Cronaca | News

L’Italia lenta nella risposta alla crisi Covid

19 Giugno 2020
L’Italia lenta nella risposta alla crisi Covid

Emergono ampi ritardi rispetto a Usa, Germania e Francia nei tempi e nell’entità delle misure adottate. Pesano la politica e la complessità delle norme.

L’Italia è il fanalino di coda al test di reazione sull’emergenza economica provocata dal Coronavirus. Il risultato arriva dal Centro studi di Confindustria (Csc), che ha misurato i tempi e le modalità di risposta alla crisi comparando le misure italiane con quelle adottate a livello internazionale da Stati come gli Usa, la Germania e la Francia.

Dall’analisi emerge il divario tra le lentezze e le incertezze con cui si è mosso il Governo italiano rispetto ai piani, molto più rapidi ed efficaci, messi a punto da altri Paesi. Ad esempio, già in partenza l’Italia era in ritardo: il nostro Governo «ha adottato il primo provvedimento organico a carattere nazionale 23 giorni dopo aver registrato i primi 100 casi di Covid-19», mentre «sono stati sufficienti 15 giorni negli Stati Uniti, 12 in Francia e 8 in Germania», spiega la nota del Csc, riportata dall’agenzia stampa Adnkronos.

Su questo ritardo nei tempi pesano «la difficoltà politica di trovare l’accordo tra le forze della maggioranza, ma anche l’enorme complessità dei provvedimenti legislativi che si adottano in Italia: il solo Decreto Legge “Rilancio” è composto di 266 articoli e richiede 90 provvedimenti attuativi», dice Confindustria.

Le misure prese dai diversi Paesi si possono distinguere – annota il Csc – «in due categorie: misure di impulso fiscale, quelle che i beneficiari non dovranno rimborsare, e misure per la liquidità che vanno, invece, ripagate». Anche qui, nel primo caso la situazione è a svantaggio dell’Italia: «Analizzando i programmi di stabilità presentati dai Paesi europei, l’ammontare dell’impulso fiscale adottato in Italia è inferiore a quello della Germania (4,5 punti di Pil del 2019) ma sopra alla media Ue (3 punti): 4,2 punti di Pil 2019 contro 1,7 della Francia e 0,7 della Spagna».

Sulle misure per la liquidità, invece, nel giudizio di Confindustria «l’Italia primeggia con un ammontare massimo potenzialmente utilizzabile pari a circa 37,8 punti di Pil (media Ue: 20,6 punti), seguita da Germania (27,8), Francia (15,9) e Spagna (10,1)», ma torna a perdere tra le misure prese nell’ambito del regime temporaneo sugli aiuti di Stato alle imprese, dove la percentuale «in Germania è stimabile in 28,9 punti di Pil 2019, in Italia in 16,9 punti e in Francia in 13,7 punti». Complessivamente, però, «la tipologia di interventi previsti in Italia è largamente in linea con quella di Francia, Germania e Stati Uniti», conclude la nota.

Risposte differenti anche sul fronte del sostegno al reddito dei lavoratori che, anche se non rientrano tra le misure adottate per le imprese, ne riducono la liquidità disponibile, considerato che secondo Confindustria «sono anticipate dalle imprese», in una percentuale stimata «pari al 71,5% delle domande per Cigo e del 49,3% di quelle per assegno ordinario».

Qui il quadro di comparazione è variegato: in Italia, al 4 giugno, «le domande per Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (Cigo), per assegno ordinario e per cassa integrazione in deroga sono state circa 1,2 milioni per oltre 8,4 milioni di potenziali beneficiari, di cui 4,3 già pagati con anticipo dalle imprese con conguaglio Inps», espone il dossier del centro Studi di Confindustria, mentre in Germania «da marzo a fine aprile il totale delle domande pervenute per la Kurzarbeit era pari a 788mila per circa 10,7 milioni di lavoratori coinvolti; in Francia invece al 1° giugno sono oltre 1 milione e 300mila le domande per oltre 13 milioni di lavoratori».

La conclusione del rapporto è che queste differenze nel valore delle misure adottate, nella loro tipologia e nei tempi di implementazione, rispetto all’intensità della crisi subita, comporteranno «una diversa capacità e rapidità dei Paesi di uscire dalla crisi, con ovvie ripercussioni sui livelli di crescita che tenderanno a divergere». Per questo, ribadisce il Centro studi di Confindustria, «non si può prescindere da un’azione consistente portata avanti a livello europeo, l’unica in grado di attenuare eventuali squilibri tra Paesi».



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