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Medici legali: esiste ancora il patto di quota lite dopo la liberalizzazione delle tariffe?

31 ottobre 2013


Medici legali: esiste ancora il patto di quota lite dopo la liberalizzazione delle tariffe?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 ottobre 2013



Dopo la liberalizzazione delle tariffe, i medici legali, che prestano la loro opera nel corso dei giudizi o in previsione di essi, possono concordare un patto di quota lite ed in che misura ?

 

La posizione dei medici legali che svolgono la funzione di consulenti tecnici di parte nell’ambito dei

procedimenti giudiziali o che prestano funzioni di natura consulenziale (prestazioni rese a livello privatistico) sono soggetti alle regole previste per coloro che esercitano una professione intellettuale per la quale è necessaria l’iscrizione ad un albo od elenco [1] che, nel caso di specie, si tratta dell’Albo dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri [2].

 

Il compenso per l’attività professionale prestata dai medici è dunque soggetto alle regole contenute nel codice civile [3], il quale prevede che l’onorario, se non è convenuto tra le parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice.

Con riferimento alle attività libero professionali ed intellettuali, il decreto Bersani [4] ha tuttavia abrogato le disposizioni legislative e regolamentari che prevedevano l’obbligatorietà di tariffe fisse o minime ovvero il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti (cosiddetto patto di quota lite) [5].

Per effetto della riforma [6], la determinazione del compenso del professionista è stata rinviata alla libera contrattazione, nel caso di specie, tra medico e paziente [7] sulla base quindi della stipulazione di un contratto di prestazione d’opera.

Il nostro legislatore è recentemente ritornato a disciplinare la materia [8] disponendo la definitiva abrogazione delle tariffe professionali regolamentate nel sistema ordinistico, con conseguente conferma della determinazione del compenso professionale su base contrattuale:

a) il compenso per le prestazioni professionali va quindi pattuito al momento del conferimento dell’incarico professionale;

b) il professionista deve rendere noto al cliente il grado di complessità dell’incarico;

c) il professionista deve fornire tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento fino alla conclusione dell’incarico;

d) il professionista deve altresì indicare i dati della polizza assicurativa per i danni provocati nell’esercizio dell’attività professionale.

La misura del compenso va inoltre previamente resa nota al cliente con un preventivo di massima, essere adeguata all’importanza dell’opera e pattuita indicando per le singole prestazioni tutte le voci di costo, comprensive di spese, oneri e contributi.

Si tratta di regole [9] che richiamano l’obbligo della determinazione della misura del compenso adeguato all’importanza dell’opera e al decoro della professione.

La questione della determinazione del compenso può inoltre avere importanti ripercussioni sul piano

Deontologico [10].

Fermo restando il principio dell’intesa diretta medico-paziente e nel rispetto del decoro professionale, il Codice di deontologia medica prevede [11] infatti che l’onorario deve essere commisurato alla difficoltà, alla complessità e alla qualità della prestazione, tenendo conto delle competenze e dei mezzi impegnati.

Si prescrive inoltre che nell’esercizio libero professionale, il medico è tenuto a far conoscere il suo onorario preventivamente al cittadino e la corresponsione dei compensi per le prestazioni professionali non deve essere subordinata ai risultati delle prestazioni medesime.

Per effetto dell’abrogazione delle tariffe professionali [12], si può dunque in definitiva affermare che il cosiddetto “patto di quota lite” possa essere di per sé consentito nell’ambito del rapporto di consulenza medico legale svolto dal professionista quale consulente di parte, pur con le precauzioni previste dalla normativa richiamata.

Sul punto la giurisprudenza ha infatti evidenziato che il consulente tecnico –medico- di parte può legittimamente stipulare un patto di quota lite, cioè commisurare il suo compenso in percentuale al risarcimento del danno che la parte assistita consegua tramite la sentenza o mediante una transazione [13].

Non si ritiene infatti applicabile al caso di specie, la restrizione prevista dal codice civile [14] che vieta la

cessione di diritti sui quali è sorta una contestazione davanti all’autorità giudiziaria così come avviene invece per magistrati, funzionari di cancelleria, avvocati, procuratori, patrocinatori e notai.

Non essendo previsto un ammontare limite ed essendo lo stesso rimesso alla libera contrattazione delle parti, si ritiene tuttavia che la misura del compenso concordato con la stipulazione del patto di quota lite (da stipularsi – a parere dello scrivente – per iscritto ai fini della sua validità) debba essere sempre commisurato ai principi di proporzionalità, adeguatezza e decoro della professione per le motivazioni sopra richiamate (la valutazione di congruità può essere fatta, ad esempio, facendo ricorso alle tariffe professionale precedentemente vigenti come parametro di riferimento).

Non si può infatti escludere che il patto di quota lite possa essere contestato per i motivi patologici di natura contrattuale per invalidità (nullità – annullabilità – rescissione), dovendo essere tenuti in debito conto anche i risvolti di natura deontologica.

note

[1] Ai sensi dell’art. 2229 cod. civ.

[2] ex D.P.R. 5 aprile 1990, n. 221.

[3] Art. 2233 cod. civ.

[4] Art. 2 del Decreto legge 4 luglio 2006, n. 223 (c.d. Decreto Bersani) convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, della Legge 4 agosto 2006, n. 248.

[5] Le norme generali relative agli onorari ed ai compensi per le prestazioni medico-chirurgiche e l’istituzione della relativa tariffa erano regolamentate dalla Legge 21 febbraio 1963, n. 244 e, consequenzialmente, dal D.P.R.17 febbraio 1992 recante specificatamente la tariffa minima nazionale.

L’art. 2 della Legge 21 febbraio 1963 n. 244 prevedeva che la tariffa minima nazionale degli onorari fosse unica e valesse sia per i medici generici sia per gli specialisti.

L’onorario doveva essere fissato in relazione alla importanza e delicatezza della prestazione nonché in

ragione del decoro e della dignità professionale.

Era inoltre fatto espresso divieto di esercitare la professione sanitaria ad onorari inferiori a quelli stabiliti nella tariffa minima ed erano del pari vietati i compensi forfettari.

[6] Legge 21 febbraio 1963, n. 244 e il D.P.R.17 febbraio 1992 sono stati oggetto di abrogazione da parte dell’art. 24 del Decreto legge 25 giugno 2008, n. 112.

[7] In ossequio alle regole generali previste a livello codicistico dall’art. 2230 cod. civ. e dall’art. 2233 cod. civ.

[8] Attraverso l’emanazione dell’art. 9 del Decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1.

[9] Quelle previste dall’art. 9 del Decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1.

[10] In quanto ricollegabile al disposto ex art. 54 del Codice di deontologia medica.

[11] Art. 54 cod. deont. medico.

[12] Ed in particolare dell’art. 2 della Legge 21 febbraio 1963 n. 244 che vietava la determinazione del compenso su base forfettaria.

[13] C. App. Milano, sent. del 10/04/1984.

[14] Art. 1261 cod. civ.

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