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Verifica cartella esattoriale

21 Giugno 2020
Verifica cartella esattoriale

Come fare ricorso contro una cartella di pagamento: tutti i motivi di illegittimità che possono invalidare l’atto.

Alla notifica di una cartella esattoriale di Agenzia Entrate Riscossione, bisognerebbe sempre fare una verifica prima di pagare. Difatti, anche se si tratta di un atto emesso da un ente pubblico che, in quanto tale, è imparziale e non portatore di un interesse personale (cosa che spesso porta le società di recupero crediti a giocare sull’ignoranza dei cittadini pur di massimizzare gli utili), l’errore umano è sempre dietro l’angolo. E difatti, il più delle volte, a seguito di una verifica cartella esattoriale, compaiono elementi che vanno scomputati dal conto finale. 

È vero: chi paga per sbaglio una cartella esattoriale illegittima può sempre chiedere la restituzione delle somme non dovute in un momento successivo e, addirittura, può fare ricorso al giudice. La giurisprudenza, infatti, apre al cittadino questa possibilità proprio perché sa che chi adempie in modo spontaneo lo fa non perché riconosce il debito ma per timore di subire, nell’immediato, conseguenze gravi come un’ipoteca, il fermo auto o il pignoramento dei beni. 

Dunque, che sia preventiva o successiva, la verifica della cartella esattoriale resta sempre un importante passaggio da effettuare tutte le volte in cui bussa alla porta l’agente della riscossione, sia esso Agenzia Entrate Riscossione che una società privata di riscossione delle entrate locali (Comune, Provincia, Regione).

A cosa serve la verifica cartella esattoriale?

Come si fa spesso un controllo dello scontrino rilasciato dal ristorante o dal supermercato, la verifica della cartella esattoriale serve per accertare che le somme richieste in pagamento – il cui elenco dettagliato è riportato all’interno della cartella medesima – siano effettivamente dovute. Perché mai non dovrebbero esserlo? Perché spesso si verificano errori dovuti a svariate ragioni. Il più delle volte, a causa di difetti di comunicazione tra l’ente titolare del credito e l’ente riscossore, la cartella viene emessa “fuori termine”, quando il debito è ormai prescritto. Questo perché l’amministrazione si è dimenticata di inviare al contribuente una diffida che interrompa tale termine. 

C’è poi l’errore del computer, che l’occhio umano non vede. E così vengono incluse, nel calcolo finale, somme che rientrano nella cosiddetta “pace fiscale” approvata nel 2018.

Senza contare gli errori di notifica. La cartella viene emessa senza un previo controllo del buon esito della consegna del precedente atto di accertamento o della sanzione. Così, molte volte, il contribuente si trova a fare i conti con una cartella esattoriale senza aver mai ricevuto prima il cosiddetto “atto presupposto” (o prodromico), quello cioè con cui l’ente titolare del credito contesta l’inadempimento. L’atto presupposto è, invece, indispensabile: serve per dare la possibilità al cittadino di ravvedersi e adempiere prima dell’arrivo della cartella (si pensi all’intimazione di pagamento del bollo auto spedita dalla Regione).

Chi fa la verifica della cartella esattoriale?

Purtroppo, rivolgersi all’ufficio dell’esattore non serve. I suoi addetti, infatti, non sono tenuti ad eseguire una verifica sulla correttezza della cartella esattoriale. Così è necessario rivolgersi a professionisti del settore come avvocati e commercialisti.

Il primo controllo, però, parte dallo stesso contribuente: è lui, più di tutti, a conoscere la propria “storia” debitoria e a sapere cosa ha pagato e cosa no. Pertanto, è sempre bene fare una verifica nell’archivio di casa per verificare se le somme richieste dall’esattore si riferiscono a tributi o sanzioni già pagate e non contabilizzate dai computer dell’ente. Potrebbe anche capitare che la cartella venga emessa per atti che sono stati invece impugnati davanti al giudice e da questi annullati. 

Qui di seguito, forniremo alcuni elementi per fare, in casa propria, una prima verifica circa la regolarità della cartella esattoriale. Analizzeremo, pertanto, gli aspetti più comuni che rendono illegittimo l’atto dell’agente della riscossione. 

Verifica della prescrizione

Molte cartelle esattoriali vengono emesse quando il credito dell’amministrazione è caduto in prescrizione. Ma ben può verificarsi anche che la cartella arrivi nei termini ma che la prescrizione si verifichi in un momento successivo, perché ad essa non segue alcuna ulteriore intimazione e l’esattore si “dimentica” completamente del contribuente. 

Eseguire queste due verifiche è cosa molto semplice. Innanzitutto, bisogna tenere a mente quali sono i termini di prescrizione, termini che variano in base al tipo di tributo.

Termini di prescrizione

I termini di prescrizione per imposte e sanzioni sono i seguenti:

  • Irpef: 10 anni. Alcune sentenze, anche della Cassazione, hanno affermato però che il termine sarebbe di 5 anni. Sul punto, ancora c’è contrasto. Sarà chiaramente meglio attenersi al termine più ampio per non avere brutte sorprese;
  • Iva: 10 anni. Anche qui si è, però, affacciata la tesi della prescrizione quinquennale;
  • Irap: 10 anni con alcune sentenze che affermano la prescrizione di 5 anni;
  • Ires: 10 anni;
  • Imposta di registro: 10 anni;
  • Imposta catastale: 10 anni;
  • Imposta di bollo: 10 anni;
  • canone Rai: 10 anni;
  • contributi alle Camere di Commercio: 10 anni;
  • Imu / Ici / Tasi: 5 anni;
  • Tari / Tarsu: 5 anni;
  • contributi previdenziali dovuti all’Inps: 5 anni;
  • contributi assicurativi dovuti all’Inail: 5 anni;
  • sanzioni amministrative: 5 anni;
  • multe stradali: 5 anni;
  • bollo auto: 3 anni.

Calcolo della prescrizione

La prescrizione inizia a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui il tributo doveva essere corrisposto se il contribuente non ha mai ricevuto alcun atto di accertamento. Se, invece, il contribuente ha ricevuto una diffida di pagamento, il termine di prescrizione inizia a decorrere dal giorno successivo al ricevimento di tale diffida. 

Contestazione della prescrizione

Per contestare la prescrizione bisogna fare ricorso al giudice entro 60 giorni dal ricevimento della cartella esattoriale. Prima si può tentare con un ricorso in autotutela inviato direttamente all’agente della riscossione che però, il più delle volte, non risponde.

Verifica del condono cartella esattoriale

In base all’articolo 4 del Dl 119/2018, i ruoli affidati all’agente della riscossione tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2010, di importo residuo non superiore a 1.000 euro, sono annullati a far data dal 31 dicembre 2018. L’annullamento è automatico e non richiede alcuna istanza da parte del contribuente. 

Alla formazione della soglia concorrono sorte capitale, interessi e sanzioni. Non rilevano aggio e interessi di mora. 

La norma fa riferimento al debito residuo alla data di entrata in vigore del Dl 119/2018 (24 ottobre 2018), a prescindere dall’ammontare complessivo del debito originario, che potrebbe essere anche maggiore.

Per verificare se le somme richieste dall’esattore rientrano o meno nel condono non bisogna guardare all’ammontare complessivo della cartella ma al singolo tributo in essa riportato. Pertanto, ben può essere che la cartella superi 1.000 euro, ma le singole voci siano inferiori ad essa e, quindi, l’intero debito rientri nel condono. 

Lo stralcio dei debiti a ruolo non superiori a mille euro opera per singola partita e non con riferimento all’ammontare della cartella. Si pensi, ad esempio, ad una cartella che contiene multe stradali per 800 euro, tassa rifiuti per 500 euro e Irpef per 900 euro. Poiché i singoli carichi sono tutti al di sotto della soglia di legge, l’intero debito è azzerato. 

Può, dunque, ben accadere che sia azzerata una cartella di importo complessivo maggiore, se composta da articoli di ammontare non eccedenti la suddetta cifra.

Come di recente affermato dalla Cassazione [1], va annullata la cartella di valore superiore ma con più carichi di importo inferiore; è irrilevante che i ruoli siano in contestazione: contano importo e data di iscrizione.

Lo stralcio dei mini ruoli prevale sulla rottamazione ter e, quindi, se il debitore ha per errore incluso nella domanda di definizione partite stralciabili, queste dovevano essere comunque annullate d’ufficio dall’agente della riscossione. Sono escluse dall’annullamento le somme derivanti da sentenza di condanna della Corte dei Conti, dal recupero di aiuti di Stato nonché l’Iva all’importazione e le risorse proprie UE. 

Gli importi pagati dopo il 24 ottobre 2018, riferiti ai ruoli annullati, in assenza di altri debiti verso l’Agenzia Entrate Riscossione, devono essere restituiti.

Verifica della notifica

In ogni cartella esattoriale, c’è il dettaglio delle somme richieste, dei tributi a cui esse si riferiscono con la data di notifica del relativo atto prodromico (l’atto di accertamento). Se il contribuente non ha mai ricevuto l’atto prodromico, la cartella è nulla. La nullità va fatta accertare con ricorso al giudice entro 60 giorni dal ricevimento della cartella medesima.

Se il contribuente non è in grado di verificare la precedente notifica può chiedere all’ufficio dell’agente della riscossione: con una istanza di accesso agli atti potrà domandare che gli siano esibite le copie delle raccomandate in precedenza spedite per verificare se queste siano effettivamente giunte all’esatto indirizzo e ritirate da chi di dovere. 


note

[1] Cass. sent. n. 11187/2020.


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