei ricorsi urgenti, però, è proprio quello di impedire che chi lo presenta abbia un grave danno o veda leso un suo diritto, mentre è in corso un procedimento davanti al tribunale civile. Attraverso questo strumento si può quindi fare in modo che il giudice si esprima subito su un aspetto della controversia, anche senza ascoltare sul momento il parere dell’altra parte e, soprattutto, in tempi brevi, senza aspettare la fine della causa.

Requisiti per presentare ricorsi urgenti

Un ricorso d’urgenza, però, non può essere presentato a nostro piacimento, ogni volta che vogliamo. Esistono due requisiti fondamentali affinché possiamo avvalerci di questo strumento. Uno è il cosiddetto «periculum in mora», letteralmente «pericolo nel ritardo», e coincide con il rischio di subire un danno grave e irreparabile se permane un certo stato di cose (la stessa circostanza che, con il ricorso, si chiede di cambiare o, temporaneamente, sospendere).

Deve poi esserci il «fumus boni iuris», cioè un diritto sussistente che rischia di essere leso e che è, proprio attraverso il ricorso urgente, da tutelare. Su quando e come presentare ricorsi urgenti, puoi leggere questo nostro articolo: “Ricorso d’urgenza al tribunale art. 700 cpc: cos’è e quand’è possibile“.

Una folta casistica

Non è la prima decisione di questo tipo che si inscrive nel solco dell’emergenza Coronavirus. Non sarà, certamente, neanche l’ultima. Comincia a diventare folta la casistica dei decreti dei tribunali civili che vengono incontro alle esigenze dei debitori, specie se titolari di attività all’interno di locali presi in affitto e rimasti chiusi a causa del lockdown.

Il decreto del tribunale di Rimini è di pochi giorni successivo a una decisione analoga del giudice civile di Bologna [3]: anche in quel caso, il tribunale aveva impedito a un locatore di passare all’incasso degli assegni per pagarsi l’affitto dei locali di una palestra – centro benessere (leggi l’articolo “Negozio chiuso e assegni al locatore per l’affitto“). Questo perché il locatario avrebbe subito un grave danno, finendo nel registro dei protesti.

All’origine di questa serie di pronunce favorevoli ai debitori, una norma del decreto Cura Italia [4], che li esonera dalla responsabilità del risarcimento per via della necessità di rispettare le misure anticontagio, che hanno determinato, durante il lockdown, la chiusura dei negozi. I tribunali si adeguano e fioccano i decreti che accolgono le ragioni di chi è affittuario inadempiente suo malgrado, essendosi ritrovato con l’attività ferma.


note

[1] tribunale di Rimini, decreto n. 6251/20 del 25 maggio 2020;

[2] art. 700 c.p.c.;

[3] tribunale di Bologna, decreto n. 4976/20 del 12 maggio 2020;

[4] art. 91 decreto legge 17 marzo 2020, n.18, convertito, con modificazioni, in legge 24 aprile 2020, n.27.


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