Coronavirus: chi non si vaccinerà

20 Giugno 2020
Coronavirus: chi non si vaccinerà

Il 41% degli italiani non ha intenzione di farlo. I contrari si concentrano tra le persone dai 35 ai 59 anni. Pensionati e studenti sono più favorevoli al vaccino.

Quasi un italiano su due dichiara di non volersi vaccinare contro il Coronavirus. I dati sorprendenti emergono da una nuova ricerca dell’Università Cattolica riportata dall’agenzia Adnkronos Salute e rivelano che una larga fetta della popolazione – il 41% – è poco o per nulla propensa ad una futura vaccinazione, ritenendola «per niente probabile» (8% degli interpellati), «poco probabile» (7%) oppure comunque «né poco né molto probabile» (26%); questa risposta intermedia è stata fatta rientrare tra le ipotesi di vaccinazione improbabile.

Le altre due risposte possibili al sondaggio, che è stato realizzato tra il 12 e il 18 maggio su un campione di 1.000 persone rappresentativo di tutta la popolazione italiana, erano «abbastanza probabile» (34% del campione) e «molto probabile» (qui ha risposto sì il 25%), per un totale di favorevoli, dunque, pari al 59% degli intervistati. Un altro sondaggio, condotto a New York negli Stati Uniti e riportato oggi dal Corriere della Sera, fornisce dati molto simili: il 59% degli interpellati ha dichiarato che si sottoporrà alla vaccinazione anti-Covid, ma solo il 54% la farebbe ai propri figli.

Tornando alla ricerca italiana, le risposte alla domanda cambiano poco tra le diverse aree territoriali del nostro Paese, con una leggera prevalenza della propensione a non vaccinarsi nel Centro Italia, dove la percentuale dei contrari arriva al 43% e non emergono invece particolari differenze in base alla professione degli intervistati, anche se i pensionati e gli studenti si confermano meno diffidenti verso il vaccino; più esitanti invece gli operai e nella media le categorie degli impiegati e degli imprenditori.

«In generale – spiegano i ricercatori del centro di ricerca EngageMinds Hub dell’Università Cattolica – i più giovani e i più anziani sono meno esitanti nei confronti della vaccinazione»: tra i primi i poco propensi sono il 34% e tra i secondi appena il 29%. I più dubbiosi ed i veri e propri scettici si concentrano, invece, nella fascia di età che va dai 35 ai 59 anni, dove le risposte negative alla possibilità di vaccinarsi sfiorano quasi la metà, raggiungendo il 48%.

Ma quello che fa la differenza, secondo il coordinatore del progetto della Cattolica, Guendalina Graffigna, che è anche ordinario di Psicologia dei consumi all’Università, sembra essere proprio la ‘psicologia’: «Se confrontiamo le percentuali di chi è poco propenso a vaccinarsi, si nota che chi è fatalista e ritiene che il rischio di contagio da Sars-CoV-2 sia fuori dal suo controllo è ancora più esitante rispetto alla possibilità di vaccinarsi (57% contro il 41% del totale campione), mentre al contrario chi è più ‘ingaggiato’ si sente responsabile nella prevenzione del contagio e risulta più positivo e propenso verso la somministrazione del vaccino».

C’è un atteggiamento mentale di base che risulta decisivo nelle scelte, dunque; ma a fare la differenza c’è anche un altro elemento, che consiste nella «considerazione della vaccinazione come atto di responsabilità sociale: chi ha un approccio più individualista ed egoista alla gestione della salute tende a essere ancora più evitante verso l’ipotesi di un futuro programma vaccinale per Covid-19 (71% contro il 41% del totale campione). Al contrario, appaiono decisamente più propensi della media coloro che ritengono che i loro comportamenti abbiano un valore importante per la salute collettiva».

Se questi sono i risultati, si deve constatare come per quasi un italiano su due sono andati a vuoto i ripetuti inviti di virologi, infettivologi, epidemiologi ed altri scienziati che da mesi affermano come il vaccino sia la vera arma di difesa dal Covid-19; ma se così è falliscono in buona parte anche le strategie del Governo, secondo cui l’unico modo per tornare alla completa normalità dopo la pandemia sarà la vaccinazione di massa, non appena il vaccino sarà prodotto e reso disponibile.

Per Graffigna «questi dati sono un campanello di allarme di cui tenere conto»: segnalano la necessità di una campagna di educazione e sensibilizzazione indirizzata alla popolazione, «in cui aiutare a comprendere l‘importanza di vaccinarsi contro il Covid» e che, prima ancora dei vaccini, riguardi la salute e la prevenzione, per arrivare a far comprendere «come ogni nostra azione preventiva sia un atto di responsabilità sociale verso la salute della collettività».



1 Commento

  1. Il grossissimo problema è che qualsiasi nuovo vaccino contro il coronavirus potrebbe innescare reazioni immunitarie letali quando le persone vaccinate entreranno in contatto con il virus selvaggio! Tra l’altro una società che è stata recentemente nominata nei titoli dei giornali per il suo
    sviluppo del vaccino mRNA-1273 atto a combattere il virus, utilizza cellule fetali abortite.

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